Mercedes Viola

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Passa troppo veloce per chi abbraccia, veloce per chi ride e scende ogni granello a rallentatore per chi attende, per chi aspetta, per chi spera. 

Abbiamo tentato di scoprire i suoi segreti e poi, come chi viviseziona un sospiro, l’abbiamo misurato e frazionato.

Il calendario gregoriano ha vinto alla grande e segna il tempo per molti al mondo. Si chiama così perché introdotto da Papa Gregorio XIII nell'anno 1582, per aggiustare il ritardo che aveva accumulato il calendario precedente, introdotto da Giulio Cesare. 

La prima misura adottata da papa Gregorio fu cancellare dieci giorni dal calendario, così coloro che andarono a dormire giovedì 4 ottobre 1582, si svegliarono venerdì 15. Riposati.

Affinché questo ritardo non si verificasse più e non dover annullare nuovamente dei giorni dal calendario, stabilirono le regole dell'anno bisestile: saranno anni bisestili i multipli di 4, ad eccezione di quelli che sono multipli di 100 e che non sono contemporaneamente multipli di 400. 

Sì, lo so. Elisabeth Achelis pensò la stessa e propose di semplificare questo indovinello con un calendario mondiale: sarebbe stato perpetuo -cioè, sempre lo stesso, in modo che se un anno fosse stato molto tranquillo, l'anno successivo la stessa agenda potrebbe essere stata riutilizzata- con mesi di 30 e 31 giorni, e avrebbe avuto anche due giorni extra, indicati con la lettera W - che sta per Worldsday - anziché un numero. Ma la sua proposta non ebbe successo e nel febbraio 2020, coloro che sono nati il ​​29, potranno festeggiare il loro compleanno.

L’inizio di un calendario si decide in relazione ad un evento e da quel momento inizia un’epoca. L'epoca del calendario gregoriano è quella della nascita di Gesù,  quella del calendario islamico parte il giorno in cui Maometto lascia la Mecca.

Ci sono anche, tra gli altri calendari, il persiano, l'ebraico, il cinese, l'indù, l'inca, il calendario maya e il calendario rivoluzionario sovietico, patria dell'artista Tatiana Brodatch che illustra questo articolo, che attesta la rivoluzione di ottobre con la quale gli insegnanti fanno l’imboscata agli studenti poco applicati, poiché, negando il nome, la rivoluzione è avvenuta a novembre. 

Ma questo accordo sul calendario non semplifica la questione del tempo. Per millenni l'essere umano fa i conti guardando il cielo, misurandosi con le stelle.

Oltre al tempo concordato, che ci consente di fissare un appuntamento in un bar, comunicare una scadenza o prendere un biglietto e poi trovare -caramba, che coincidenza!- un treno, abbiamo le nostre epoche personali. Ci sono giorni che segnano un inizio, una fine, e nel mezzo attraversiamo la vita, girando come lancette sull’orologio. 

Tempo. Bene di lusso della modernità. Tutti ne vogliono e a tutti manca. Cosa abbiamo fatto di sbagliato? Oggi tutto va più veloce: treni, automobili, aeroplani. Perché vanno così veloce se non portano più lettere d’amore? 

Macchine di tutte le dimensioni si propongo come casse di risparmio del tempo: ce ne sono che tagliano la cipolla, impastano il pane, tagliano l'erba, spazzano il pavimento e lavano i denti.

Ricordo le cucine di un tempo. Spartane, senza altri elettrodomestici che un frigo con 3  ripiani e un congelatore, 4 fornelli, un forno a gas e delle pentole. En in quelle cucine, tutti i giorni, più volte al giorno, si cucinava. Si preparavano piatti dei paesi d’origine, con amore e nostalgia, con paura di dimenticare. Il pane avvolto in lana veniva messo a lievitare al riparo da correnti d'aria che potessero spaventarlo. Si tagliavano le verdure che si trasformavano in zuppe con diverse carni, gli italiani tendevano la pasta col matterello e riempivano ravioli, i tedeschi tagliavano la verza. Le torte erano fatte con burro, uova, farina e zucchero, ingredienti che secondo le quantità e le procedure sarebbero diventati biscotti, budini o ribel kuchen. Ogni momento dell’anno si mangiava in base a ciò che la terra dava, a ciò che il calore del corpo permetteva o il freddo supplicava. Si mangiava tutti insieme, i piatti venivano lavati e asciugati a mano e si poneva l’acqua a bollire per bere una tisana che faceva bene, non si sa se più allo spirito o alla digestione.

Avevano più tempo, potremmo dire, ma in realtà non c'era più o meno tempo di adesso. Era lo stesso calendario, con settimane di 7 giorni e giorni di 24 ore. Divisione creata da noi che abbiamo bisogno di certezza perché l'infinito ci dà vertigini, terrore, perché è più facile pensare a qualcosa che finisce. Forse non a tutti, ma a me toglieva il sogno. L’infinito a casa mia nonna faceva il rumore del ventilatore e aveva la bellezza de Las tres marías e La cruz del sur che guardo ora perché sono ancora qui, nel centro del universo. 

Che non è questo il centro dell’universo? Borges scrisse che «in qualsiasi momento siamo al centro di una linea infinita, ovunque nel centro infinito siamo al centro dello spazio, poiché lo spazio e il tempo sono infiniti."

Ma va bene, celebriamo la fine di quest’anno gregoriano. Abbiamo bisogno di una linea immaginaria di arrivo e di partenza, fare la lista del debito e il credito, proporci cose da iniziare e altre da smettere di fare. 

A volte mi capita di guardare un vecchio e vedere chiaramente la faccia del bambino che fu. Ad alcuni si nota di più l’infanzia, ed è facile immaginare loro ben pettinati, gli occhi troppo vicini, un certo tipo di naso, lo sguardo di una foto in bianco e nero. E sembra sia un gioco, l'esistenza. Ma se così fosse, perché così tanto dolore? Non tutto è dolore, c'è anche tanto stupore e meraviglia. Forse sia un gioco complesso e ricco dove prima di entrare ci è stato dato a tutti il numero 10: inutile volere giocarla da portiere o difensore. I gol sono già segnati in una libreta superiore. Non c’è niente da parare. Solo accogliere la palla come viene e divertirsi tutto il possibile. Curarsi le ferite e tornare in campo. Ricordare quelli che se ne andarono. Che a volte passano di qua, che è anche di là, che è sempre il centro dell’universo. Che ci lanciano addosso le pavoncelle in picchiata nei cimiteri per divertirsi e poi un colibrì da mille colori per baciarci. 

La pavoncella urla dove non ha le uova. Noi ci pensiamo dove non siamo. Siamo dove duole e dove ride, dove c’è amore. Sembra che giriamo come lancette sugli orologi, ma siamo astronauti nudi nell’infinito con il numero 10 nel petto e la carezza in testa della mano di un dio.


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