Mercedes Viola

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Zoé Ouvrier è un’artista francese, scultrice di foreste di una bellezza particolare, languide e umane.

Per conoscere meglio la sua opera questo è il suo sito. Per conoscere meglio Zoé Ouvrier, le sue origini nel sud della Francia, il desiderio di conoscere il mondo e la carriera nell’ambito della moda, il suo bisogno di andare oltre e l’incoraggiamento ad approfondire nell’arte che l’ha sempre accompagnata e premeva per esprimersi, ecco la sua intervista:


Hai studiato a Les Beaux Arts di Parigi. Cosa ti ha portato a scegliere Arte?

“A 7 anni ho avuto il desiderio di diventare  un’artista. Non sono stati il sistema scolastico o la società a spingermi in questa direzione, anzi, non era una scelta molto desiderabile in ambienti semplici. Era difficile pianificare un lavoro… specialmente quando capiamo che questo non lo è proprio!

Ho trascorso la mia adolescenza divertendomi a creare nella mia stanza. Ho disegnato o dipinto a volte tutta la notte ascoltando musica. Dall’esterno mi vedevamo come vedevano i miei genitori: una originale!. Beh, non era del tutto sbagliato, sono cresciuta in un mondo abbastanza folcloristico, spesso solo perché i miei genitori assenti lavoravano nel mondo dello spettacolo. Vivevamo in un vecchio villaggio in pietra, ospitava 180 abitanti e aveva un vecchio forte. Quando ero bambina c’erano ancora delle capre che lo attraversavano.

La nostra casa era composta da tre piccole rovine. La mia camera era in una di esse ed era l’unico soggiorno. Ricordo ancora l’odore che emanava la pietra nel clima umido, le stagioni infuocate in cui dalla pietra emerge una nuova energia. Ho adorato questa luce calda del sud che attraversava le mie persiane troppo vecchie. Tutto ha dato un fascino patetico ma estremamente interessante. Era il mio spazio d’ispirazione. Ho amato la mia stanza. Ho adorato il mio villaggio.

Il tempo è passato ed è stato intorno ai 17 anni che il disegno è diventato più intenso, una necessità nella mia esistenza. Ho sempre avuto con me un quaderno, e ovunque andassi (e ancora oggi), disegnavo. Questo mi ha permesso anche di non annoiarmi e di pensare mentre osservavo ciò che mi circondava, di prendere le distanze dalla mia vita e mettermi di fronte a me stessa.

E’ stato intorno all’età di 22 anni che molti amici che mi hanno visto disegnare mi hanno incoraggiato a partecipare al concorso di Belle Arti a Parigi. A quel tempo non avevo molta fiducia in me stessa e questo supporto è stato molto importante.”

Da dove venivi e com’è stato essere uno studente universitario a Parigi?

“Sono cresciuta nell’entroterra di Montpellier, in Francia. I miei genitori si trasferirono lì all’inizio degli anni ’70 con il movimento Hippie. Ero spesso circondata da personalità forti, artisti o no, ma molti di loro avevano un’idea consolidata di una nuova libertà.

Ho lasciato la mia regione il giorno dopo i miei 18 anni quando sono andata via con il mio zaino. Avevo davvero bisogno di trovarmi e fare la mia vita.

Ho iniziato la Beaux-Arts a Parigi 4 anni dopo la mia partenza. Durante quei anni ho dovuto trovare un modo per guadagnarmi da vivere e sono diventata modella, un piccolo manichino che non trovava il suo posto. Questa carriera, però, mi ha fatto anche scoprire un altro mondo, quello della concorrenza, dell’apparenza, della raffinatezza, dell’abbondanza attraverso i soldi. Sono stata fortunata di aver potuto conoscere tutti i paesi nei quali sono andata, dove ho fatto incontri fantastici con persone che sono ancora oggi i miei amici. Tutti i viaggi nel mondo della moda mi hanno permesso, principalmente, di realizzare me stessa, perché il desiderio di esprimermi attraverso l’arte era diventato urgente.

Parigi è stato probabilmente il posto migliore per stabilirmi come artista. Ma non posso dire che mi siano state aperte delle porte. E’ stato un lungo persistere e molto coraggio per continuare in questa vocazione.”

Come e quando hai trovato il tuo soggetto: l’albero?

“Il soggetto dell’albero si è istallato dal secondo anno alla Beaux-Arts, ormai quasi vent’anni fa!

E’ stato lavorando a un modello dal vivo che i miei corpi sono diventati tronchi e poi, seguendo il mio istinto, ho continuato la sua strada verso le radici, il suo rizoma, come un bisogno di mettere radici. Era il mio inconscio che si stabilì nella mia materia. Era l’inizio del viaggio che poteva in qualche modo raccontare i miei sentimenti.

Ciò che è stato assolutamente fantastico è che oltre alla mia materia, la tecnica era associata e sono diventati un tutt’uno.  Nell’incisione su legno, la tavola di legno intagliato è la matrice. Così la chiamano! Mi è piaciuta l’idea di lavorare la matrice mentre rendevo omaggio al “grembo materno”, che è la natura.

Mi spiego di più. Avevo iniziato come appassionata in questa tecnica, poi ho fatto il taglio e più sono entrata nella carne, più ho potuto associarla a quella della traccia, l’impronta, il fossile, vie di nervi, quasi il codice genetico, la sua identità, la sua storia, fino alla sua cellula!

Ho affrontato il legno con una sensazione di benessere, tutto era carezzevole, come una pelle. E in seguito l’ambiente di ogni giorno ha nutrito il mio argomento.

Con le notizie umane, ad esempio. Da quando ho compiuto 20 anni, vedo la nostra società che non sta andando bene. Ho sempre avuto difficoltà a comprendere le nostre azioni sulla natura. Da allora tutto il mio lavoro è diventato una specie di discorso, un manifesto che denuncia la presa di potere che abbiamo sul nostro ambiente. Sembra banale oggi perché finalmente iniziamo a prenderne coscienza.

Penso che sia ancora più forte oggi perché siamo noi, quelli tra i 35 e 50 anni, che dobbiamo sostener le generazioni future restituendo significato alla nostra madre natura. L’avevamo predetto 40 anni fa, ma per la mancanza di prove scientifiche non hanno visto il danno che si poteva causare.

Penso che dobbiamo a ciascuno di noi, e ancora di più coloro che hanno conoscenze su piante, biologia, uccelli, pesticidi, nutrizione, acqua, nucleare, fornire le risposte alle generazioni future, ad esempio incontrare bambini grandi e piccoli nelle loro scuole, e possiamo spiegare loro come funziona questo piccolo mondo, cos’è la vita, com’è la società degli alberi, come comunicano e si aiutano a vicenda, come alcuni organismi che vivono sulla terra sono gli stessi che abbiamo nello stomaco, come vine catturata la forma di una goccia d’acqua dal gel in modi diversi. E l’artista, in tutto ciò, puo aiutare ad esprimerlo.

Tante cose vorrei comunicare. Per il momento mi diverto tra gli alberi, a farli sembrare come noi, perché come noi si agitano, si arricciano, si precipitano, si esprimono con il gesto, illuminano il desiderio.”

Sembrano vivi, a momenti erotici.

“Si, è vero, i miei alberi hanno alcune cose molto femminili. Già il movimento del mio disegno è rivelato dai gesti del mio corpo e secondo i miei umori. Li modello spesso con il desiderio che le mie sagome seducano, che catturino quelli che incontrano. Provo a ipnotizzare così come tutta la faccenda ipnotizza me!”

A quali progetti stai lavorando adesso?

“Ho già organizzato il mio anno da diversi ordini di architetti e collezionisti di ligustri.

Il mio grande progetto quest’anno è quello di spostare il mio laboratorio a Saint Paul de Vence, nel sud della Francia. Torno alla luce, finalmente ho un sacco di spazio per esprimermi.

Con mio marito Arik Levy vorremmo rendere questo spazio un luogo culturale, creare una base d’arte. Abbiamo qualcosa su cui pensare e sarà il nostro slancio per i nostri prossimi anni. E’ ancora troppo presto per parlare chiaramente, ma presto potremmo dirti di più.”

Rhizome è una delle mie serie preferite. Deleuze e Guattari scrissero che “"Il rizoma è il movimento del desiderio, non ha fine né inizio, è nel mezzo, tra le cose”. Cosa ne pensi, come ti sei avvicinata al rizoma?

“E’ vero che quando scopriamo il desiderio del movimento, ne vogliamo ancora e non possiamo immaginare la fine. Ci rende pazzi e sensuali. 

Per quanto riguarda la mia approssimazione al rizoma, è un’ovvia analisi trasversale, perché il desiderio e il meccanismo provocati dalla riproduzione e il rizoma sono oggetto di una riproduzione.”

Il buio per te?

“Mi piace il buio per dormire e talvolta rivelare  alcuni sentimenti profondi, permette di affrontarci. Altrimenti sono per la luce, come un sole!”




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