Dalla finestra

finestra

Mercedes Viola

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Alle otto devo consegnare la macchina a Salerno perché alle nove chiudono il traffico per far passare la maratona. Mi preparo per uscire dall’albergo alle sei in modo di arrivare da Paestum con calma, fermarmi un po’ a guardare il mare, e per darmi la possibilità di prendere strade sbagliate. 

Ho messo le due magliette, il computer, il libro, il tabacco, i souvenir per la famiglia, lo spazzolino da denti nello zaino e sono uscita dalla stanza.

Al piano terra non c’è nessuno. Due porte di vetro chiuse mi separano dalla reception e dalla zona per la colazione. Ma la parte più divertente: altre due porte scorrevoli di vetro, chiuse, mi separano dall’esterno. Mi trovo in un limbo di vetro. Busso  alle porte che danno sull’interno con la speranza di svegliare qualche guardiano notturno che sbavasse sul divano o amoreggiasse dietro al bancone o viceversa. Niente. 

Allora mi giro e guardo quelle altre porte. Lascio lo zaino a terra e mi accingo ad aprirle con la forza, a separarle infilando le dita nella fessura di gomma che le unisce e le separa tutto il giorno. Ma non ora, ora sono fermamente chiuse e mi monta la furia. Mi guardo intorno e penso che potrei prendere un divano, o meglio il tavolino, e frantumarla. Ma sono di quei pensieri che servono solo a sfiatare per poter continuare a pensare. A sinistra della porta, dietro i divani, c’è una vetrata che credevo fissa e  invece ha una maniglia. E' una finestra e si può aprire.

Allora sposto il divano e i vasi di ceramica che  sono disposti lungo tutto il davanzale, contenendo la voglia di scagliarli per terra -perdio, come si fa a chiudere a chiave la gente dentro un albergo?- e uscendo dalla finestra come un ladro lascio la chiave della mia stanza sul davanzale, a modo di firma  o di rimprovero.

Ho guidato fino a Salerno ripercorrendo la strada che avevo fatto due giorni prima per arrivare lì. I cartelloni, uno dietro l’altro per tuto il tragitto, propongono vestiti per matrimoni, alberghi per feste di matrimonio, e mangime per cani. 

Arrivo a Salerno domenica alle sette e quindici di mattina, ci sono poche macchine sul lungo mare. Le pescherie sono aperte e stanno sistemando il pesce.

Arrivo in anticipo al punto di consegna dove parcheggio, vicino alla stazione, dove stanno montando il gonfiabile per l’arrivo dei corridori mentre i vigili fanno portare via i motorini che non sono stati spostati. 

Consegno la macchina e vado alla stazione ad aspettare il mio treno. Entro al bar, prendo un caffè e mi siedo all’ultimo tavolo contro la vetrata che costeggia il binario numero uno. Sto aprendo il giornale quando arriva lei, elegante -come tutti i magri- con un capello di feltro, una maglia lunga, pantaloni a quadri e le scarpe da ginnastica a modo di ciabate. 

Arriva fino a me e gira a destra dove ci sono le due porte dei bagni, per i clienti e per i dipendenti. Non specificano mai per i dipendenti da chi o cosa, potremmo chiedere la chiave e andarci tutti. Appoggia per terra la sua coperta di lana ben piegata e legata, e prende prima una e poi un’altra sedia, le sistema una di fianco all’altra contro il muro del piccolo corridoio. Un centimetro più a destra. No, due centimetri più a sinistra. Con la mano poi spazzola i sedili fino a mandar via qualsiasi traccia di polvere o briciole. Incrocia le  mani  un po tremanti  sul grembo  quando si siede e guarda il muro di fronte, dice qualcosa, sorride, e guarda di lato, inquieta. 

Si alza e sistema le sedie ancora, devono essere perfette. Le pulisce ancora e si siede, e guarda, dice qualcosa, si sistema il capello. E finalmente arriva lui, appena sveglio. La pancia fa faticare la maglietta e in mano porta un vecchio borsello di tessuto sintetico. Entra al bar e cammina verso il fondo, dove sono io e dove c’è lei, a passo certo. Appoggia il borsello e una bottiglia d’acqua sul tavolino prima di entrare in bagno. Lei lo vede e trasale. Quando lui si è chiuso la porta dietro, lei si alza e sposta la bottiglia d’acqua. Un po’ a destra. Un po a sinistra. Poi l’allontana dal borsello. Lui non esce ancora. Lei sta facendo finta di svitare il tappo quando lui esce, e lei torna di corsa alla sua sedia accanto alla sedia vuota. Guarda in giù nervosa ma civettuola, si sistema il capello mentre lui si gira verdo di lei, fa due passi e le dice: “Oh, signora, ma cos'ha fatto?”. Lei fa finta di non sentirlo.

Lui prende la bottiglia e il borsello e si sposta due tavoli davanti a me. Lei sorride, le ha parlato. Lui ogni tanto si gira a guardare. Ma lei ancora non si muove. Allora lui lascia il borsello sul tavolo e va fino alla porta d’ingresso. Lei si affaccia e non lo vede. Allora si alza e si siede al tavolo davanti a quello di lui con la sua coperta di fianco a la sedia. E' seduta di spalle a me, regale, contro il vetro, le mani incrociate sopra il tavolo.

Lui torna dentro e gira intorno ai tavoli. Un giovane che sta andando al lavoro finisce la sua colazione e si avvicina a lei per offrirle qualcosa da bere o da mangiare, lei rifiuta molto garbatamente e quasi lo spinge via. 

Quando lui si siede, lei si alza e inizia a sistemare i tavoli della gente che se n'è andata, prende i piattini e li mette uno sopra l’altro, poi fa la stessa cosa con le tazze, le tazzine e i cucchiai, passa la mano sul tavolo per mandare via le briciole e i granelli di zucchero e sistema le sedie avvicinandole al tavolo. Quando ha finito di sistemare svolazzando intorno a lui, che fa finta di non vederla, torna a sedersi in fondo, accanto ai bagni. Lui aspetta un poco e poi si alza, cammina verso il fondo, poggia il borsello e l’acqua sull’ultimo tavolo e va verso l aporta d’ingresso del bar. Lei si preme le mani, e ride.

Il mio treno parte tra poco. Piego il giornale che non ho letto, la guardo e la saluto, lei sorridente mi saluta a sua volta, ha gli occhi di un turchese raro. Porto via la mia tazza al bancone, e uscendo saluto anche lui che ricambia con  un movimento della testa. E lascio la loro casa per gioco, padroni di nulla, il teatro dove appena svegli, dopo aver piegato la coperta che ogni notte tiene loro lontana la morte, vengono a danzare tra le sedie giocando con l'assenza. E danzando intorno ai tavoli fanno finta di ignorarsi, e si cercano, si provocano, si seducono senza la pretesa di possedersi, come nel mondo di quelli che hanno un tetto, perché per loro sono chiuse tutte le porte, c’è solo una finestra dalla quale saltano ogni mattina e li restituisce a un mondo di attesa e desiderio, così simile all’amore, che tiene loro in vita fino a sera, quando protetti dalla coperta di lana sogneranno la prossima rappresentazione. 

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