Il dentista giusto. E quello sbagliato

dentista

Mercedes Viola

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Guardo in faccia la paura, le dico “non ti temo”, e prenoto una visita preventiva dal dentista. Preventiva vuol dire che sono andata prima del dolore che ti sorprende mentre addenti una mandorla o sorseggi un prosecco ghiacciato.

Ma questa volta non voglio dover metter giù un’agenda da statista, tra babysitter e parcheggio introvabile, per organizzare una visita, e così chiedo alla mia amica Leila l’indirizzo del suo bravo dentista vicino a casa.

Lo cerco su internet, chiamo e prenoto. Prenoto a mia insaputa un altro dentista, ma nella stessa via. Insomma, prenoto il dentista sbagliato.

Prima visita: agisce. Trova un paio di problemi(ni) e mi dice: “facciamo una otturazione e tentiamo di salvarli, male che va, devitalizziamo”

Devitalizzare altro non è che ammazzare.

Uno dei due denti è sistemato, e si gode la sua masticazione spensierata.

L’altro è andato bene all’inizio, ma dopo un po’ ha sentito che non era abbastanza, che aveva ancora bisogno d’attenzione. E me l’ha detto durante il weekend di fuoco, quello di fine scuola più saggio danza.

E così, mentre succedevano cose meravigliose, come la mostra scolastica di fine anno, il saggio di danza a tema Il libro della giungla e la pubblicazione del mio blog su Panorama, io ero lì a tenermi la guancia discretamente. Perché era sabato e poi domenica. E per quanto fosse quello giusto, il mio dentista, nel weekend, avrà avuto le recite anche lui.

 Ma ero preparata, mi aveva anticipato le strategie da intraprendere in caso di emergenza: e per la guancia dolorante dovevo prendere l’Aulin e aspettare lunedì.

Così verso la fine dei miei 38 anni, e da sempre contraria ai farmaci non necessari, ho preso il mio primo Aulin. Effervescente, in bustine, gusto limone. Che non ha fatto semplicemente effetto, ma una vera rivoluzione. Nel mio organismo pulito da farmaci, la sua irruzione a bollicine analcoliche ha scatenato una reazione antinfiammatoria pressoché istantanea. Anche le occhiaie erano scomparse.

 

Lunedi, ore 13:30 mi trovo lì, seduta semidistesa sulla poltrona blu ergonomica, dura ma facile da pulire, con la bocca aperta modello ingresso posteriore delle grandi navi veloci il primo di agosto, pronta ad accogliere tutto: anestesia, trapano, aspiratore, candeggina, bucadenti, ammazza radici.

 

Per un momento, tanta era la voglia di sradicare il fastidio,  dimentico la paura e l’ipocondria che mi caratterizzano.

 

Una puntura qui, una più fastidiosa là, e l’anestesia sprigiona la sua magia. A un certo punto però si gonfia il palato in alto, poi in fondo verso la gola. Stai tranquilla, sei ipocondriaca, mi dico. Deglutisco e la cosa non migliora, quel quadrante è veramente gonfio. Domani, se nessuno butta giù il loro aereo, arrivano mia madre e mia sorella dall’Argentina, ed ecco, ho pensato, che sono sotto schock anafilattico e arriveranno precise per il mio funerale. Tutto ha un senso.

Ma non può essere, avrei dovuto scoprire prima di essere allergica all’anestesia. Comunque non si sa mai, anche le graminacee che mi fanno piangere tutto aprile e maggio non mi facevano niente fino a tre anni fa. Chiamo il dottore. Non chiamarlo, faresti una figuraccia. E se stessi morendo? E se lasciassi tre figlie orfane di madre per non fare una figuraccia? Va bene, ma non urlare “dottore dottore” come una disgraziata. Però non puoi mica urlargli “Mauro Mauro” come fosse tu cugino. Allora “dottore dottore” sia.

Il dottore mi rassicura: “Il suo problema è che sa dell’esistenza dello schock anafilattico, altrimenti penserebbe che sia l’anestesia. Mi guardi. Respiri. Respiri ancora. Bene, avanti così” E sparisce, come spariscono sempre i dentisti in attesa che l’anestesia ti addormenti i denti e l’ansia.

 

Quando la parestesia è evidente, il mio dentista "giusto" si mette all’opera. “Apriamo la camera, c’è una polpite in corso ma ancora non è necrosi”.

Senta dottore, visto che ancora posso parlare, e scusi se sbavo ma non domino la parte sinistra (come al solito la più discola), io in questi casi, da quando il mio primo dentista delle elementari aveva uno specchio sul tetto a mo’ di motel dell’orrore, meno so e meglio sto, quindi mi tolga il dolore senza spiegazioni preliminari. Ammazzi questo dente, per il mio bene. O lo devitalizzi se è più deontologico.

 Apro la bocca il più possibile, perché sono ansiosa ma anche perché mi piace che la gente lavori tranquilla. E mentre il dottore gira nella sua seggiolina ruotante alla ricerca di qualche strumento o pastina bianca con profumo di chiodi di garofano, io mi devo tenere tra le mani le guancia che trema della tensione. Ma dolore zero. E questa è una gioia (senza offesa, Gioia, so che aspiri a panorami più invitanti).

 

Verso la fine del lavoro mi dice “ho medicato, torno tra due minuti, non chiuda la bocca, e sappia che due minuti dal dentista sono come due minuti dal parrucchiere”.

Ero con la bocca aperta e le mani incrociate sulla pancia. La borsa con dentro il telefonino era appesa alla parete. Non potevo parlare né scrivere. Ergo: non sono come due minuti dal parrucchiere. Sono due minuti di di pensieri che si scontrano nella testa tonda e girano impazziti senza poter uscire se non dalle orecchie, silenziosi.

 

Chiusura provvisoria e ci vediamo venerdì per ultimare.

Domani arriva mia madre e io sarò qui, tutta viva con un dente mezzo morto, con in agenda il numero di un dentista "giusto" e il magico Aulin effervescente e rivoluzionario. Si può chiedere di più? Si, sempre. E si può anche sbagliare, e capire di non essersi sbagliati per niente.

 

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