Di carne siamo

Un giro attraverso il ricordo di una macelleria findelmondana e una di un quartiere milanese. Nutrendo la nostalgia ma solo un po', quando non ho voglia di fare niente, che tanto si sa: gli amori impossibili sono solo la forma più romantica di pigrizia.

Macelleria argentina

Mercedes Viola

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E’ sabato, giorno della settimana nel quale i contatti findelmondani postano su Instagram le foto con didascalia “a comprar la carne”, e domani sarà domenica da “estamos prendiendo el fuego”. Perché la domenica si fa l’asado, che non è un piatto bensì una esperienza che coinvolge tutti i sensi, un vero evento che inizia di sabato mattina, quando papà (un papà qualsiasi, anche se nella foto c'è il mio), dopo aver letto il giornale sorseggiando mate amaro, prende le chiavi della macchina e chiede: “chi viene con me?”.

Adoravo salire quei quattro scalini ed entrare in macelleria, mi sembrava un tempio con l’altare di marmo bianco. Quella della carne avrebbe potuto essere la mia religione: vita, morte, poco mistero, e un rituale  comunitario: l’asado, e si teneva pure di domenica. C’era dentro anche il vino e alle volte i canti, adatto ad ogni età, estratto socio-culturale e situazione economica. Prevede pure i vegani, perché in questo rituale se al posto della carne butti sul fuoco un peperone, a parte il profumo tutto il resto non cambia. Per me però la carne è la carne e ho un rapporto viscerale, non mediato dalla razionalità. Mi rivedo in piedi nella macelleria di Andino, così si chiamava il nostro macellaio magro e baffuto,  e sento profumo di carne fresca, il rumore della sega elettrica, e quel momento da brivido quando Andino sosteneva, tra i palmi delle mani paralleli, un pezzo di carne con l’osso che faceva strisciare per il ripiano fino a quando la sega con lo tagliava a metà. Quanti macellai avranno perso falangi e falangette?.  

Mentre vi racconto questo, il foglio bianco si illumina dall’interno, come i frigoriferi, e vedo i tagli adagiati sul ripiano, rossi con nervature bianche i più buoni, quelli che fanno scricchiolare le bracci; altri hanno l’osso: anonimo a crudo ma così saporito a contatto col sale e il fuoco, il ciuccio preferito dei bambini findelmondani.

Il macellaio è una figura centrale, simpatico, espansivo e un po’ mascalzone, ti fa sentire che quel pezzo l’ha tenuto per te, perché ti conosce e sa come lo mangi, ma ti ha tenuto da parte anche una tira fine perché tua moglie lo vuole cotto fino a liofilizzarlo. 

Torni a casa col bottino che aspetterà in frigo fino al giorno dopo, quando si accenderà il fuoco e la danza avrà inizio: aperitivo, famiglia e amici che arrivano, in cucina qualcuno prepara l’insalata mentre un’altro sala la carne, qualcuno entra e chiede minaccioso, stile “The young pope” nella prima omelia: “Cosa abbiamo dimenticato?”, e così l’adolescente neo patentato annoiato trova la scusa perfetta per farsi un giro in macchina con poco traffico e andare a prendere il pane. Intanto accanto al fuoco qualcuno stappa un Malbec e racconta una storia improbabile mentre una bambina si arrampica sopra un’albero per nasconderci sopra il suo nome.

La mia amica Francesca si ricorda quando anni fa tornando dal macellaio del quartiere le dissi

“Francy, mi sa che non ci vado più”

“perché? dicono tutti che la carne sia ottima”

“Lo è, ma la tocca troppo”

 “In che senso?” 

“In tutti i sensi, orario, antiorario…ha un bancone pulito a nuovo, con dei pezzi di carne ordinati e adagiati ad arte, poi tu chiedi delle fettine, lui prende un pezzo di carne, e lo tocca, lo gira, lo rigira, taglia una fettina (una fettina, mica una cotoletta di chianina da kilo e mezzo) e la sdraia su un foglio di plastica sdraiato su carta oliata sdraiata su carta normale sdraiata su carta stagnola, poi lo centra, lo asciuga, lo copre con un’altro foglio di plastica e così via con ogni fettina. Secondo te è normale? A me sembra una varietà di feticismo

Ero abituata a macellai col grembiule macchiato di sangue, che fanno battute e ci provano un po', anche con le ottuagenarie, mentre chiudono la busta con un kilo di fettine dentro e ti chiedono “cos’altro ti do?”. Simpatici e veloci, con qualche falange in meno, per i quali la carne è carne.

Con tempi veneti (dopo qualche anno) siamo entrati in confidenza col macellaio del quartiere, poca ma garbata, quanto basta per riuscire a farmi preparare i tagli findelmondani e per chiedere il perché di cotanto ordine.

“Cara signora, non vorrà mica che faccia come quei macellaiacci di una volta, così, cosà, e via tutto dentro il sacchetto, ne’?”

“No no, certo”” mentì. 

Oggi è sabato, piove, e domani non c’è asado. Ma sto bene. Direi che sono felice ma non voglio esagerare. Nessuno è ipertimicamente felice tutto il tempo come sembra su istagram. Sto bene perché voglio tutto quello che ho: questo quartiere, questo sabato di autunno (la stagione peggiore in assoluto) con la pioggia, le bambine nel lettone la mattina, la mia prima zuppa di ceci e ben riuscita, il nervosismo perché non riesco a fare le cose mie, e a momenti un po’ di nostalgia, ma solo un po’, quando non ho voglia di fare niente, che tanto si sa: gli amori impossibili sono solo la forma più romantica di pigrizia.


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