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Politica

Lo Sport nella palude (e nessuno dice nulla)

Il primo atto del governo Draghi ha colto in contropiede lo sport italiano. Non che non si comprendesse la complessità del passaggio politico e istituzionale della crisi aperta a Palazzo Chigi, ma non trovare un ministro direttamente delegato nell'elenco consegnato da presidente del Consiglio a Mattarella ha spiazzato.


"Disarmante" è l'aggettivo con cui il numero uno della Lega Basket, Umberto Gandini, ha sintetizzato lo stato d'animo condiviso da molti altri dirigenti che da mesi si battono faticosamente per evitare che il lockdown prolungato soffochi quello che rimane di un settore che coinvolge oltre 10 milioni di italiani con impatto sul pil vicino al 4%. Disarmante e preoccupante, in attesa di conoscere almeno il nome di chi avrà la delega (si vocifera la stessa ministra per le politiche giovanili, Fabiana Dadone) e capire quale spazio occuperà nel dibattito futuro la questione.

Le premesse non sono buone. Già con il 'vecchio' Spadafora c'erano stati problemi a tratti insormontabili e l'ammissione fatta dall'ormai ex ministro di essere stato messo alla guida di una macchina di cui non conosceva nulla, è stata accolta come conferma dell'inadeguatezza che già era emersa in alcuni dei passaggi fondamentali nell'era della pandemia. Quella che ha messo a rischio la locomotiva calcio professionistico, rimessa in moto grazie alla caparbietà del presidente della Figc, Gabriele Gravina, dello stop a tutti gli altri sport, di stadi e palazzetti chiusi e di un settore in cui i ristori a pioggia non hanno nemmeno lontanamente coperto le esigenze di chi da un anno o quasi non lavora.

QUANTO SPORT NEL RECOVERY FUND?

La questione iniziale sarà, come norma, di cassa. Quanti soldi riuscirà a portare a casa lo sport dal tesoretto del Recovery Fund? Nella versione del governo Conte, in fase di licenziamento a gennaio, il conto era deludente perché i circa 700 milioni di euro previsti su 224 miliardi rappresentavano poco più dello 0,3%, una goccia nel mare e il segnale plastico di un certo disinteresse. Ora i giochi si riaprono, ma non è detto che le cose siano destinate a migliorare e il fatto di non essere stati inseriti tra i primi capitoli dell'agenda del nuovo esecutivo non incoraggia.

Il tutto mentre il Coni di Giovanni Malagò è impegnato nella riorganizzazione post decreto salva-Olimpiadi che gli ha restituito centralità politica e operativa. Le sfide da affrontare sono molte e l'andamento dei Mondiali di Cortina (non soddisfacenti dal punto di vista dei risultati) lancia un piccolo campanello d'allarme anche in vista del quadriennio che porterà ai Giochi ospitati in Italia nel 2026 dove, oltre a fare bella figura come ospiti, dovremo presentare anche squadre competitive così come accaduto a Torino 2006.

IL CALCIO SOSPESO

E poi c'è il calcio che vive sospeso, senza riuscire a prendere una strada decisa verso il rinnovamento. Siamo nell'immediata vigilia delle elezioni della Federcalcio dove Gabriele Gravina parte con un vantaggio incolmabile, frutto del consenso di quasi tutte le componenti. Ha gestito in maniera magistrale l'emergenza, ma ora è chiamato a misurarsi con le riforme strutturali; un passaggio che ha bruciato tanti predecessori e che si interseca con quanto sta accadendo in Uefa dove il progetto Super Champions per evitare la fuga in avanti della Superlega è pronto ad essere varato, non senza mal di pancia.

Di certo Gravina non troverà terreno fertile quando tornerà alla carica per discutere del taglio (lui lo definisce cambio di perimetro) del settore professionistico. La diminuzione della Serie A a 18 squadre non piace alle piccole, la divisione della Serie B in due grandi gruppi non fa impazzire i cadetti e lo stesso vale scendendo al piano inferiore. Anche qui è molto questione di denaro che in un'epoca di crisi come quella attuale manca a tutti, non solo alle provinciali.

SCHIAFFI E FONDI, LA SERIE A LITIGA

Per averne conferma basta seguire la traiettoria delle vicende della Lega Serie A. Paolo Dal Pino e Luigi De Siervo sono appena stati confermati alla guida della Confindustria del calcio, a parole tutti gli applaudono per come hanno portato avanti l'asta per i diritti tv del triennio 2021-2024 (l'Italia rischia di essere l'unico campionato a non veder contrarre i ricavi) ma nella realtà si scannano sui punti nodali del progetto che voleva i fondi dentro il pallone tricolore per innovarne la governance oltre che sostenerne la crisi con l'immissione di soldi freschi.

Le ultime assemblee sono finiti a schiaffi, non solo metaforici. La spaccatura è verticale tra chi vorrebbe dare subito il via libera alla rivoluzione in streaming di Dazn, bloccando l'ingresso di CVC-Advent-Fsi (in prima fila la Juventus a trainare tutte le big tranne la Roma) e chi, invece, butta la palla in corner e non vorrebbe perdere la chance di spartirsi i 600 milioni della fetta iniziale dell'1,7 miliardi di euro messi sul piatto dai fondi.

I contrari hanno preso carta e penna e scritto una lettera al presidente Dal Pino per intimare una votazione rapida sulla questione diritti tv (Dazn vincerebbe a mani basse) e bocciando definitivamente l'ipotesi di creazione di una media company da condividere con i fondi interessati. I firmatari della missiva? Atalanta, Fiorentina, Inter, Juve, Lazio, Napoli e Verona. Sufficienti per far mancare la maggioranza necessaria di 14 su 20 ed affossare il progetto definendolo una "opportunità di sviluppo non più praticabile"

E' una storia di liti, cambi di casacca, telefonate e moral suasion verso gli indecisi: tutto molto italiano, ma anche tutto poco funzionale in un momento storico in cui la Federcalcio è obbligata a derogare in continuazione dalle sue regole per evitare problemi a chi non riesce a essere puntuale nel pagamento di stipendi e contributi.

Spettacolo poco edificante. Nulla di nuovo, in fondo. La differenza è che nel pantano in cui sono finiti, calcio e sport italiano rischiano in questi mesi di affondare quando, invece, servirebbero chiarezza di idee, rapidità nell'esecuzione e compattezza per cercare sponde in una politica raramente così lontana da campi, piscine, palestre e pendii innevati come lo è stata in questi mesi e minaccia di continuare ad esserlo.

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