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(Ansa)
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Politica

Il Recovery fund di Conte, un piano a coriandoli

Il documento approvato dal CdM contiene numeri e progetti che appaiono slegati, senza alcuna visione, senza un progetto complessivo. Specchio della pochezza del suo esecutivo


Il Piano nazionale di ripresa e resilienza, in sigla Pnrr, approvato dal Consiglio dei ministri nella notte del 12 gennaio (con l'astensione delle ministre di Italia Viva), incarna la promessa del grande rinnovamento immaginato dall'Europa con il suo programma Next Generation Eu? Risponderà alle esigenze del Paese? E sarà approvato dalla Commissione europea?

Bisogna intanto dire che trattandosi di un piano straordinario che deve dirottare una cifra enorme a vari settori dell'economia e della società italiana, è destinato a ricevere le critiche da chi si sente escluso o sottodimensionato. Quindi imprenditori, ambientalisti, docenti universitari, medici, avranno tutti qualcosa da recriminare.

Detto questo va riconosciuto che nella sua ultima versione il piano è stato migliorato, grazie anche alla pressione di Italia Viva: sono stati tagliati nettamente gli incentivi e aumentati gli investimenti, mentre i fondi per la sanità sono raddoppiato passando da 9 a 18 miliardi.

Va anche ricordato che rispetto ai piani presentati dagli altri Paesi, i grandi filoni di spesa del nostro Pnrr non sono particolarmente strani: nella versione precedente a quella definitiva, per esempio, gli investimenti green e digitali rappresentavano il 40,8% del totale, rispetto al 37% indicato come obiettivo dalla Commissione europea e al 42,7% della Germania. Sulla transizione digitale noi spenderemmo il 23% del totale rispetto a un target del 20% dell'Ue e al 37% messo in conto dalla Germania.

Fatte queste premesse, il piano messo a punto dal governo italiano ha parecchi difetti. Il principale è la proliferazione di misure, che rischia di minare l'effetto-shock che il Piano dovrebbe avere. Secondo Assonime, l'associazione fra le società italiane per azioni, per esempio, «affidare la trasformazione dell'economia italiana a una miriade di sussidi e di micro-interventi, sacrificando le infrastrutture e gli investimenti sulle reti (meno di 28 miliardi da investire), aspetti nei quali l'Italia mostra enormi ritardi», è un grave errore. Così come dedicare all'incentivazione dei pagamenti elettronici quasi la metà della dotazione di 10 miliardi per la digitalizzazione della pubblica amministrazione sembra un'occasione mancata.

Insomma, una grande fiume che si disperde in tanti rivoli. E per questa ragione potrebbe essere bocciato dalla Commissione.

Un altro aspetto critico è che rispetto al totale dei 127,6 miliardi di prestiti, una metà (64,5 miliardi) è destinata al finanziamento di nuovi progetti e l'altra metà (63,1 miliardi) sostituirebbe le risorse destinate a progetti già decisi. La ragione è che in questo modo lo Stato si indebita di meno, sfruttando i prestiti europei per finanziare cose che avrebbe comunque fatto emettendo titoli di Stato. Ma l'Italia perde così l'occasione di utilizzare al massimo la potenza di fuoco messa a disposizione dell'Europa: gli investimenti pubblici hanno un impatto sul Pil molto forte e il rilancio del Pil consente di ridurre il peso del debito sull'economia. Insomma, rischiamo di ripetere l'errore che gli italiani stavano facendo nel dopoguerra con il Piano Marshall, quando gli americani dovettero fare pressioni sul governo affinché spendesse quei soldi invece di pensare a metterli da parte nel terrore di indebitarsi. In sostanza, una grande piano ridotto a pezzetti e senza coraggio.

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