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Jurij Gagarin nel documentario «Primo viaggio alle stelle», presentato al Film Festival di Mosca nel 1961 (Getty Images).
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Costume

Gagarin, l'uomo che conquistò lo spazio

Sessant'anni fa l'astronauta russo fu il primo uomo a spingersi oltre l'atmosfera terrestre. Un'impresa che lo consacrò alla storia e fu usata dall'Unione Sovietica per rafforzare la propaganda contro gli Stati Uniti. Alla leggenda contribuì la scomparsa precoce dell'eroe del cosmo: un incidente mai completamente chiarito durante il collaudo di un Mig-15.


Il primo capitolo della «conquista dello spazio» cominciò con un imprevisto. A Jurij Gagarin che doveva essere lanciato fra le stelle scappò la pipì e fu costretto a risolvere il problema appoggiandosi alla ruota posteriore del pulmino quando già si trovava sulla pista di decollo. Non esistono «documentazioni» dell'episodio che, tuttavia, divenne patrimonio collettivo nel mondo degli astronauti al punto da essere ripetuto - come gesto scaramantico - per ogni missione spaziale. I cosmonauti del «dopo» - «copiando» Gagarin - si facevano tagliare i capelli due giorni prima della missione, bevevano un bicchiere di champagne la mattina della partenza e firmavano la porta della camera dove avevano passato la notte, prima di uscire per raggiungere la rampa.

Quel 12 aprile 1961 cambiò le prospettive fisiche. Il cielo da entità distante e distaccata diventò un oggetto quasi a portata di mano e Gagarin che, per primo, lo avvicinò alla terra fu ribattezzato «il Cristoforo Colombo delle stelle». Con l'esperienza del poi si trattò giusto di un saltello nell'universo: 108 minuti di tempo, utile per girare una volta intorno alla terra. Ma, per la storia, non conta né la quantità né la qualità del volo ma il fatto che si trattò del primo.

Gagarin aveva 27 anni. Era nato a Klušino, nella provincia di Smolensk, terzo di quattro figli di una famiglia contadina, impegnata in una delle fattorie collettive dell'Unione Sovietica di allora. Lui andò a lavorare in una fonderia a Lyubertsy, alla periferia di Mosca dove, frequentando la scuola serale per «giovani lavoratori» riuscì a diplomarsi. Si appassionò alla meccanica aeronautica, imparò a pilotare e venne selezionato per frequentare l'università. A giudizio degli insegnanti, poteva esibire una memoria prodigiosa e una velocità di pensiero assolutamente straordinaria.

Per questo, immaginando lo Stato sovietico di sfidare l'universo, venne selezionato fra 3.461 candidati che, rapidamente, si ridussero a 20. Fu necessario un anno di duro allenamento psicofisico, basato su prove di resistenza alle vibrazioni e alle alte temperature e la permanenza in una camera, in isolamento, con accelerazioni improvvise. Il 25 gennaio 1961 rimasero in sei e fra loro scelsero Gagarin. Il suo vice si chiamava German Titov, e rimase a disposizione fino al decollo.

Il giorno della missione, sveglia alle 5.30, i consueti esercizi di ginnastica, la colazione con un menu «spaziale» a base di carne tritata e marmellata quasi liquida. Infine, la vestizione. Gagarin indossò una calzamaglia intera che dava calore e sopra la tuta arancione, dotata di un sistema di pressurizzazione e ventilazione. In testa: un paio di cuffie e il casco con la scritta CCCP: l'Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche.

Alle 9.07 - ora di Mosca - dalla storica base spaziale di Bajkonur, in Kazakistan, si accesero i motori della Vostok (Oriente) cui aggiunsero anche il numero di «Uno». Secondo la ricostruzione dello storico Asif Azam Siddiqi, il responsabile di terra della missione, l'ingegner Sergej Pavlovic Korolëv, dovette sostenersi con un numero di medicine appropriate perché il suo cuore stava impazzendo di adrenalina per la tensione. Un fallimento, a quei tempi e in quelle terre, significava la fine di una carriera accademica e, addirittura, poteva portare direttamente in un gulag della Siberia.

Gagarin, invece, apparve a suo agio. Gli misurarono pressione (120 e 80). E il numero dei battiti cardiaci si fermò a 64 pulsazioni al minuto. Come se si fosse trattato di partecipare a una gara di ballo in un dopolavoro. Salì le scale verso il razzo e, sul portellone che si stava chiudendo, alzò la voce perché lo sentissero: «Si va...!». La navicella pesava quattro tonnellate e mezza, era alta 4,4 metri e disponeva di 16 serbatoi con ossigeno e azoto. Rispetto a quelle che sono seguite, quella del 1961 potrebbe sembrare una missione rozza.

L'astronave era guidata da terra: arrivò all'altezza massima di 302 chilometri e raggiunse la velocità di 27.400 chilometri. Gagarin non disponeva di comandi manuali. Poteva utilizzare soltanto una maniglia per orientare il visore ottico di una telecamera.
Dopo un volo che si sviluppò per meno di due ore, alla navicella venne tolta la forza propulsiva e cominciò a perdere quota. Non era previsto un atterraggio della capsula. Che andò a disintegrarsi chissà dove. A 7.000 metri d'altezza, il pilota venne espulso dall'abitacolo, si aprirono due paracadute e dolcemente arrivò - planando - alla periferia di Smielkova nella Russia occidentale.
Per la verità, atterrò in una stalla e si ritrovò sulla schiena di un vitello, dopo aver sfondato il tetto della fattoria. Ci volle qualche momento per tranquillizzare Anna Taktatova e sua figlia che pensavano all'invasione degli extraterrestri.

Nel clima della guerra fredda in corso fra Urss e Stati Uniti, quel successo venne utilizzato come elemento di propaganda, a sostegno di una presunta superiorità di Mosca su Washington. In questo senso, Gagarin rappresentò la prova vivente di una migliore tecnologia, organizzazione e capacità sovietica. Al punto che gli attribuirono dichiarazioni che, di volta in volta, si modificarono per adattarsi alle pur minuscole oscillazioni politiche del Politburo. Gli attribuirono l'affermazione che «in cielo non aveva trovato traccia di Dio». E assicurarono che, una volta atterrato, si schermì: era sicuro del successo perché «in ogni caso, il partito avrebbe provveduto».

In realtà, un'unica frase è certamente attribuibile a Gagarin. Dopo il decollo, guardando in basso, attraverso i vetri dell'oblò, esclamò: «Bellissimo... La Terra è blu». Terra che, da quel momento, diventò per tutti «il pianeta azzurro». Il primo astronauta, nella storia della conquista dello spazio, fu considerato un eroe da esibire. Gli fu conferita ogni onorificenza disponibile e ottenne l'investitura per partecipare ai lavori del Parlamento sovietico. Centinaia di istituzioni, teatri, scuole e corsi universitari gli furono intitolati.

Però, dopo il successo del primo volo, Gagarin non venne più utilizzato per successive missioni. Probabilmente, i vertici sovietici ritennero di non rischiare che un possibile fallimento offuscasse l'immagine vittoriosa del primo uomo che aveva sfidato il cielo. In effetti, giusto qualche anno dopo, la missione della Sojuz fallì tragicamente con la morte del colonnello Vladimir Komarov (considerato la prima vittima ufficiale nella storia dei voli spaziali).

Gagarin rimase in servizio nell'aeronautica e si schiantò in aereo, a 34 anni, il 27 marzo 1968. Era decollato dalla base sovietica di Chkalovskij, a bordo di un supersonico Mig-15. Con lui il collaudatore Vladimir Sergeevic Serëgin. S'interruppero le comunicazioni con la base e il velivolo precipitò nella campagna di Kirzac. Come prevedibile, la sciagura fu il pretesto per una serie di teorie complottiste secondo le quali l'incidente fu provocato per togliere di mezzo un personaggio che, per la sua popolarità, stava diventando scomodo.

Jamier Doran e Piers Bizony, per esempio, autori di una biografia assai accurata su Gagarin, sentenziarono che il servizio segreto sovietico Kgb, al fine di accertare le cause del disastro, operò «non solo a fianco dell'aeronautica militare e dei membri della commissione ufficiale ma anche contro di essi». Il quale Kgb in una serie di rapporti - declassificati nel 2003 - suggerì che l'accaduto si spiegava con una serie di equivoci intercorsi con il personale della base.

In particolare, un controllore del traffico aveva fornito a Gagarin «informazioni meteorologiche obsolete», assicurando cieli tersi mentre le condizioni climatiche si andavano rapidamente deteriorando. Per la realizzazione di quel tipo di collaudo era necessario tempo sereno in assenza del quale le prove correvano il rischio di diventare pericolose. Però, lo stesso Kgb, in un'altra relazione, ipotizzò che l'aereo si fosse scontrato con uno stormo di uccelli in seguito al quale precipitò, avvitandosi su se stesso. Certo, quando esistono due o più versioni, molto distanti fra loro, su fatti di per sé ambigui, significa che si vanno cercando giustificazioni abbastanza lontane dalla verità.

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