Burak Akbulut/Anadolu Agency/Getty Images
True
Inchieste

Bosforo, un canale non basta

Il passaggio strategico tra Europa e Asia potrebbe presto essere affiancato da un'imponente opera «gemella»: il nuovo Kanal Istanbul, subito soprannominato il «progetto folle». Voluto dal leader turco Recep Tayyp Erdogan per snellire il traffico navale (e ricavare un miliardo di dollari l'anno), è già contestato dagli scienziati e dal leader russo Vladimir Putin...


Inchieste

Santa Sede: un palazzo, molti veleni

Per il Vaticano l'acquisto dell'edificio londinese di Sloane Avenue, pagato centinaia di milioni di euro, diventa sempre più imbarazzante. Un report delle autorità antiriciclaggio europee e un memoriale del «mediatore» sott'accusa rischiano di coinvolgere le alte cariche finanziarie vicine al Papa.

True
Inchieste

Tutte tonache di rispetto

L'inquietante rapporto tra sacerdoti e criminalità è spesso organico. Come emerge da molte inchieste e da processi ancora in corso.

L'ultimo sacerdote che in un tribunale ha dovuto ammettere di aver consegnato la croce a un uomo d'onore è don Antonio Sorrentino, parroco di San Giorgio Morgeto, provincia di Reggio Calabria. Tre settimane fa è dovuto salire a Torino, dov'è in corso un processo in cui è imputata una famiglia accusata di aver esportato la 'ndrangheta ad Aosta, per una testimonianza scomoda: nel 2018 lui e i vertici della congrega che organizza la processione più importante in paese hanno avuto la sfortuna di estrarre a sorte, tra i tremila abitanti del piccolo centro dell'Aspromonte, un nome: Antonio Raso, 62 anni, ristoratore ad Aosta indicato dai magistrati antimafia come un uomo del cartello Nirta-Mammoliti, cognomi che, se pronunciati in quella zona della Calabria, fanno davvero paura. L'imprenditore è a giudizio con le accuse di associazione mafiosa e scambio elettorale politico-mafioso. Nel 2018, prima di finire dietro le sbarre, tornò in Calabria per le vacanze estive: «Scendeva in paese d'estate, come tutti gli emigrati», ha raccontato il sacerdote in aula.

E non era l'unico della combriccola aostana a frequentare la parrocchia di don Sorrentino. Un altro imputato è Marco Sorbara, ex assessore comunale ad Aosta e attuale consigliere regionale (sospeso). È accusato di concorso esterno. «E» racconta il prete «veniva per la festa di San Giorgio, da sempre. Ha sicuramente partecipato alla processione che si fa per il santo, il 23 aprile».

Che i padrini abbiano un'inquietante promiscuità con parrocchie e santuari, soprattutto in Calabria, Nicola Gratteri, il capo della Procura di Catanzaro riconosciuto come uno dei massimi conoscitori della 'ndrangheta, lo denuncia da sempre. «Non c'è alcun covo» ha spiegato Gratteri, che con Antonio Nicaso è autore di un pamphlet sull'argomento (Acqua Santissima, Mondadori 2013), «in cui manchi un'immagine della madonna di Polsi (il santuario calabrese un tempo usato in Calabria per i summit dei «mammasantissima», ndr) o di san Michele Arcangelo. Non c'è rito d'affiliazione che non richiami la religione. Chiesa e 'ndrangheta spesso camminano per mano».

D'altra parte, quando i carabinieri, nelle campagne calabresi di Anoia, hanno fatto irruzione nel rifugio del boss Gregorio Bellocco, detto Lupo solitario, ad accoglierli hanno trovato un evocativo murale: «Dio, proteggi me e questo bunker». Tra le immaginette, le pagelline votive, le scapolari e i santini che collezionava, e che gli sono stati sequestrati, ce n'erano alcuni, si racconta in paese, mandati in dono direttamente da un sacerdote. Gli investigatori che si sono occupati di stanare il latitante non riuscirono a individuarlo. Ma l'elenco delle tonache da zona grigia o, addirittura, in alcuni casi, con coppola e lupara è articolato.

L'ultimo a ricevere una condanna, in un processo che ha smantellato le interferenze della cosca Arena nella gestione del Centro di accoglienza per migranti di Isola Capo Rizzuto, in provincia di Crotone, è stato don Edoardo Scordio. Lo scorso 24 giugno la sua sentenza è stata di 14 anni e 6 mesi di reclusione. Un brutto colpo per la vulgata che propaganda come realtà effettiva lo spot di papa Francesco, che nel 2014 dalla Piana di Sibari ha scomunicato la 'ndrangheta.

D'altra parte, in Calabria, i rapporti a doppio filo tra tonache e capibastone vanno avanti da quasi un secolo e sono difficili da spezzare. La prima volta che un prete è stato sorpreso a baciare le mani di un mafioso risale al 1928: don Antonio Palamara, parroco di Solano, venne indicato in un rapporto dei carabinieri come uno che «per timore o per tornaconto» manteneva un atteggiamento «remissivo e compiacente verso i maggiorenti della mafia».

Da allora il numero di tonache considerate sporche è cresciuto in modo considerevole. Nel 1933 don Nicola Politi, parroco a Valanidi, costringe alle nozze una ragazza del posto con un giovane mafioso che l'aveva rapita. Il matrimonio, contro la volontà dei genitori di lei, raccontano i carabinieri in un rapporto dell'epoca, viene celebrato «nottetempo, onde frustrare le ricerche». Nel 1937, correva il quindicesimo anno dell'era fascista, il boss di Reggio Calabria Antonio Oliva decise di pentirsi. Scrisse al ministro di Grazia e giustizia Arrigo Solmi e gli parlò di don Vincenzo Quattrone, parroco della chiesa di San Giovanni Battista a Pellaro (Reggio Calabria), per giudicare il quale, secondo il malavitoso, «ci vorrebbe un tribunale a disposizione per un anno, che dovrebbe lavorare senza interruzione».

Ben altro tribunale si è trovato ad affrontare, insieme ad alcuni trafficanti di droga legati alla 'ndrangheta, don Franco Mondellini, soprannominato «don Coca». Ospite del monastero benedettino di Torrechiara, che solo per una coincidenza era intitolato a Santa Maria della neve, fu arrestato a Bogotà. Nell'ottobre 1991 la polizia di frontiera gli trovò quasi quattro chili di cocaina nascosti in una statuetta di legno della Madonna del Rosario.

Ad Africo Nuovo, centro alle pendici dell'Aspromonte, ancora oggi, a distanza di 20 anni dalla sua morte, se qualcuno nomina don Giovanni Stilo scatena reazioni contrastanti: c'è chi si straccia le vesti per testimoniare la sua vita da santo e c'è chi distribuisce articoli di giornale e sentenze in cui viene descritto come un uomo vicino alle cosche. Negli anni Settanta finì sulla copertina di un opuscolo dal titolo evocativo Il mitra e l'aspersorio, nel quale lo accusavano di essere un capo mafioso. Fu arrestato nel 1984, in un albergo di Montecatini, in Toscana, dov'era in vacanza.

Dopo anni di processi la Cassazione stabilì che non era un mafioso. Al più aveva qualche frequentazione con boss di grosso calibro. Il suo nome è riemerso di recente in un delicatissimo processo di Reggio Calabria ribattezzato «Stato parallelo».

Un commissario della Dia, Giuseppe Gandolfo, ha ricordato che fu don Stilo, con una telefonata, a far tardare di due ore la partenza di un aereo sul quale doveva salire un collaboratore dei servizi segreti: Francesco Pazienza, poi accusato di depistaggio nel processo per la strage di Bologna. Ora l'Enac, l'Ente nazionale per l'aviazione civile, conferma che effettivamente il 23 novembre 1980 un volo da Reggio Calabria verso Roma partì con due ore di ritardo. A distanza di quasi 40 anni non è più possibile recuperare la lista dei passeggeri, ma questa conferma viene considerata un dettaglio di non poco conto.

A Rosarno, invece, nella chiesa Maria Santissima Addolorata, c'è un prete, don Carmelo Ascone, che in paese tutti chiamano don Memè, che viene indicato da Gratteri come il parroco dell'arringa, perché, «citato a deporre il 20 luglio 2012 al processo all'Inside si spese in una appassionata difesa di tre imputati accusati di associazione mafiosa». Disse letteralmente: «Francesco Pesce è un mio amico, Domenico Varra è un gran gentiluomo e Franco Rao è una brava persona». Il pubblico ministero, indignato, abbandonò l'aula.

Don Graziano Maccarone, segretario particolare del vescovo di Mileto, e Nicola De Luca da Tropea, invece, un anno fa si sono trovati a fronteggiare un'accusa pesantissima: tentata estorsione aggravata dal metodo mafioso. Don Maccarone, stando alle ricostruzioni dell'accusa, avrebbe inviato messaggi a sfondo sessuale alla figlia disabile di un debitore, per poi invitare la ragazza in un albergo, evocando altrimenti l'intervento del clan Mancuso. Entrambi sono stati difesi a spada tratta dalla Diocesi, che ritiene quelle accuse «false».

Le infiltrazioni delle «famiglie» catanesi tra le coop bresciane, invece, sono state confermate a Brescia, dove un mese fa è stato condannato in via definitiva a un anno di reclusione don Giuseppe Moscati, prete di Visano. Il sacerdote, agevolando i clan, aveva emesso false fatture con la sua società di produzioni musicali. Prima di finire nei guai faceva il cantautore. Ma occhio a non chiamarlo «cantante», che nel gergo della mala indica chi ha deciso di pentirsi. Lui al processo ha tenuto la bocca chiusa.

True