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Tecnologia

Cosa farà Uber in Italia

I bilanci degli esperimenti in corso, quelli che potrebbero partire, le regole da cambiare. L'incontro con Lorenzo Pireddu, numero uno dell'azienda in Italia

Se c'è un merito che deve essere dato a Uber in Italia, è stata la caparbietà, l'ostinazione, quando altri probabilmente avrebbero levato le tende. La giustizia blocca il servizio Pop, quello che consente alla gente comune di essere pagata per scarrozzare passeggeri sulle loro auto, allora l'azienda americana si concentra sulla sua offerta premium, con macchine tirate a lucido e autisti super professionali.

I tassisti sono comunque scontenti, si sentono minacciati, lamentano quote di business erose, allora Uber si offre di allearsi con loro, a cominciare da Torino, aprendogli la piattaforma per raccogliere corse. Per portargli nuovo lavoro. «E l'esperimento sta funzionando», assicura Lorenzo Pireddu, da pochi mesi responsabile tricolore dell'ex start-up dei miracoli, che oggi ha una capitalizzazione da oltre 60 miliardi di dollari, è disponibile in più di 700 città in 65 Paesi e ha all'attivo 15 miliardi di viaggi.

Formazione in Bocconi, prolungate esperienze all'estero tra Amsterdam e Los Angeles, modi affabili e diretti, Pireddu dà l'impressione di essere un pragmatico. Di andare oltre le solite risposte preconfezionate. E infatti ci dice: «In Italia siamo bloccati da leggi vecchie. Non tengono conto delle piattaforme tecnologiche». E l'impressione è che anziché fare passi in avanti, si vada ancora più indietro: «La circolare dello scorso anno che prevede per le auto a noleggio il ritorno in rimessa prima di un nuovo viaggio è anacronistica. Vorrebbe combattere l'abusivismo, però la soluzione non è rientrare in garage e compilare un foglio cartaceo».

Lei cosa propone?

«Grazie a piattaforme come la nostre si può facilmente sapere dove si trova una macchina, che percorso ha fatto, chi sta trasportando e dove. L'abusivismo si combatte con la tecnologia. Inoltre, obbligare una vettura a rientrare in garage dopo ogni corsa non mi sembra una soluzione efficiente sul piano della sostenibilità ambientale».

Di cambiare le regole se ne parla da troppo, siamo sempre fermi allo stesso punto.

«La volontà c'è, il Governo si è impegnato a rivedere la legge, però non è semplice, ci sono tanti attori coinvolti».

Nel frattempo, perché non tentate di allargare il vostro business, per esempio offrendo servizi su misura, come accompagnare mamme e bambini a scuola? All'estero trasportate persino gli animali.

«Ci sarebbe una domanda per questo tipo di proposte, ci abbiamo pensato, il problema è che il numero di licenze è bloccato. Se siamo operativi con Uber Black solo a Roma e Milano è perché abbiamo costruito il nostro successo su un servizio sicuro, affidabile, semplice e sempre disponibile. Non avrebbe senso diluire ulteriormente le macchine per diversificare l'offerta. Come non lo ha avuto finora aprire in città in cui la domanda sarebbe sproporzionata rispetto all'offerta, dunque costringeremmo i nostri utenti a lunghe attese e a tariffe troppo elevate».

Invece avete deciso di fare un passo nel terreno della mobilità leggera, con il servizio Jump a Roma.

«Ed è stato un successo. Abbiamo registrato 100.000 viaggi solo nel primo mese dal lancio. Abbiamo un gruppo di 50 cicloamatori che di notte fanno la manutenzione delle bici, le concentrano dove c'è più richiesta, sostituiscono le batterie, riparano i mezzi».

Nella capitale chi aveva tentato la strada del bike sharing si è arreso. Visti i mezzi vandalizzati, distrutti, trattati senza cura, ha deciso che non ne valeva la pena. Perché a voi è andata diversamente?

«Per la collaborazione che abbiamo costruito con l'amministrazione locale e, probabilmente, per la nuova coscienza che si è sviluppata nei cittadini. Alla luce di com'è andata a finire l'ultima volta, hanno capito che certe soluzioni vanno trattate con cura perché sono nell'interesse di tutti. Anzi, possono aiutare a plasmare il futuro delle città».

In che senso?

«Grazie alle nostre tecnologie possiamo vedere quali sono i percorsi più battuti, dove si concentrano le richieste, in quali tragitti avrebbe senso mettere una pista ciclabile. Siamo ben felici di condividere questi dati con il comune. E non è l'unico esempio in cui Uber può contribuire a costruire una smart city».

Ne faccia un altro.

«Pensi all'auto senza pilota. Deve essere capace di valutare mille fattori in ogni istante, adattarsi sia ai percorsi di montagna che di campagna. Con Uber, si potranno mettere su strada su itinerari consueti, frequenti, per cominciare urbani. Ci saranno sempre delle variabili impreviste da considerare, ma saranno inferiori perché il tragitto sarà il medesimo».

Le bici a Roma sono un punto di partenza? All'estero fornite anche i monopattini.

«Siamo interessati anzi già stiamo partecipando alle gare lanciate da varie città per questo tipo di offerta. Roma non rimarrà un caso isolato».

uber-pireddu Lorenzo Pireddu, country manager di Uber in ItaliaUber

All'estero c'è anche Freight, che porta la vostra esperienza nel settore della logistica. C'è margine da noi?

«È un terreno interessante, dove la tecnologia per ora è entrata poco. E infatti circa il 30 per cento dei camion, oggi, fa viaggi a vuoto. Moltissimi sono semivuoti. Ci sono le prime piattaforme che tentano di riempirli offrendo servizi convenienti, penso sia un segmento che Uber possa esplorare anche in Italia. È partito dall'Olanda, ha un programma di espansione molto ambizioso. Si è esteso alla Germania, alla Polonia, al Belgio. Ha un impatto ambientale positivo».

Da noi avete invece già lanciato il servizio Eats.

«È presente in quattordici città. Si tratta di un mercato ad alto potenziale, in crescita, dove c'è spazio per vari operatori. È perfettamente coerente con quello che facciamo: spostare persone o cose nella maniera più efficiente possibile».

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