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Bimba muore per un gioco su TikTok. Il problema morale ed etico dei Social Media

La morte, assurda, di una bimba di 10 anni rilancia l'allarme sulle norme con cui regolare i social, potenziali pericoli per i più giovani e fragili

La tragica notizia che ha fatto il giro delle prime pagine negli ultimi giorni e che ha visto una bambina di soli 10 anni vittima dell'ennesima follia da Challenge social riporta in auge la questione di come e se queste piattaforme debbano essere in qualche modo regolamentate. Ma forse la questione è un po' più profonda di così…

Sicuramente i fatti di Palermo sono una storia di ordinaria follia, la piccola si è legata la cintura alla gola per partecipare su TikTok alla cosiddetta Blackout challenge, una prova di soffocamento estremo. Una prova che si è trasformata in tragedia.

"Nonostante il nostro dipartimento dedicato alla sicurezza non abbia riscontrato alcuna evidenza di contenuti che possano aver incoraggiato un simile accadimento, continuiamo a monitorare attentamente la piattaforma come parte del nostro continuo impegno per mantenere la nostra community al sicuro" ha commentato un portavoce di TikTok.

"Non consentiamo alcun contenuto che incoraggi, promuova o esalti comportamenti che possano risultare dannosi. Utilizziamo diversi strumenti per identificare e rimuovere ogni contenuto che possa violare le nostre policy".

Il dibattito

Il cordoglio per la vicenda e - naturalmente – commenti e riflessioni sull'accaduto sono un catalizzatore naturale per la classica tempesta contro i social e contro il loro ruolo in fatti così tragici.

Chi chiede censura, chi controlli più stringenti chi auspica che questi vengano del tutto vietati per le categorie dei minori.

E come ogni volta che viene aperto questo discorso, ogni ragionamento ed elucubrazione in merito finisce sempre per scontrarsi con l'ostacolo finale e – apparentemente – insormontabile del "come?".

Come fare a bloccare contenuti pericolosi? Come decidere chi può pubblicare e chi no? Come fare ad impostare parametri affidabili? Come può un contenuto essere "corretto" o "scorretto"?

Tutte domande che inevitabilmente aprono un vero e proprio estuario ramificato di ipotesi, congetture e linee di pensiero differenti.

Teorie che si devono anche scontrare con la reazione "urlata" di tutta quella parte degli utenti che vede ogni tentativo di censura come un attacco alla propria libertà di espressione e di pensiero.

Stiamo perdendo il controllo?

Ma non dobbiamo dimenticarci una cosa: per il momento tutte queste domande vanno rivolte a entità private… un dettaglio di non poco conto.

L'impatto trasformativo che i social media hanno avuto sulla Res Publica e sulla cultura popolare negli ultimi dieci anni è innegabile. Tuttavia la loro crescita quasi incontrollata ha di fatto messo nelle mani di poche organizzazioni (che si tratti di Facebook, Twitter o appunto TikTok) un potere di arbitrio su morale ed etica di cui fino a qualche anno fa solo lo Stato era custode.

Abbiamo una nuova rotativa tra le mani, ma è un'invenzione che porta in dote implicazioni con le quali società e i governi stanno appena iniziando a fare i conti.

Paradossalmente viviamo in un'epoca in cui l'ayatollah iraniano ha un account Twitter, mentre all'ex presidente degli Stati Uniti non è concesso avere uno. Giusto o sbagliato? Questo lo decide una società quotata in borsa.

Il futuro dei social media deve diventare un discorso politico. Forse un'opinione "scomoda", ma probabilmente inevitabile.

Una maggiore regolamentazione e trasparenza potrebbe essere la soluzione per garantire che i social media siano un ambiente online sicuro, ma aperto.

Raggiungere questo obiettivo sarà una sfida significativa. Stiamo entrando in una nuova era nel nostro rapporto con la tecnologia; dobbiamo essere in grado di definire cosa sono e cosa non sono i social media. Dato che ora sono una parte così cruciale della nostra quotidianità.

Ma come considerare allora i social? Uno strumento? O dovremmo vedere le aziende di social media come editori, simili ai giornali - e quindi responsabili di tutto ciò che pubblicano?

Probabilmente, nessuna delle due opzioni è adatta. La realtà è che ritenere le aziende responsabili per ogni pezzo di contenuto pubblicato distruggerebbe completamente la loro stessa raison d'etre.

Comunque si classifichino i social media, una cosa è chiara: come per altre forme di comunicazione di massa, i governi democraticamente eletti devono svolgere un ruolo attivo nella loro regolamentazione; non possono permettersi di fare i "pompieri" e di andare a spegnere le fiamme quando la città è già in fiamme.

Non dobbiamo dimenticare che lo scorso 22 dicembre il Garante Privacy ha aperto un procedimento su TikTok, proprio in merito alla protezione dei minori.

La piattaforma, pochi giorni dopo, ha messo una stretta ai profili degli 'under 16'.

Non possiamo abbassare la guardia….

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