Donald Trump
(Ansa)
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Se protesti con violenza ti cancello

La Rubrica "The Lob"

È giusto che la nostra rabbia sia regolata da un algoritmo? La domanda è complicata e speriamo di non porcela dopo la notte del 3 novembre. Il giorno dopo le elezioni per decidere chi sarà l'uomo più potente del mondo, in caso di proteste, caos e violenze, Facebook potrebbe modificare il proprio algoritmo, mostrandoci determinate cose e nascondendocene altre.

Andiamo con ordine. E partiamo con Bruno Vespa. È un conduttore, e modera: in base alla sua sensibilità e deontologia, è chiamato ogni sera a condannare e/o censura nei confronti delle intemperie o delle inesattezze dette dai politici nel suo studio. Ma i tempi cambiano, e la sua attività sta passando anche nelle mani di burocrati e dirigenti massimi dei big player online. I quali, stanchi delle continue critiche sulla permissività quasi anarchica delle loro piattaforme, hanno deciso di passare al contrattacco.

La Rubrica, "The Lob"

I primi sono stati quelli di Snapchat, a giugno: hanno annunciato che nasconderanno dalla sezione Discover i contenuti pubblicati da Donald Trump. I secondi sono stati quelli di Twitter, che hanno iniziato a segnalare i post "contenenti inesattezze" di The Donald. Ad agosto per esempio ne ha segnalato uno in cui il Presidente sosteneva che gli elettori potrebbero contrarre il coronavirus soltanto inserendo la scheda elettorale nelle cassette postali. "Sono affermazioni fuorvianti sulla salute che potrebbero potenzialmente dissuadere le persone di recarsi alle urne", ha detto. Conseguenza: quel tweet rimarrà online perché "è nell'interesse pubblico", ma gli utenti non potranno retwittarlo, commentarlo o apprezzarlo con un "like". Ancora prima aveva segnalato un tweet con cui Trump postava un video contenente teorie strampalate sul virus (qualcosa come "I bambini sono immuni").

La stessa cosa ha fatto Facebook, il 5 agosto, rimuovendo il video dal profilo del Presidente. "Falsità", la motivazione della censura. Di fatto, dopo migliaia di critiche da parte degli stessi dipendendi della società, è stata la prima volta in cui il social ha rimosso un contenuto del profilo del presidente. Ora, Mark Zuckerberg ha approntato un piano d'emergenza per i giorni, e i minuti, immediatamente successivi alle elezioni del 3 novembre. Ha fatto stilare al suo team di esperti un report di scenario per il dopo-voto. Il rischio maggiore, visti anche gli annunci di Trump dei giorni scorsi, è quello di un "boicottaggio" del risultato: in caso di sconfitta Trump potrebbe usare le sue piattaforme (Facebook e Instagram su tutte) per delegittimare il responso delle urne e usarle come megafono per iniziare da lì una sua resistenza. Fantapolitica? Tutt'altro.

Secondo il Wall Street Journal, Mark avrebbe fatto creare un vero e proprio protocollo d'emergenza da attivare nel caso di tensioni e violenze in strada. Facebook potrebbe "girare" la manopola del suo algoritmo, ovvero quella formula che ci mostra alcune cose al posto di altre nel nostro feed. Farebbe due cose. Primo, stringerebbe ancora di più le maglie sui contenuti di incitamento alla violenza o provocatori, che potrebbero sfociare in proteste di piazza. Secondo, rallenterebbe artificialmente la diffusione di contenuti virali di dubbia provenienza.

Il timore, non tanto nascosto, è di un nuovo pasticcio sul conteggio dei voti espressi per posta, quest'anno più numerosi che mai visto il virus. Questi voti saranno processati in ritardo rispetto a quelli effettuati di persona e sono già stati "criticati" da Trump come strumento di fantomatici brogli da parte dei democratici. Il rischio è che nei giorni successivi una parte festeggi in anticipo, e un'altra rifiuti il risultato, invitando tutti a scendere in piazza.

Le elezioni Usa sono un test. I giorni del World Wild Web, il web selvaggio in cui chiunque (compresi i politici) possono scrivere quello che vogliono, sono sotto attacco. Tutte le piattaforme si stanno attrezzando, iniziando dall'uomo più potente del mondo. È una buona cosa? Come tutte, non lo è mai in modo totalizzante. Il fatto che un miliardario possa decidere cosa è esatto e cosa meno, e che faccia da filtro tra un capo di Stato e i suoi milioni di elettori (almeno sulla piattaforma che lui possiede) pone domande, più che risposte certe. Giuristi, esperti di privacy online e costituzionalisti di tutto il mondo avranno il loro da fare nei prossimi mesi per rispondere alla domanda. Un post dopo l'altro.

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