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Social network

Perché Facebook abbandona il riconoscimento facciale e cancella i dati di oltre un miliardo di utenti

Il social network di Mark Zuckerberg fa sapere che eliminerà le informazioni associate alle foto e ai video che permettono di indentificare più di un terzo dei suoi iscritti. Viene meno una funzione controversa che ha sollevato parecchi dubbi sul piano della privacy

Dopo il nome, Mark Zuckerberg vuole cambiare anche passo. A pochi giorni dall'annuncio di metamorfosi della sua azienda da Facebook a Meta (invariata invece la nomenclatura dei servizi, da Instagram a WhatsApp), un annuncio importante coinvolge e in parte sconvolge le liturgie del social network principe e primigenio: Facebook abbandona il riconoscimento facciale.

Non lo utilizzerà più per capire che siamo proprio noi dentro un'immagine o per suggerirci quali amici aggiungere in automatico, senza fare la fatica di taggarli uno alla volta. Di più: non solo pensionerà l'opzione, ma cancellerà dai suoi server tutti quegli incroci di dati che danno modo al sistema di comportarsi da segugio e indovino. Di individuare l'amico, il familiare, chiunque faccia parte della nostra bolla.

La portata della strategia sta nei numeri contenuti nella notizia pubblicata poche ore fa e firmata da Jerome Pesenti, il vicepresidente con le deleghe all'intelligenza artificiale. Salteranno i «facial recognition templates», un patrimonio informativo associato a oltre un miliardo di utenti, sia per le immagini, che per i video. La quota comprende più di un terzo degli iscritti attivi ogni giorno, quelli che per abilitare la funzione del riconoscimento, hanno acconsentito di essere riconosciuti a loro volta.

A costo di sembrare ridondanti o troppo didascalici: Facebook non eliminerà nessuno scatto o filmato, ma quei dettagli tecnici che consentono al social network di sapere, da solo, chi c'è dentro una foto o una clip. La conseguenza sarà un automatismo in meno sulla piattaforma: addio suggerimenti, dovremo aguzzare la vista e far viaggiare le dita. Agire manualmente, una testa per volta. Non potremo più stupirci della magia del software, che riconosce il compagno di classe invecchiato malissimo o l'amico d'infanzia coetaneo di fatto, molto poco d'aspetto. Ma il punto, il nodo, sta proprio qui: il meccanismo, vista la sua accuratezza, la sua pervasività, era una potenziale minaccia sul piano della privacy. Un archivio geniale e generale, un'enciclopedia globale di volti.

Ne pagheranno forse più di tutti le conseguenze le persone non vedenti o ipovedenti, che potevano farsi descrivere e raccontare chi compariva in un'immagine, senza riuscire a distinguerne pienamente i contorni. Pure questo servizio inclusivo salta. Ma è un prezzo che Facebook, pardon Meta, si sente di pagare. D'altronde, sta mettendo in piedi un'enorme operazione trasparenza (e simpatia), quindi pone l'enfasi su come e quanto agisca di sua spontanea volontà, proattivamente, per accendere luce sulle sue zone d'ombra, specie quelle storiche.

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Lo ricorda in un'analisi anche il New York Times: il riconoscimento facciale è stato tra gli imputati principali di provvedimenti che sono costati alla società californiana multe miliardarie (briciole visti i suoi bilanci, ma questo è un altro discorso); ha dovuto sborsare altri 650 milioni di dollari per una class-action condotta nello stato americano dell'Illinois, dove le norme non sono benevole verso chi manipola dati biometrici, inclusa la «geometria facciale». Invece l'impero di Zuckerberg lo avrebbe fatto senza troppe remore e complimenti. O, come minimo, con approccio un po' confusionario, come ha rilevato l'Electronic Privacy Information Center, un gruppo di ricerca legato a tematiche di interesse pubblico con sede a Washington.

Ora no, ora non più, scordiamoci il passato. Meta, macchina del metaverso, vuole esserlo pure della chiarezza, dell'etica cristallina, garibaldina contro la vecchia versione di sé stessa: «Ogni nuova tecnologia porta con il suo potenziale sia benefici che preoccupazioni e noi vogliamo trovare il giusto equilibrio» si legge nel testo firmato da Pesenti. Da cui, però, s'intravede una direzione, si desume una traiettoria: il riconoscimento facciale non è bandito per sempre, si dissocia dal connubio con foto e video, potrebbe rivedersi altrove. Uscire dalla porta, rientrare dalla finestra del login.

«Può essere particolarmente prezioso quando la tecnologia funziona in maniera privata sui dispositivi di una persona. Questo metodo di riconoscimento sul dispositivo, che non richiede la comunicazione dei dati del viso con un server esterno, è oggi comunemente utilizzato nei sistemi utilizzati per sbloccare gli smartphone» ricorda Pesenti. Su Facebook il viso potrebbe tornare come password. Non come carta d'identità potenzialmente accessibile a qualunque contatto si ritrovi sullo schermo il nostro faccione immortalato per caso o desiderio.

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