Mark zuckerberg facebook
(Getty Images)
Mark zuckerberg facebook
Social network

Facebook Down è il segno della potenza di Mark Zuckerberg

Lo stop forzato di Instagram, WhatsApp e del social network più popolato del web ha bruciato tanti soldi, scatenato le proteste degli utenti ma al contempo riconosciuto l'enorme peso delle piattaforme e del suo proprietario

Bloccato Facebook ed i suoi fratelli, ieri si è fermato il mondo. La lezione che ci ha lasciato l'improvviso blackout del regno di Mark Zuckerberg è il suo incalcolabile valore e la nostra dipendenza da esso. Se finora avevamo dovuto fare i conti con un blocco, anche più lungo delle sette ore di stop registrate in quest'ultimo caso, di una delle piattaforme che fanno capo a Facebook Inc., il prolungato malfunzionamento simultaneo di Instagram, Facebook, Messenger, Oculus e soprattutto WhatsApp ci ha lasciato nudi e in preda all'incomunicabilità.

Se i più scafati hanno trovato un rifugio sicuro in Telegram e Signal, popolari ma non confrontabili per numeri e frequenza d'uso con WhatsApp (almeno nel mondo occidentale, dove l'app di messaggistica acquisita nel febbraio 2014 da Facebook per 19 miliardi di dollari è dominante), e Twitter abbia vissuto il suo giorno di gloria con un record di traffico dovuto proprio all'arrivo degli utenti in preda alla disperazione per il forfait delle applicazioni che fanno capo a Facebook, centinaia di milioni di persone si sono ritrovate senza un canale, semplice, efficace e veloce, per dialogare con gli altri. E non si tratta di tempo libero e frivolezze, bensì di conversazioni di lavoro e dettagli di processi produttivi che, passando da WhatsApp, saltano e finiscono in un vicolo cieco nel momento in cui l'app non risponde più ai comandi.

Oltre alle aziende che investono su Facebook e Instagram, dai quali quindi dipende in toto la loro esistenza (perché senza i due social quelle aziende non esisterebbero, almeno non per come sono strutturate oggi), i più penalizzati e in preda alla rabbia sono stati i più giovani, gli under 20 che sono nati con i social media quando gli SMS erano già uno sbiadito ricordo superata dal tempo. L'impossibilità di disporre della propria bacheca li ha tagliati fuori dal mondo, quello virtuale che assume sempre di più i contorni di quotidiana realtà per tutti, ricordandoci due punti sottovaluti, taciuti perché spesso (volutamente?) dimenticati. In maniera più o meno consapevole, dati personali alla mano, ci siamo affidati completamente a dei canali che scandiscono le nostre vite e hanno trasformato il modo di comportarsi e di relazionarsi con gli altri. La conseguenza diretta è che chi gestisce queste piattaforme gode di un potere enorme, perché può accendere e spegnere la luce sul mondo social, che per centinaia di milioni di persone è diventato sinonimo di internet e perimetro assoluto che definisce l'intera esperienza digitale.

Sull'egemonia di Mark Zuckerberg si è scritto molto e di tutto, da ore rimbalzano sui vari siti americani cifre astronomiche che il blackout di Facebook e company avrebbe bruciato (Bloomberg parla di 160 milioni di dollari per ogni ora di interruzione dei servizi, con le azioni Facebook che hanno registrato un -5% alla Borsa di New York), riducendo il patrimonio di un padre padrone che sullo scacchiere internazionale ha ormai un peso superiore alla stragrande maggioranza di capi di stato e uomini d'affari: vogliamo ancora credere che un premier italiano, spagnolo o canadese abbia maggior voce in capitolo sulle sorti del mondo e di chi lo abita di uno come Zuckerberg? E il concetto si potrebbe allargare ad altre figure simbolo delle 5-6 compagnie che hanno in mano il mondo, non solo tecnologico.

Il blackout del 4 ottobre 2021 resterà nella storia, non solo del web, perché il #Facebookdown ha dimostrato paradossalmente la grandezza e l'insostituibilità di un mezzo al quale nessun potente o influencer a caccia di visibilità e riconoscimento a livello globale può rinunciare. E se continueranno le battaglie tra il gruppo e il Congresso americano da una parte e l'Unione Europea dall'altra, forse è arrivato il momento di riconoscere a Mark Zuckerberg quell'importanza suggellata una volta di più proprio dal blocco imprevisto e prolungato dei suoi asset. In virtù della leggerezza con cui abbiamo regalato i nostri dati e il nostro tempo al regno di Facebook, siamo noi ad aver costruito le fondamenta di un castello che non possiamo né vogliamo più abbandonare, accorgendoci solo dopo esser andati a sbattere che tuttavia anche il sistema Zuckerberg può andare in tilt. A dimostrazione che affidarsi totalmente a tecnologia, algoritmi e intelligenza artificiale senza aver approntato un piano B, meno tecnico e dipendente da qualcosa o qualcuno, può giocare brutti scherzi. Ricordiamocelo, così la prossima volta saremo più preparati e meno paurosi del buio digitale.

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