Chi vuole, e perché, la guerra sui social dopo la morte di Willy Monteiro
(Ansa)
Chi vuole, e perché, la guerra sui social dopo la morte di Willy Monteiro
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Chi vuole, e perché, la guerra sui social dopo la morte di Willy Monteiro

L'orrendo omicidio del giovane è diventata pretesto per scatenare una guerra sui social a colpi di troll. Per qualche follower in più e per motivi politici

Non c'è dubbio che il caso della morte di Willy Monteiro Duarte sia una delle storie più controverse e discusse delle ultime settimane nel nostro Paese.

Ma senza voler aggiungere una voce in più al coro assordate di opinionisti, politici o influencer che hanno trattato e stanno trattando la tragedia, vorrei mettere i riflettori su un aspetto più "analitico" della vicenda.

Come questo episodio increscioso di cronaca, al di là dei dettagli, sia diventato un pretesto per dare vita ad un vero e proprio campo di battaglia digitale sui social media.

Perché se è vero che non possiamo ignorare il lato puramente sociale della vicenda - una storia di degrado, violenza e dei problemi della periferia romana messa davanti agli occhi di tutti dalla brutalità dei fatti accaduti - è anche vero che attorno alla vicenda si è infiammata una vera e propria battaglia social fatta di fake news, troll e altro ancora…

È curioso osservare come non appena la storia ha tristemente raggiunto la prima pagina di giornali, telegiornali e portali news online, sui social – in particolare Facebook e Instagram – vi sia stata un'esplosione di figure e account pronti ad osannare i fratelli Bianchi o viceversa.

Provocazione? Disagio? Voglia di mettersi in mostra?

È difficile stabilire con certezza cosa si cela dietro queste figure, potremmo fare diverse ipotesi.

C'è chi ha solo come obbiettivo di portare traffico sul proprio sito o blog. Un'attività magari non proprio eticamente limpida, ma comunque una pratica accettata. Si fa leva sui commenti di post social per raccogliere click e generare un minimo di profitto da pubblicità e banner.

Poi abbiamo altre due categorie di "attori" coinvolti nella fucina della cronaca.

Dai semplici edonisti in cerca di controversie e consensi, che cercando di cavalcare l'onda del furore popolare per guadagnare followers ed engagement del proprio profilo, ai veri e propri fomentatori d'odio.

Un fenomeno già visto, in scala decisamente più ampia, qualche anno fa in occasione delle elezioni per la Casa Bianca che hanno visti contrapposti l'attuale POTUS Donald Trump e la rivale democratica Hilary Clinton.

Dall'altra parte dell'oceano, le troll farm russe, al soldo – apparentemente – del Cremlino avevano sistematicamente inondato i social americani di fake news, in una campagna di disinformazione volta a generare entropia nella coscienza degli aventi diritto di voto americani.

Ovviamente, paragonare il caso Willy con le elezioni della "prima democrazia al mondo" sembra azzardato a livello di scala e soprattutto per tematica e per impatto emotivo

Ma non dobbiamo dimenticarci quante connotazioni politiche la vicenda abbia già acquisito, vuoi per l'apparente vicinanza agli ambienti dell'estrema destra dei protagonisti in negativo, vuoi perché anche in Italia si comincia a capire come la vera cassa di risonanza "del popolo" oramai non siano più le piazze fisiche, ma quelle digitali.

L'Italia sta cominciando a scoprire il mondo dell'Hate Speech contestualmente alla forza subdola dei social. E non è stata una bella scoperta.

Dobbiamo, insomma, fare i conti con gli eserciti dei "troll"

Chi è "il troll"?

Per capire cosa si cela dietro queste figure dobbiamo mettere subito in chiaro che il troll ha solo un obiettivo: il disturbo.

Spesso i contenuti usati sono provocatori, irritanti, senza senso e fuori contesto. Cercare l'interazione con l'altro utente in maniera aggressiva è solo una copertura per permettergli di perseguire il suo reale scopo, molto più subdolo, ovvero quello di aggregare altri internauti contro qualcosa o qualcuno. Questi Troll possono essere utenti reali, utenti fittizi/falsi o ancora account rubati e gestiti da terze parti.

La loro arma principale oltre al generare appositamente controversie? Le fake news. Una volta le chiamavamo "bufale"; si tratta delle classiche notizie false e distorte create ad hoc per suscitare reazioni "emotive" in chi le legge.

Ma per generare entropia a volte non servono neppure queste notizie costruite ad hoc. Nel caso dei fratelli Bianchi, per esempio, sin dalle prime ore sono circolate immagini e screenshot di presunte conversazioni compromettenti tra i componenti del "gruppo" – assolutamente false – che hanno immediatamente fatto il giro della rete.

Ma come fanno i troll a dare forza al proprio messaggio d'odio?

Sarà per loro sufficiente creare una serie di profili falsi che verranno utilizzati proprio per ricondividere (reshare) il primo messaggio di Hate speech. Ovviamente se questi profili falsi aggiunti sono stati costruiti con un network mirato di amici sconosciuti dei social network, la forza e potenza dell'operazione aumenterà in maniera esponenziale al numero delle connessioni. Se a questo viene aggiunto il giusto hashtag, in breve tempo la fake news prenderà trazione e diventerà un fenomeno autosostenuto.

Difficile? Assolutamente No!

Nel Dark Web – la parte oscura di internet dove si aggirano i Criminal Hacker – è possibile acquistare schiere di "follower" fittizi in grado di ricondividere i post dei troll e aumentarne il numero dei like.

Il prezzo di questa operazione di manipolazione dell'opinione pubblica? 5 dollari per 2000 retweet; 6 per 2000 like su Facebook; 22 dollari per 20mila follower su Instagram…

Insomma, nel dolore e nello sdegno che la vicenda di Colleferro ha causato, dobbiamo comunque stare attenti a ciò che leggiamo e da chi decidiamo di prendere le nostre informazioni.

Potremmo anche non accorgerci di essere manipolati inconsciamente…

"Per me odioso, come le porte dell'Ade, è l'uomo che occulta una cosa nel suo seno e ne dice un'altra." (Omero)

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