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Picnic
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Tecnologia

Abbiamo assaggiato la pizza fatta da un robot

Picnic è una macchina che ne prepara circa 300 l'ora, ciascuna con gli ingredienti preferiti scelti dai clienti. Ecco come funziona e che sapore ha la sua pizza

da Las Vegas

Buona è buona. O meglio discreta, diciamo accettabile, con il cornicione alto però non difficile da tagliare e la tradizionale quantità di formaggio esagerata. Chi ama il genere, la pizza americana, non sentirà alcuna differenza rispetto a un prodotto preparato a mano. Almeno se non fa troppo caso al suo aspetto estetico.

Già, perché un difetto, che poi un difetto non è bensì una caratteristica evidente, questa fumante delizia ce l'ha: è una pietanza matematica, prodotta in serie. Tutta algoritmi, niente anima, figuriamoci core. La pizza sfornata da un robot non lascia spazio all'improvvisazione, trasmette rigore, geometria, standardizzazione.



È una somma predeterminata di una certa quantità di pomodoro spruzzato in cerchi piccoli, uno sovrapposto sull'altro, una spolverata generosa di latticini, fette di salame disposte ordinatamente qui e lì, condimenti calibrati al millesimo. Si assembla l'insieme, poi via alla cottura per il minutaggio che serve, anch'esso frutto di un calcolo, non di una stima a occhio. È forse un filo stracotta, ma dicono che agli americani faccia gola così. Croccante e qui e lì bruciacchiata.

Eccoci davanti a Picnic, nome appetitoso, rassicurante, per un pizzaiolo che scompare e diventa container cubico, sistema di sensori, ugelli e tubicini. In sintesi, catena di montaggio. Il macchinario rileva la dimensione esatta dell'impasto che viene posto sul suo rullo, lo guarnisce un passaggio alla volta. E quanti sono questi passaggi? Ottima domanda. La risposta, per usare un altro termine gelido, è che il processo è modulare. Dei grossi serbatoi di ingredienti se ne possono mettere tanti, a volontà, uno a fianco all'altro. Non un'infinità, questo no, ma abbastanza per consentirci di dare sfogo alla fantasia. Funghi e cipolla, wurstel e salsiccia, speck e prosciutto, verdure e persino l'ananas, che da questo parte dell'oceano non è bestemmia ma elemento naturale sulla pizza come il fiordilatte da noi.

picnic-robot-2 L'interno del robotPicnic

Il bello di Picnic, o il brutto se siamo convinti luddisti, allergici all'avanzata delle macchine, è il suo ritmo sovrumano: a grande velocità sforna fino a 300 pizze l'ora. Ognuna diversa dall'altra. Basta impostarne la sequenza e la varietà degli ingredienti. Si può fare tramite un tablet che la comanda, a sua volta manovrabile da una app, in prospettiva scaricabile da qualunque utente.

Significa che basta comporre il mosaico pizza a proprio piacere, attendere che il robot faccia il suo dovere e ci consegni il prodotto finito. Pochi minuti, meno attese, in prospettiva abbattimento di costi della forza lavoro. Potrebbero usarla nei ristoranti tradizionali, nei parchi a tema, sulle navi da crociera. Stanno cominciando a farlo in via sperimentale negli stadi, nei convegni e nelle convention (come al Ces di Las Vegas, dove l'abbiamo vista in funzione e messo i suoi frutti sotto i denti).

picnic-robot-3 Alcune pizze prontePicnic

Picnic è pensato per sfamare le folle dell'ora di punta, per essere messo all'opera quando servirebbe una batteria di pizzaioli. A lui invece ne basta uno soltanto. Nemmeno un pizzaiolo in verità, piuttosto un operaio del cibo. In questa ridefinizione dei mestieri, delle competenze, le licenze lessicali sono l'ultimo dei problemi. Il suo compito è infilare gli impasti all'interno della bocca della macchina e ritirare i prodotti finiti dalla parte opposta. Magari meglio affiancargli un collega che affetti e venda, sennò sai che fatica. Entrambi, comunque, sono liberi di non avere l'idea minima di come si faccia una pizza. Devono essere tecnici, per risolvere l'intoppo se qualcosa s'incastra, se un meccanismo s'inceppa, ma non certo navigati gourmet.

Siamo nel solito terreno del cibo del futuro, quello con meno braccia umane e più meccaniche coinvolte. Più informatica, zero artigianalità. Un pasto visto come un puzzle di pezzi da comporre, non un mosaico da riempire in cui l'estro è un tassello dirimente. Il robot è stato pensato per allargarsi a panini, tortillas, poké, burrito, per invadere ogni declinazione possibile dei piatti con una base unica e condimenti da scegliere ubbidendo all'appetito del momento.

È curioso l'approccio degli americani, specie se vogliono vendere qualcosa. Sono per un grandioso appiattimento, innanzitutto delle questioni etiche. Che poi, dicono, che c'entra l'etica col business? Dunque banalizzano le conseguenze di un'innovazione senza starci troppo a pensare, segano via il punto di vista potenzialmente scomodo. Si veda l'intervista rilasciata al blog di tecnologia Cnet dal Ceo della società che produce Picnic: sostiene che a contare sia solo la qualità degli ingredienti. Se sono freschi, allora la pizza sarà buona. Altrimenti no. Il resto è prassi, è disporli con geometria ed efficienza su un impasto, senza curarsi di chi sia stato a farlo.

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