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Tecnologia

Coronavirus, l’analisi della nostra voce potrebbe sostituire i tamponi

Voicewise, spin-off dell'università romana di Tor Vergata, ha avviato una sperimentazione con il supporto di Huawei per identificare i segnali della malattia ascoltando campioni di parole delle persone

Una persona sana e una malata parlano in maniera differente. O meglio, ci sono tantissime sfumature della voce impercettibili all'orecchio, ma rilevabili da un'intelligenza artificiale, che permettono di stimare con ragionevole certezza se un soggetto abbia o meno una patologia. Non è una teoria, ma un fatto, una tecnica già usata per distinguere il Parkinson, monitorare il decorso e l'efficacia di alcune terapie. In alcuni casi, i livelli di accuratezza raggiunti si aggirano intorno al 98 per cento.

La scommessa è ora traslare questa soluzione nei territori del coronavirus, con un traguardo ambizioso: usare un campione di parole al posto di un tampone. Una soluzione decisamente meno invasiva, adottabile ovunque (scuole, aeroporti, alberghi, uffici pubblici e privati) e in maniera rapida, senza competenze tecniche particolari, la necessità di laboratori di analisi e infermieri, perché tutto il processo lo svolge un computer.

A lanciare questa corsa è una realtà italiana, Voicewise, spin-off dell'università di Roma Tor Vergata. Ha avviato una sperimentazione presso vari ospedali, al fine di ascoltare i pazienti di coronavirus, individuare le variazioni del loro biomarcatori, insomma le caratteristiche particolari della loro voce nelle diverse fasi della malattia: quando hanno la febbre alta e stanno parecchio male, dunque l'infezione è in stato avanzato, quando si sentono un po' meglio, sono in via di guarigione e, infine, hanno completamente ripreso le forze. Lo screening, peraltro, viene esteso ai pazienti che si trovano in isolamento domiciliare.

È come fare una radiografia, come passare ai raggi x qualsiasi consonante o vocale, la minima alterazione del tono, le pause e le lentezze nelle frasi, gli inciampi e gli affanni nel pronunciarle. E proprio perché ognuno di noi ha un modo tutto suo di esprimersi, è dalle somiglianze, dai punti in comune, che si potranno scovare le spie del coronavirus. A trovarle saranno gli algoritmi di Voicewise, attraverso una piattaforma in cloud che poggia su machine learning, big data e tutti quegli altri anglismi che significano una cosa soltanto: incrociare a velocità siderali quantità di informazioni che la mente umana mai e poi mai riuscirebbe a processare tutti insieme. Serve ovviamente tempo per avere una base di informazioni ampia su cui poggiare per tirare le somme.

In questo percorso, Voicewise ha trovato la complicità di Huawei. Il colosso cinese ha fornito tutta una serie di dispositivi di nuova generazione per registrare le voci dei pazienti. Mettendo un microfono proprio accanto alla loro bocca in totale sicurezza.

Voicewise non è un'idea nuova, le prime sperimentazioni risalgono al 2009. Il tentativo, il salto di qualità, è applicarle al tormento di questo tempo. Un male che, per la sua diffusione, per la sua capillarità e contagiosità, richiede screening a tappeto per limitarne l'incidenza. «Siamo entusiasti di aver trovato un partner come Huawei a supportarci in questa importante sperimentazione che potrebbe segnare una svolta nella diagnosi non solo di infezioni come il Covid-19 ma anche di numerose altre malattie» spiega Maria Tavasci, ceo di Voicewise. «L'utilizzo dello smartphone quale strumento quotidiano di prevenzione, diagnostica e promozione della salute, insieme al monitoraggio continuo delle patologie, ci hanno consentito di disegnare una soluzione non invasiva e a costi bassissimi, che coniuga la qualità e l'accuratezza della ricerca medica con i vantaggi della tecnologia di massa».

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