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Tecnologia

Per gli europei meglio un algoritmo degli europarlamentari

Sorprende il responso di una ricerca su scala continentale, anche se affidarsi solo ed esclusivamente all'intelligenza artificiale non è (ancora) la soluzione

Sarà l'antipolitica verso una classe dirigente che parla molto in confronto ai risultati tangibili che produce, oppure la cieca fiducia verso l'innovazione tecnologia, con particolare riferimento all'intelligenza artificiale, che continua a farsi strada andando oltre il comparto strettamente hi-tech. Il dubbio rimane, come la certezza che molti cittadini europei preferirebbero rimpiazzare i parlamentari con gli algoritmi. Il sorprendente cambio di campo arriva da un sondaggio condotto dal Center for the Governance of Change (CGC) dell'IE University di Madrid, specializzato nell'analisi dei collegamenti tra politico ed economia con gli sviluppi della tecnologia, che ha eseguito una ricerca coinvolgendo 2.769 persone provenienti da 11 paesi (9 dei quali europei).

Guardando all'ambito continentale, il dato generale è la delusione dei cittadini verso i rispettivi rappresentanti politici, con l'auspicio di ridurre il numero dei parlamentari e lasciare spazio ai sistemi di intelligenza artificiale per gestire i dati delle persone. Questa visione è condivisa in particolare dalle fasce under 45 della popolazione (oltre il 60% tra i 25-44 anni), cioè da coloro che sono stati abituati fin dall'adolescenza o dalla nascita a vivere in un mondo tecnologico e, quindi, a considerare e sfruttare i vantaggi assicurati dagli strumenti dedicati. E se la media europea di chi preferisce sequenze di operazioni programmate all'intervento umano è pari al 51%, tra gli italiani che hanno partecipato al sondaggio la quota sale al 59%, mentre i più convinti in tal senso sonno gli spagnoli (66%).

Precisato che la tendenza non è sentita così necessaria ovunque, perché in Germania, Paesi Bassi e Regno Unito c'è ancora maggior ottimismo verso la politica, buona parte degli europei darebbe precedenza agli algoritmi invece che ai dipendenti pubblici in merito a sicurezza e benessere collettivo. Risultati che spiazzano ma fino a un certo punto: "Sono il prodotto della perdita di fiducia verso la democrazia come forma di governo", ha commentato Oscar Anders Jonsson, direttore accademico del Center for the Governance of Change. Tornando alle trasformazione dei servizi in chiave tecnologica, più di due intervistati su tre sono concordi nell'effettuare votazioni via smartphone, con gli italiani che sposano in maniera convinta tale possibilità (78% è d'accordo). Sale la fiducia anche verso le tecniche di riconoscimento facciale per la verifica dell'identità, il 56% tra gli italiani, come pure la possibilità di ricevere pacchi e consegne da un robot invece che da un corriere in carne e ossa.

Cresce pure la convinzione (il 42% su scala continentale) che la politica debba ridimensionare il potere delle grandi compagnie del tech - Amazon, Apple, Google, Facebook, Microsoft - e, precisamente, quasi il 60% ritiene un errore da evitare l'integrazione tra Facebook e WhatsApp, che rischia di mutare l'essenza del servizio di messaggistica. Percentuale ancora maggiore, infine, circa l'opportunità di istituire una tassa ad hoc per le società hi-tech che utilizzano appositi sistemi per eludere le tasse nei vari paesi in cui vendono e fatturano per pagare le imposte nel paese in cui c'è il rispettivo quartier generale, sfruttando di norma accordi vantaggiosi stipulati in cambio della presenza e dalla garanzia di creare alcune migliaia di posti di lavoro.

Al netto dei sondaggi, la realtà quotidiana dimostra come ormai la visione matematica e statistica sia dominante in tutti i campi, del resto già dal 2016 si parlava dei dati come il nuovo oro nero, con la centralità delle informazioni personali che hanno battezzato quella contemporanea come "società dei dati". Dai consigli per la lettura alla scelta della meta per le vacanze, passando per vestiti, case e shopping, tutto gira intorno ai dati, l'elemento chiave per accaparrarsi l'attenzione dei clienti. Allo stesso tempo, però, è evidente che non tutto può essere valutato e analizzato con i soli dati, perché ci sono un gran numero di attività dove l'intervento umano resta imprescindibili. Anche se tali attività sono già basate su algoritmi e sfruttano intelligenze artificiali per scandagliare il campo e selezionare ciò che più rispetta e si avvicina ai canoni e alle necessità personali delle persone.

Ma oggi è possibile affidare lo sviluppo della guida autonoma soltanto agli algoritmi? Possono essere quest'ultimi l'esclusiva ancora di salvataggio per disinnescare la diffusione delle fake news sui social e non solo? Sono gli algoritmi in grado di individuare e bloccare la circolazione di contenuti inappropriati sulle bacheche virtuali di milioni di persone? Domande diverse accomunate dalla riposta, perché per quanto mostrato finora (tantissimo, sia chiaro), per come funzionano e per l'efficacia che dimostrano - inclusi gli errori di riconoscimento di minacce o espressioni testuali, audio e visive percepite come contrarie alle norme che disciplinano una piattaforma online - gli algoritmi non sono sufficienti per sgombrare il campo dagli errori e per eliminare ciò che è tossico e rischioso per chi legge, ascolta o guarda determinati messaggi. Questo non significa che non servano, anzi, ma che per aumentarne l'efficacia sia necessario e complementare l'intervento umano, l'unico in grado ancora di discernere cosa è più o meno giusto ed adeguato fare, pur senza essere immune da limiti ed errori.

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