Epcot (iStock)
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Laverita

L'odissea dei lavoratori italiani a Walt Disney World, assistiti fino all'imbarco in aeroporto

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Stando al racconto di circa 200 italiani impiegati a Walt Disney World, il parco di divertimenti situato a Orlando, in Florida, Topolino sarebbe un boss cattivissimo.

In piena allerta coronavirus, quando l'Italia - il loro Paese natio e dove, si presume, risiedano parenti e amici - soffriva per centinaia di morti ogni giorno, in Florida la vita continuava allegramente. Una felicità momentanea, perché il 16 marzo il Covid 19 apre gli occhi degli Stati Uniti. Il parco e la Disney, chiudono i cancelli. «Per un paio di settimane» annunciano. Un blocco momentaneo, insomma. Dopotutto, anche negli Usa, si era ancora in quella fase in cui molti - anzi troppi - pensavano che il coronavirus non fosse altro che «un'influenza un po' più forte». La tesi, viene smentita quasi immediatamente: il Covid uccide. E tanto. Si muove rapidamente. Non si sa come. I parchi, che ospitano milioni di persone ogni giorno, rimarranno chiusi. Fino a data da destinarsi.

A questo punto ecco come la storia dei famosi duecento italiani si divide in due filoni: quelli che prendono armi e bagagli, una mezza vita nell'assolata Orlando, imbustano orecchie e badge e partono immediatamente per l'Italia e quelli che, invece, preferiscono trattenersi ancora un po' e vedere cosa succede.

Peccato che, in questo secondo caso, l'idillio abbia vita davvero breve. Il sole, le piscine, le feste con gli amici da tutto il mondo, vengono presto rimpiazzate dalla paura di non poter tornare. Dal rimanere effettivamente senza lavoro, senza assicurazioni sanitarie e tutele da parte dell'azienda. Inizia quindi un via vai di messaggi, botta e risposta tra i manager e i cast member ( così vengono chiamati i lavoratori Disney, ndr.). Ma a fronte di chi il viaggio se l'era pagato di tasca propria, rimaneva chi chiedeva tutele da parte del Governo italiano e un rimpatrio forzato a prezzi calmierati.

Katia Solinas è stata una delle prime italiane a rientrare in patria dopo l'annuncio della chiusura. «Davanti alle mie supposizioni e svariate realtà dei fatti, immaginavo che il parco non avrebbe riaperto a breve, sicuramente non in due settimane come la prima dichiarazione sosteneva» ci racconta Katia, impiegata nel parco Epcot al ristorante italiano Via Napoli «Quello che io ho visto con i miei occhi è che la mia compagnia, la "Delaware north - Patina group", ha fatto tutto il possibile per prendersi cura di noi, tutelarci e non farci sentire soli, garantendoci uno stipendio settimanale con il quale si poteva pagare l'affitto, l'assicurazione e il vitto. Mi sono sentita grata e sollevata per il trattamento che, purtroppo, non è stato invece riservato alle mie coinquiline internazionali (Messico, Norvegia, HK - con diversi datori di lavoro)». Ma non solo. Oltre a due buste paga anticipate, la compagnia, come ha dichiarato anche Gabriele Uberti, general manager di Patina, «durante la prima settimana ha preparato dei sacchetti con generi alimentari e li ha consegnati a tutti i ragazzi». Qualcosa di non scontato e confermato da molteplici italiani, come Katia, Italia, Alessandro, Antonio e Claudio tutti impiegati dal gruppo Patina tra il 2019 e il 2020.

Uno scenario ben diverso dall'odissea dell'essere senza soldi e tutele, di non trovare biglietti aerei e la richiesta di soccorso che i 200 italiani rimpatriati con l'aiuto di Neos e della Farnesina hanno raccontato a più e più riprese.

Nonostante ciò, «dopo giorni di lavoro intenso da parte dell'Ambasciata e della direzione di Delawarenorth e Disney» i duecento italiani spaventati dal coronavirus, riescono a ottenere un volo per rimpatriare. Ma l'aereo non è quello che si aspettavano. «I ragazzi chiedevano un volo Orlando-Repubblica Domenicana-Roma» spiega Gabriele Uberti «e I'Ambasciata decide di aiutarli aggiungendo un volo Roma-Milano. Il costo totale è di 960 euro incluso di tasse, 1 bagaglio nella stiva e a mano». A questo punto sembrerebbe aprirsi un nuovo scenario. Il volo aveva come data di partenza il 20 aprile, tre giorni dopo il limite massimo imposto dalla Disney per lasciare le casette dello staff. «La direzione di Delawarenorth chiede aiuto a Disney e insieme decidono di estendere la permanenza dei ragazzi senza alcuna spesa extra per loro fino al 20 di aprile» spiega Gabriele «con una sola condizione: i ragazzi verrano spostati tutti in un solo complesso di appartamenti in quanto moltissimi lavoratori Disney sono stati messi in cassa integrazione e alcuni complessi verranno chiusi».

La direzione di Delawarenorth decide di provvedere al trasporto dei ragazzi dagli appartamenti all'aeroporto in quanto non sarebbe facili trovare 70 taxi durante questo periodo di pandemia. Per accompagnare i ragazzi in aeroporto sono inoltre stati organizzati 5 bus sponsorizzati da Patina Restaurant Group – Delawarenorth. Insomma, una tutela complessiva, che ha accompagnato (come vedete nel video qui sopra) i giovani italiani davanti all'aereo pronti per essere imbarcati.

Un incubo? Chissà. Quel che è certo è che Katia, tornata in Italia in autonomia, dopo 14 giorni di quarantena forzata ha potuto riabbracciare la sua famiglia in tutta libertà. E come lei tanti degli altri ragazzi italiani che, in totale libertà, hanno acquistato un volo per il loro Paese e sono tornati nelle loro case. Senza problemi. Le loro storie sono disponibili sul nostro canale Instagram.


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