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Sette tendenze per il 2017

Sharing economy diffusa, eccessi hi-tech, una diversa gestione del tempo. Sguardo sui trend del nuovo anno con la «futuring manager» di Ford

Inscatolare il domani imminente dentro lo spazio stretto di poche tendenze, definire «the new normal», il nuovo normale, è un’impresa pressoché impossibile. «Anche perché siamo sottoposti a cambiamenti perpetui. Conviviamo con un’incertezza sempre maggiore e dobbiamo imparare a farci i conti» rileva Sheryl Connelly con Panorama.it al telefono dagli Stati Uniti.

Il suo ruolo è parecchio suggestivo: da oltre un decennio è la «global trend and futuring manager» di Ford, la figura incaricata dall’Ovale Blu di immaginare che direzioni prenderà il presente. «Capire cosa vorranno i consumatori con il giusto anticipo» dice «resta cruciale per un’azienda come la nostra. Servono tra i 3 e i 5 anni per passare dal concept allo sviluppo di un nuovo veicolo».

Connelly organizza sondaggi, discute con gli opinion leader, compila corposi rapporti, gira per il mondo per intercettare frequenze e attitudini non solo nel settore dell’automotive, ma anche della moda, dell’ambiente, della tecnologia, dell’economia. È dunque l’interlocutore giusto per provare a inquadrare e mettere a fuoco sette scenari, se non cruciali quantomeno ricorrenti nei prossimi mesi. «Diciamo che saranno delle costanti» scommette. E nemmeno ovvie. Eccole.

La buona vita

Proprietà e felicità coincideranno sempre meno, l’ossessione per il denaro, per l’accumulo materiale, avrà un minore peso specifico. Merito della sharing economy, del suo fascino contagioso, della vittoria dell’uso sul possesso.

Un concetto ormai consolidato e abbastanza datato, vero. Però, osserva Connelly: «Il culto del benessere, della propria salute, dell’equilibrio personale, è in evidente espansione. Ed esce dal recinto dei millenial, sta contagiando anche gli over 45, storicamente molto materialisti, cresciuti con un’etica del dovere possente, convinti che per divertirsi, per godersi la vita, fosse obbligatorio lavorare duro». Il nesso non è così automatico, non dirimente, meno schiacciante. Nel 2017 ancora meno. A tutte le latitudini e le età.

Tempo ben speso

Trascinata dalla prima, si consoliderà anche la seconda tendenza: una marginalizzazione della puntualità. Più come idea, che come prassi. Non è un elogio dell’anarchia, sia chiaro, ma la consapevolezza che procrastinare, rimandare, può essere un punto di forza. Generare benefici.

«Quante volte forziamo la nostra creatività davanti a un computer, ossessionati da una scadenza. Ora invece sappiamo che una buona idea può nascere sotto la doccia, essere coltivata nel proprio subconscio, foraggiata da stimoli esterni». Prendersi, quando possibile, il lusso di mancare una deadline per consegnare un lavoro fatto meglio, è parte di un’inedita battaglia contro il rigore assoluto. Che non sempre è giustificabile o motivato.

Il dilemma del decisore

Negli Stati Uniti lo pensa il 57 per cento della popolazione, più della metà, ma siamo lontani dai confini del plebiscito. Ci si avvicina in Germania, Inghilterra e Spagna (tra il 67 e il 68 per cento), in Cina e India si sfiora l’unanimità: «Una convinzione molto radicata è che l’abbondanza di scelta, alimentata da quell’arena gigantesca che è internet, generi incertezza. Rischiando di provocare l’immobilismo».

Soprattutto nei Paesi dall’espansione iper accelerata, un flusso costante e abbondante di novità e disponibilità potrebbe rallentare l’ordine e le prassi del quotidiano. «Specie nella classe media». L’esito è inciampare nelle dinamiche di quella che l’esperta di Ford definisce una «società della degustazione, che dà la priorità all’assaggio». Che svolazza da una cosa all’altra, smarrendo il senso della concentrazione, correndo il pericolo del disimpegno.

La spirale tecnologica

L’onnipresente smartphone ma anche i dispositivi connessi, dal tablet alla tv, non rendono solo difficile decidere, ma abbattono il tempo che riusciamo a dedicare a un compito, al paesaggio intorno a noi, alle persone che ci sono vicine. Di nuovo è una critica già sentita, per quanto sensata. Ma il punto è che nel 2017 potrebbe, anziché scemare, radicalizzarsi ancora di più, toccare derive finora mai sperimentate.

«Non è questione» rileva Connelly «di criminalizzare la tecnologia. Ha reso la vita migliore in molte maniere, sarà sempre più intuitiva, integrata, ubiqua. Dobbiamo però imparare a ottimizzarla, a non disperderci, a non divagare mentre siamo immersi al suo interno. Prendiamo il caso delle applicazioni per il telefonino. Ne scarichiamo molte, in media 20, poi finiamo per usarne solo 5. Traslando il ragionamento, sarà importante concentrarci su quello che ci serve davvero, senza perdere sforzi e risorse in quello che è superfluo».

Altri pesi, altre misure

Le elezioni americane lo hanno dimostrato: «La gente vuole il cambiamento» commenta sicura Connelly. E, con una formula efficace, aggiunge: «Trust is the new black». Ovvero, quello che è vincente, che s’impone, non è il potere fine a sé stesso, ma la capacità d’ispirare fiducia, di convincere.

D’altronde, è il motivo per cui scegliamo un ristorante, un hotel, persino una compagnia aerea o un idraulico e qualsiasi altro servizio a domicilio: pallini, stelline, recensioni, distinguono quello che vale da quello che no. È un’inedita democrazia totalmente digitale, di cui siamo autori e consumatori.

Con un rischio: «Un sondaggio ci dice che negli Stati Uniti solo il 50 per cento scrive sui social network quello che pensa davvero». Per quanto centrale rispetto a quella tradizionale, la fiducia è una moneta effimera, fluida, difficile da valutare. Volubile. Nel 2017 si correrà il rischio di essere travolti da troppe ondate che, anziché rientrare sotto il cappello delle tendenze, saranno mode. La confusione, la mancanza di punti di riferimento, è dietro l’angolo.

Il dilemma dell'educazione

Bambini e ragazzi di oggi sono i cittadini di domani. Coloro che voteranno, compreranno, abiteranno il pianeta. «Prima esisteva uno schema unico per crescerli, oggi ne esistono vari, alcuni del tutto opposti tra loro». C’è il modello della «tiger mother», d’ispirazione cinese e coniato da una docente di Yale, che fa di tutto e di più per incoraggiare e spingere i propri figli verso il successo. E chi mette al primo posto la loro felicità, a prescindere dai traguardi che raggiungono o si battono per tagliare.

Jennifer Senior, scrittrice e sociologa americana, sottolinea quanto fumoso e vago sia questo secondo intendimento. Potenzialmente dispersivo, per le varie traiettorie che il concetto di felicità può prendere. La sensazione, nel 2017, è che questa divaricazione sarà sempre più marcata. Che ognuno si arroccherà nelle sue convinzioni. Il punto è che probabilmente la ricetta giusta non esiste. «Ogni bambino, in fondo, è diverso dall’altro».

I legami della comunità

Nel passato remoto c’era l’agorà, la piazza da cui transitava la vita comune. «Oggi le comunità assumono vari profili, forme e dimensioni diverse». Nel 2017 lo faranno sempre meglio è di più. Definirle è complesso, in quanto mutevoli, sfuggenti. Intercettarle, per fortuna meno: manca un punto di riferimento identico per tutti, ma non è detto che sia un male. Ciascuno ha la possibilità di ritagliarsi uno spazio, di trovare il suo posto in un ambito o in più di uno. Di sommare i suoi fari. «Sia nel mondo fisico, che in quello digitale». È un antidoto alla solitudine, all’atomizzazione e alle sue derive.

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