Tecnologia

Le 10 tendenze tecnologiche del 2016

Dall'intelligenza artificiale ai sensori nei mattoni delle case e nel corpo. Ericsson svela le rivoluzioni più attese per il prossimo anno

Il boom degli smartphone è un fatto acquisito, la vera novità è che cominceranno a diventare marginali: «Ci saranno sempre più oggetti connessi e non è detto che i cellulari di ultima generazione saranno il loro hub. L’intelligenza artificiale sarà in grado di colloquiare direttamente con le cose» spiega Giovanni Zappelli, responsabile dei Consumer Lab della Regione Mediterranea di Ericsson.

Dopo aver invaso braccia e testa, i sensori prenderanno possesso del nostro corpo e dell’interno delle nostre abitazioni, o meglio della loro struttura, insinuandosi fino ai mattoni. La tecnologia ci salverà la vita nelle emergenze, ma ci esporrà a pericoli inediti a causa della sua vulnerabilità.  

Come ogni anno, il colosso svedese ha messo in fila gli scenari per i prossimi dodici mesi con una ricerca che non riassume le opinioni di esperti e visionari, ma esprime le attese dei consumatori. Dunque è meno nebulosa (e improbabile) perché misura il polso dei desideri hi-tech della gente comune. Tanta gente: lo studio degli «Hot consumer trends 2016» è rappresentativo di 1,1 miliardi di persone in 24 Paesi, inclusi i 26 milioni di italiani attivi on line. Ecco come immaginano l’immediato futuro in dieci tendenze.

Dopo i wearable, gli «internables»

In questo articolo vi avevamo raccontato degli «ultrauomini»: le storie e le derive di chi usa un chip per cancellare un handicap o aumentare le sue doti. Da nicchia, nel 2016 aumenteranno gli spazi di un mercato dal vasto potenziale. D’altronde, lo rileva Ericsson, «otto consumatori su dieci vorrebbero usare la tecnologia per migliorare le percezioni sensoriali e le capacità cognitive come la vista, la memoria e l’udito». Salti in avanti che rendono preistorici gli smartwatch e i braccialetti che monitorano il sonno e contano i passi.

Nuovi sensori domestici

Della casa connessa sappiamo tutto: può aumentare il livello di comfort e rendersi a prova di ladri, esponendoci però a pericoli inediti. Come nel caso del corpo umano, la frontiera è andare ancora oltre: integrare i sensori nei mattoni che formano le pareti. Al 55 per cento degli intervistati piace l’idea che questi ennesimi chip invisibili possano segnalare in tempo reale problemi elettrici, eventuali perdite o formazione di muffa o umidità. Certo, il rischio obsolescenza è in agguato. E un conto è comprare un nuovo cellulare, un altro è aggiornare la dotazione tecnologica di un muro portante.

L’intelligenza artificiale diserta lo schermo

Mesi fa ci domandavamo se fosse sensato avere paura dell’intelligenza artificiale. A quanto pare no, anzi un intervistato su due ritiene che presto gli oggetti intelligenti non passeranno più dal display di uno smartphone e da un’applicazione. Prenderanno decisioni in autonomia, dopo aver imparato a conoscere i nostri gusti e le nostre preferenze. Addio configurazioni complicate, le cose andranno per la loro strada. Permettendoci naturalmente di correggere il tiro se non saremo soddisfatti delle loro valutazioni.

Il virtuale reale

Il riferimento non è all’arrivo dei visori targati Oculus Vr di Facebook o PlayStation Vr di Sony e all’immersione dentro film, videogiochi, concerti e partite di calcio. I consumatori vogliono usare la tecnologia anche per produrre cose: il 44 per cento, per esempio, desidera stampare il proprio cibo con un software installato sul computer e un dispositivo ad hoc. Anche perché, all’assaggio, è davvero molto buono.

Le app salvavita

La tragedia di Parigi lo ha dimostrato: i social network possono rivelarsi un ottimo metodo per rassicurare parenti e amici in caso di emergenze. Sei persone su dieci vorrebbero essere informate su disastri e affini tramite Facebook o servizi specifici, che consentano loro anche di chiedere aiuto in caso di necessità. In particolare all’estero, quando non si conoscono a memoria i numeri da contattare.

A tutto streaming

In Italia il 45 per cento del tempo speso per vedere contenuti video avviene su dispositivi mobili con schermi di taglia piccola, media e grande. Ovvero su smartphone, tablet e notebook. La percentuale sale al 60 per cento nel caso dei teenager, che prediligono soprattutto YouTube: il 46 per cento dei ragazzi tra i 16 e i 19 anni trascorre almeno un’ora al giorno sulla piattaforma di Google. Dopo l’arrivo di Netflix nel 2015 e i servizi in streaming dei principali colossi della tv, è evidente che il cambio delle modalità di fruizione è stato recepito. Altrettanto cruciale è capire che siamo solo all’inizio.

Pendolari smart

Oltre a guardare video in mobilità, il 60 per cento degli utilizzatori frequenti di mezzi pubblici in Italia usa internet durante gli spostamenti in città. E non sembra intenzionato ad accontentarsi. A livello globale, l’86 per cento degli intervistati si aspetta nel 2016 servizi personalizzati per ottimizzare queste trasferte brevi e a volte lunghissime, per essere informati in tempo reale su tempi di attesa o eventuali guasti. E, perché no, accedere ad app innovative come questa che incoraggia la lettura sul bus.

L'onnipotenza della condivisione

Pochi mesi fa vi abbiamo raccontato del boom della «personal economy», dell’Italia che guadagna con il web. È uno dei tanti aspetti sdoganati dall’utilizzo dei servizi on line. Ecco, Ericsson sottolinea come quattro consumatori su cinque siano ormai consapevoli che i benefici aumentano quando più persone le utilizzano. Un’offerta più composita crea un effetto moltiplicatore virtuoso. Da qui ha senso preconizzare per il 2016 l’esplosione di piattaforme che conosciamo e potrebbero diventare davvero di massa. Le premesse sono ottime: sui 26 milioni di italiani del campione, il 17 per cento ha già usato il web per condividere una stanza o un appartamento, il 13 per cento per un capo di abbigliamento, il 6 per cento per fare car sharing o bike sharing. Non serve la sfera di cristallo per immaginare che si ingrosseranno e parecchio nei mesi a venire.

La querela social

Più di un terzo degli intervistati è convinto che raccontare sui social network i comportamenti fraudolenti di un’azienda abbia maggiore impatto rispetto a una denuncia fatta davanti alla polizia. Nell’era della reputazione, degli investimenti massicci in pubblicità on line, un brand più o meno noto che sbaglia può essere messo alla berlina – e magari convinto a desistere – a colpi di condivisioni e retweet. Oltre a gattini e video improbabili, nel 2016 le nostre bacheche ci trasformeranno in attivisti. O quantomeno ci aiuteranno a rivendicare al meglio i nostri diritti.

L’hacker ubiquo

È la conseguenza logica di tutti questi scenari. Con la tecnologia sempre più onnipresente, si apriranno margini di manovra inediti per chi vuole sfruttarla a suo vantaggio in modi per nulla leciti. «Everything gets hacked», tutto può essere hackerato, è il timore comune del campione di Ericsson. Con uno spiraglio che attutisce il pessimismo: un utente su cinque dice di riuscire a fidarsi di un’organizzazione che ha subito un attacco e poi è riuscita a risolvere il problema. Il messaggio lanciato a chi cadrà vittima nel corso del 2016 è cristallino: limitate i danni e rialzatevi in fretta.

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