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Televisione

Intervista. Fabio Fazio: che colpa ne ho, se sono tanto buono?

Il presentatore racconta cosa vuole fare del prossimo Sanremo, spiega come si diventa l’icona del politicamente corretto. E manifesta un solo odio: per i lucchetti degli innamorati sui ponti

Credits: Paolo Poce / Emblema

Succede che l’intervistatore seriale di Che tempo che fa finisca intervistato; che Fabio Fazio, anziché fare le domande, debba rispondere. La sua amica Luciana Littizzetto lo incornicia così: «Tu sei come il vino, più invecchi e più sai di tappo». Tappo o non tappo, piaccia o non piaccia, è lui il sacerdote che nel 2013, per la terza volta, officerà Sanremo. E che dal 30 settembre torna su Rai 3 con il suo programma, Che tempo che fa, e dal 1° ottobre debutta con Roberto Saviano in prima serata.

Le leggo una frase: «È evidente che l’arte del cinema si ispira alla vita, mentre la vita s’ispira alla televisione». Sa chi l’ha detto?
No, chi l’ha detto?

Woody Allen.
Beh, è un paradosso efficace. Ma per me le cose oggi non stanno più così. La vita traeva ispirazione dalla televisione finché non è arrivato il Grande fratello nel 2000, seguito dagli altri reality show: da allora coincide con la tv.

Quindi la svolta è arrivata con Pietro Taricone?
Le persone, poste davanti alle telecamere, non si comportano diversamente da come fanno nella loro vita di tutti i giorni.

Sarebbe un male?
Fino alla nostra generazione la tv era un luogo protetto: per andarci ci si vestiva bene e si usava un linguaggio non dico forbito ma almeno appropriato.

Effettivamente l’Accademia della crusca avrebbe molto da ridire.
L’ha scritto benissimo Walter Siti in Troppi paradisi, dove spiega la coincidenza del piccolo schermo non solo con la vita ma soprattutto con la periferia.

Brutta gente quella che bazzica gli studi tv...
Non scherziamo. La spiegazione è banale: il mercato ha creato una sola classe sociale, l’unica rimasta, quella dei consumatori. Che consuma ovunque e quindi anche in tv. Oggi la parola pubblico coincide con la parola consumatori.

Sì, ma lei dov’era? È in tv fino dai tempi di «Quelli che il calcio»...
Ovviamente non è questo il punto, ciascuno ha le proprie responsabilità.

E la Rai dell’era Monti pensa possa slegarsi dai partiti?
Mi pare di vedere un’assunzione di responsabilità da parte dei nuovi vertici. Il direttore generale Luigi Gubitosi mi ha chiamato perché voleva conoscermi.

Non è così strano: lei è il mattatore della stagione.
Sbaglia, è molto strano. Un fatto del genere non accadeva da tempo, è fuori dall’ordinario ed è un segno positivo. Detto questo, la tv pubblica è un benefit della politica, nel senso che chi vince la occupa, quindi vedo difficile un affrancamento dai partiti. Perché dovrebbero rinunciarci?

Quindi non c’è soluzione: ci terremo per sempre un carrozzone di raccomandati?
Carrozzone? Non esageriamo. Credo però che l’unica speranza sia la privatizzazione di una rete. Finché la Rai non si aprirà al mercato vendendo una rete, nulla cambierà.

E lei è favorevole alla vendita?
Sarebbe una grande opportunità.

Sia ottimista: l’avvento del digitale, con la moltiplicazione dei canali, porterà anche una nuova offerta di idee.
Secondo me, la distinzione va fatta tra canali tematici e generalisti. Le reti tematiche consentono di scegliere e quindi hanno un pubblico d’élite, mentre per il digitale in chiaro il tema non è la tecnologia, ma il contenuto.

Ci sono eserciti di autori disoccupati, qualcosa s’inventeranno.
Se parliamo di contenuti nuovi, ciò che conta è il denaro. Il problema è che non riuscendo a investire neppure nei tre canali generalisti mi pare improbabile che la Rai possa pensare a spendere in altro. Però c’è un paradosso...

Quale paradosso?
Che il digitale diventa di qualità per mancanza di denaro: non avendo soldi si sceglie il meglio dal repertorio mandando in onda vecchi telefilm e documentari. Bellissimi.

Quindi il passato era meglio. Ha nostalgia del «Musichiere»?
Questo discorso del meglio o peggio non lo voglio fare. Bisogna vivere nel presente e nel futuro. La tv non è peggio del resto delle cose.

Qual è il segreto del buon conduttore?
Rispecchiare l’Italia che cambia, come seppero fare Mike Bongiorno, Pippo Baudo e Corrado.

E oggi chi c’è?
Oggi non ci sono più quelli che vivevano su Marte e facevano la tv per gli altri: adesso gli altri hanno conquistato i palinsesti. Si costruisce un’estetica di scarsa qualità, una volta la tv era eccellenza nella sua estetica. Come i centri della città diventati periferie.

Proprio non digerisce la periferia...
Tutto assomiglia alla brutta periferia, anche alla periferia delle nostre intenzioni, del nostro essere. Mio padre, per andare in centro, si metteva il vestito buono e si radeva la barba; un tempo si parlava di negozi del centro, adesso non ha più senso.

Si può obiettare che è questione di democrazia, un tempo solo pochi si potevano permettere i negozi del centro.
Casomai si tratta di un malinteso concetto di democrazia. La democrazia dovrebbe consentire a chiunque l’accesso al meglio, non al peggio. Il sogno del capitalismo è il contrario: illudere la gente perché può comprare cento cose anche se brutte.

Ultimamente, a dire il vero, molti non riescono a comprare proprio niente.
Il punto è che l’accesso al bello e a ciò che rende piacevole la vita non deve costare: deriva dal gusto, da quello che hai imparato, ma soprattutto che hai visto intorno a te.

Si mette a fare filosofia?
La pensi come vuole, ma l’architettura urbana e quella della tv hanno responsabilità enormi.

Vuole dire che abbiamo perso il gusto?
A Parigi ho visto turisti accalcarsi su un ponte dietro Notre-Dame, ma non fotografavano l’abside della cattedrale bensì i lucchetti attaccati al ponte. Non capisco perché non vengano arrestati quelli che riempiono i ponti di lucchetti, e questo è mugugno ligure.

Non per difendere i lucchetti, ma la pena non le pare eccessiva?
No, c’è un cambiamento estetico che porta a considerarli più interessanti dell’architettura gotica di Notre-Dame. La prigione è il minimo.

Però ci sono anche turisti che si mettono in fila al Louvre.
Ma lei lo sa che sotto la piramide del Louvre c’è un bellissimo centro commerciale?

Michele Santoro dice che, se la Rai avesse coraggio, dovrebbe lanciarla su Rai 1.
Ringrazio Santoro, ma che sotto ci sia scritto Rai 1, Rai 2 o Rai 3 conta poco: non è che andare su una rete cambia la rete, piuttosto quando cambia la rete ci si va. E Rai 3 mi ha sempre garantito libertà.

Per Sanremo 2013, che cadrà in campagna elettorale, cosa sta preparando?
Non vedo cosa c’entri la campagna elettorale. Non ci saranno politici e neppure statisti, come quando invitammo Mikhail Gorbaciov. L’ho già fatto e non mi interessa.

Previsioni sugli ascolti?
Non voglio battere il mio record.

Non sia modesto...
E invece sì, non voglio battermi. Se poi accadrà, pazienza.

Roberto Saviano ci sarà?
Assieme capiremo se ha senso la sua partecipazione: ovviamente io ne sarei molto felice.

Ma allora cosa cambierà nel festival?
Sto lavorando a un Sanremo molto popolare nel senso che dico io, divertente con Luciana Littizzetto e con musica di qualità.

Evviva il popolare?
Popolare e volgare sono due concetti diversi diversi che invece in questi anni sono diventati coincidenti. Popolare è il contrario: è l’insieme della storia e delle tradizioni. Un’idea che non può non essere guardata con affetto.

In cosa consiste la metafora del vecchio 45 giri? Ogni cantante big presenterà due brani inediti: un lato A e un lato B?
Sì, mi piace quest’idea un po’ nostalgica. Sarà il pubblico a scegliere, fino dalla prima serata, il brano che preferisce di ogni singolo artista.

Prima Gianni Morandi, ora lei: il palco dell’Ariston non è un posto per ragazzini.
La prima volta che ho condotto il festival avevo 35 anni e fu quasi un azzardo. Sanremo impone che il presentatore sia conosciuto e la popolarità di solito non si raggiunge a 20 anni. Poi la macchina è davvero complessa da gestire. Stiamo parlando della colonna sonora di una nazione: quasi una festa comandata.

E quindi come bisogna essere?
Bisogna avere l’umiltà di rispettare l’anima popolare di Sanremo. Distruggere non serve a nulla, si deve volergli bene. Da giovane ho fatto il festival per incoscienza, oggi per affetto, però domani basta.

Al Festival di Sanremo c’è stato anche Beppe Grillo...
Si sbaglia: Grillo non ha mai condotto il festival, era soltanto un ospite.

Cosa pensa di Grillo e dei suoi attacchi?
Dopo i 40 anni il termine responsabilità diventa fondamentale. Le parole sono pietre e hanno conseguenze. Rispondo citando una frase che disse proprio a Sanremo il poeta Edoardo Sanguineti. Si rivolgeva ai giovani cantautori: «Le parole sono troppo importanti, non sprecatele».

Diceva anche che «far ridere è arma di potere». Con la rete poi è tutto più facile.
Credo che non sia un problema d’accesso, ma di responsabilità. Il mezzo è utile solo se hai delle cose da dire. Per veicolare umori allora è meglio non avere siti, blog o Twitter.

Ma per lei Grillo e Pier Luigi Bersani, al di là delle liti via web, farebbero a cazzotti anche di persona?
Non lo so, credo però che uno degli effetti deleteri ancora da smaltire dell’era Berlusconi sia la libertà d’insulto. Abbiamo vissuto anni nei quali ognuno diceva le peggiori cose senza rendersi conto delle conseguenze.

Ancora con Berlusconi? Vabbè che forse ora vuole ricandidarsi...
Sono state avallate e teorizzate cose gravissime in nome del politicamente scorretto, come se fosse un valore.

E invece?
Invece il cinismo non deve sostituire la ragione, è ora di smetterla con la pancia. In questo senso sono un grande fan di Mario Monti e Giorgio Napolitano.

C’è chi dice che le sue interviste sono tutte all’acqua e sapone.
Ognuno fa il mestiere com’è capace, però non mi sono mai censurato di fronte a una domanda.

Ma se lei è il paladino del buonismo...
Ci sono persone che costruiscono carriere sulla cattiveria. Io tengo sempre presente una cosa: chi è seduto davanti a me non lo conosco e mi domando quindi se in quei 20 minuti ho il diritto di fargli male.

Non si tratta di fare del male quanto di toccare argomenti scomodi.
Tolta la salute, tutti gli argomenti si possono affrontare. Ma farlo con l’aggressività e l’insulto è un valore per chi sta guardando o lo è solo per l’intervistatore che ne trae un vantaggio di notorietà? Secondo me, quei 20 minuti vanno usati per capire cosa sta dicendo chi hai davanti, non per demolirlo.

Insomma, lei non è buonista, ma buono...
Faccia lei.

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