Parlare di Pechino Express prima che vada in onda è un’impresa da funamboli. Si può dire tutto ma senza svelare nulla, perché il fattore riservatezza è fondamentale per evitare di rovinare l’effetto sorpresa o scivolare in inutili spoiler. Tra i pochi a conoscere la coppia vincitrice della quinta edizione, in onda dal 12 settembre su Rai Due (ma il palinsesto è assai mobile), c’è Cristiano Rinaldi, il capoprogetto dell’adventure game prodotto da Magnolia. Autore tv di lungo corso, dagli esordi in una tivù privata romana a oggi ha macinato ore di riunioni, prove e dirette, passando dai grandi show come Carramba che sorpresa, X Factor e L’isola dei Famosi ai progetti che ha letteralmente inventato, vedi Shopping Night a Undressed, ultima creatura che porta la sua firma già venduto in mezza Europa. Carattere decisionista e fama di Re Mida del piccolo schermo, per Panorama.it rompe la proverbiale riservatezza e concede la sua prima intervista, svelandoci qualche curiosità sul programma cult di Rai 2.

Cristiano, partiamo dalla più scontata delle domande: come sarà la quinta edizione di Pechino Express?

Spettacolare, la più ricca di entertainment. C’è il reality, l’adventure, la parte antropologica e quella documentaristica: la chiave del successo di Pechino è il saper mescolare tutti questi aspetti. È molto servizio pubblico.

Ti precede la fama di stacanovista, profondo conoscitore delle dinamiche tv e d’innamorato di Pechino. Cosa rappresenta per te questo programma?

È quello che amo di più tra tutti quelli che ho fatto. Direi che è un figlio: la componente emotiva è molto forte ed è difficile spiegare l’atmosfera che si crea tra noi autori, troupe e concorrenti perché è un set aperto 24 ore per 45 giorni, una corsa adrenalinica contro il tempo.

La fase organizzativa com’è strutturata?

Tutto va organizzato prima e quando partiamo dall’Italia è già stato definito ogni dettaglio: le location sono fissate, i materiali pronti, gli spostamenti cronometrati. Il rispetto dei tempi è fondamentale: se devo fare un gioco in un tempio e ce l’ho a disposizione per un’ora, mi devo attenere a quei minuti.

Nel 2014 parte della troupe dell’edizione francese di Pechino Express fu arrestata in India, poi rilasciata dopo qualche ora. A voi è mai capitato un intoppo di qualche genere?

In quel caso ci fu un problema diplomatico. A noi non è mai capitata una cosa simile: seguiamo delle tratte sicure, prima c’è una richiesta di permessi e durante le riprese abbiamo sempre l’assistenza delle autorità locali.

Piccola curiosità: quando le coppie vengono eliminate sono vincolate a restare a seguito della troupe?

I concorrenti possono proseguire il viaggio, con la troupe o per i fatti loro, oppure possono rientrare in Italia.

Te lo chiedevo perché il fattore “riservatezza” è fondamentale per non svelare le eliminazioni, visto che girate tre mesi prima della messa in onda.

La riservatezza è una questione complicata da gestire, sia lì che in Italia. Di solito seguiamo percorsi non turistici, non facciamo le autostrade e battiamo le strade provinciali scoprendo luoghi meravigliosi ma poco conosciuti, per cui è difficile trovare italiani in giro. Certo, non possiamo girare in incognito.

Tutto viene complicato dai social. Lo spoiler incombe, com’è capitato qualche settimana fa con uno scatto che ritrae i presunti finalisti.

Quello spoiler non è rilevante: ci potrebbero essere altri dieci concorrenti lì dietro perché in alcune tappe intermedie può capitare di essere seguiti da alcuni ex concorrenti. In generale lo spoiler è una mancanza di rispetto e di professionalità: oggi chiunque può aprire un blog e scrivere quello che vuole, ma spesso leggo un sacco di cazzate.

Una fase fondamentale di Pechino è quella dei casting. Ci racconti come funziona?

È fondamentale capire come interagisce la coppia, immaginare cosa potrebbe accadere in momenti di estrema difficoltà. Cerchiamo personaggi attuali, autoironici e politicamente scorretti, lontani dai vecchi schemi di divismo tv, e che abbiano una gran voglia di fare questa esperienza. Tant’è che ne diventano dipendenti, non vogliono uscire, entrano in una dimensione parallela: senza telefono e senza soldi, sono costretti a riscoprire l’umiltà spesso chiedendo qualcosa a chi ha poco o niente.

Quante autocandidature arrivano?

Tantissime, ma scremiamo il 99%. Creiamo il cast senza seguire dei cliché, di quelli che piacciono alla prima puntata poi stufano o che vengono scelti perché sono fotograficamente forti sulle copertine dei giornali. Vogliamo gente che ha qualcosa da dare al programma.

Quali concorrenti vorresti in un ipotetico “torneo dei campioni”?

Difficile scegliere. Direi Simona Izzo, Corinne Clery, Alessandra Angeli e poi il figlio cattivo della Cinquetti: mi piacciono i caratteracci, gli spigolosi, quelli che hanno il coraggio del politicamente scorretto. Non apprezzo chi parte per cavalcare la tivù e basta: non puoi fare il divo nella favelas.

La grande novità della quinta edizione sarà la coppia degli Sconosciuti, formata dallo scrittore Marco Cubeddu e dalla truccatrice Silvia Farina, che si sono conosciuti solo sul set.

Da anni avevo in testa di creare una coppia di estranei. Lei l’ho notata a un casting e mi ha fatto impazzire: è folle, ironica, in cerca dell’uomo della sua vita ma tra le sue conoscenze nessuno ci ha particolarmente colpito. Volevamo una persona forte caratterialmente e Marco era quello giusto: si sono incontrati il primo giorno davanti alle telecamere e posso anticipare che l’esperimento ha pagato.

Altre coppie da tenere d’occhio?
Tutte. Ma anche in questa edizione le donne hanno una forza, uno spirito di sopravvivenza e una tenacia pazzesca: Tina Cipollari e Lory Del Santo, ad esempio, sono due macchine da guerra. In più quest’anno abbiamo aumentato il numero di missioni e prove: il segreto impercettibile è quello di ispirarsi alla realtà dei luoghi, dal cibo all’artigianato. Studiamo tutti i dettagli e scongiuriamo l’effetto Giochi senza frontiere.

In più quest’anno ci sarà uno spin off, Pechino Addicted, il day time in onda su Rai 4 condotto da Andrea Pinna e Roberto Bertolini, i vincitori della scorsa edizione.

Vogliamo raccontare la tratta di Pechino in maniera leggera. Loro due avranno delle missioni da risolvere per diventare futuri documentaristi: sarà una sorta di diario di viaggio in cui scopriremo i costi, le abitudini e i cibi con più calma rispetto ai concorrenti.

Costantino della Gherardesca ha detto ironicamente di te: “È l’autore più bravo sulla piazza, ma caratterialmente è sempre più Klaus Kinski”.

Costantino è il mio migliore amico e si diverte a prendermi in giro. Sul lavoro pretendo che le cose vengano fatte bene perché voglio portare a casa il miglior prodotto possibile. Per questa mia determinazione posso sembrare prepotente: ma Pechino è una macchina complicata da gestire e solo grazie al lavoro di tutti, dagli operatori ai tecnici del montaggio e agli autori – tutti professionisti pazzeschi - viene un prodotto così perfetto. Costantino poi è sempre più bravo edizione dopo edizione.

Facciamo un piccolo passo indietro. Come sei diventato autore?

Ho iniziato a lavorare in una tivù privata romana intorno ai vent’anni, poi sono entrato in Rai come programmista regista. Ho fatto il collaboratore ai testi per Carramba che sorpresa e altri programmi, ho lavorato ai format tv che arrivavano dall’estero, ad esempio Furore - uno dei primi che ho firmato come autore quando avevo 28 anni - e Festa di classe. Da lì sono diventato autore in esclusiva in Rai per quattro anni e il passo successivo è stato l’approdo in Magnolia.

A quali programmi hai lavorato?

Ho fatto X Factor e Isola dei Famosi, ma sempre alternando grandi show a progetti più piccoli. Così mi sono inventato Shopping Night: quando l’ho proposto mi hanno preso per pazzo, invece è stato un successo venduto anche all’estero.

È più facile realizzare mega show o produzioni più contenute?

Più sono piccoli, più sono programmi difficili da realizzare. Non c’è l’assetto organizzativo delle grandi produzioni ma questo è doppiamente stimolante: devi trovare soluzioni con poco budget ed essere più creativo.

Il tuo collega autore Peppi Nocera, dice che in tivù ora “è tutto un capoprogettismo”. Da capoprogetto che ne pensi?

Che in parte ha ragione. Si sono moltiplicati i capiprogetto anche in programmi in cui è un ruolo che non ha senso. In altre produzioni invece è fondamentale, quando oltre al ruolo creativo è richiesta una figura organizzativa che bilanci la volontà dell’editore e quella della produzione oltre a tenere le fila di un gruppo di autori spesso molto eterogeneo. È un po’ il ruolo del producer che c’è da tempo in America.

La tua ultima creatura televisiva è Undressed, format che ti sei inventato: a ottobre andrà in onda sul canale Nove la terza stagione. Come ti è venuta l’idea?

Con Magnolia volevamo fare un dating contemporaneo, in piena era social in cui grazie alle varie app ti conosci e dopo qualche ora finisci a letto. Allora ho pensato: “Facciamolo direttamente in un letto”. Di base è un esperimento tra due persone, che raccontano la loro storia cominciando a guardarsi negli occhi: la comunicazione asettica lascia spazio al gioco, si spogliano e si creano delle dinamiche sensoriali particolari, dall’erotismo all’imbarazzo.

Di solito cosa accade in studio quando registrate?

Il letto si trasforma in una bolla dove può accadere di tutto: c’è l’attrazione fisica, quella mentale, entrambi devono provare a piacersi. In Undressed facciamo vedere le nuove generazioni: sono fluidi, romantici, liberi dai tabù rispetto al corpo, hanno facilità a comunicare perché sono figli dei social.

Il format è stato già venduto in Spagna, Francia, Regno Unito, Germania, Olanda, Polonia e Australia. Qual è la chiave del successo?

L’essere universale, intrigante e moderno. Ovunque nel mondo ci sono uomini e donne che vivono l’ansia del primo incontro, l’imbarazzo e il silenzio della scoperta. In Undressed non c’è cliché, ci si mostra con tutte le imperfezioni andando oltre la sola bellezza.

Da qualche anno finalmente si vendono format italiani all’estero. Sbaglio o c’è una piccola inversione di tendenza?

Le cose stanno cambiando, ma tutto sta negli investimenti delle case di produzione: se s’inventano nuovi format, bisogna calcolare il rischio perché si mette in piedi un gruppo di lavoro senza che il prodotto sia ancora stato venduto. L’Italia potrebbe essere leader in questo: tutti i format stranieri riproposti in Italia sono stati migliorati sia nei contenuti che nell’estetica.

Ultima domanda. C’è un programma del tuo lungo curriculum che vorresti rifare o riportare in onda?

Ricominciare, che andò in onda su Rai 2 con la strepitosa Alda D’Eusanio. Intervistammo i grandi personaggi della cronaca, icone come Nadia Comaneci, attrici di cui non si sapeva più nulla come Lola Falana o Lilli Carati. L’intervista al maggiordomo di Lady Diana la comprò persino la Abc perché rivelò dettagli fino allora sconosciuti, ma l’incontro che mi scioccò fu quello con uno dei sopravvissuti al disastro aereo delle Ande, del 1972: per sopravvivere fu costretto a mangiare il cadavere del suo migliore amico.

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