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Tutti i segreti di Petkovic

L'allenatore della Lazio, Vladimir Petkovic (Credits: Ansa/Ettore Ferrari)

Per uscire dalla crisi l’Italia impari dal calcio: stringere la cinghia, obiettivi chiari e gioco di squadra», parola di Vladimir (Vlado) Petkovic, in arte «il dottore». L’allenatore della Lazio è la rivelazione del campionato: se vincerà contro il Cagliari il 5 gennaio, eguaglierà il record di Sven Göran Eriksson con 39 punti in 19 giornate, l’anno dello scudetto.

Arrivato a Roma da perfetto sconosciuto, accolto dalla diffidenza dei tifosi, Petkovic (49 anni, di Sarajevo) ha saputo conquistarsi rispetto e simpatia in pochi mesi, insieme con il secondo posto in classifica e la vittoria nel derby. Niente male per uno che fino al 2005 lavorava alla Caritas e faceva l’allenatore a mezzo servizio nella terza serie svizzera. Un ottimo affare per il presidente, Claudio Lotito, che si è aggiudicato Petkovic con meno di 800 mila euro a stagione.

A Formello, nel centro sportivo della Lazio, si lavora persino il primo gennaio, vietato distrarsi. Il «dottore» resta con i piedi per terra e spiega cos’è per lui il calcio al tempo della crisi: basta ingaggi milionari ai supercampioni, si punta sul collettivo, si utilizzano al meglio le risorse a disposizione, si investe sui giovani. È la riscossa del calcio low cost che ruba la scena alle grandi. Ricorda gli anni della guerra in Bosnia e svela che per trattare con i calciatori si ispira ai metodi che ha appreso alla Caritas aiutando i disoccupati. Fa il tifo per Lotito che vuole entrare in politica.

Dicono che il suo segreto sia nella psicologia. Quanto tempo trascorre a parlare con i giocatori?
La cosa più importante è saperli ascoltare: raccogliere le loro critiche e i loro apprezzamenti. Cerco di sentire la pancia della squadra e di prevenire i problemi. Il mio principio è che tutti i giocatori sono uguali ma qualcuno è sempre più uguale degli altri e si deve anche riconoscere la gerarchia dentro un gruppo.

Unico neo Mauro Zarate. Con lui non vi siete capiti?
Penso che sia colpa sua. Per tre mesi ho tentato in tutte le maniere di coinvolgerlo. Forse è una sconfitta anche per me. Qualcuno ha detto che sia stata la società a impormi certe scelte tecniche. Ma non è vero. Per me più importante di tutto è il collettivo.

Il calcio italiano negli ultimi anni ha perso molti campioni. Deve ritrovare nuovo smalto?
Penso che l’Italia lo abbia già trovato. Credo che già non si avverta più la mancanza di uno Zlatan Ibrahimovic o di altri che sono andati via. È cambiata la mentalità: si guarda a giocatori giovani che hanno un futuro. È un calcio diverso che deve puntare più sul gruppo che sugli individui. Oggi i giocatori di classe si pagano diverse decine di milioni e sono davvero pochi i club che possono permetterseli. Perciò si deve anzitutto cercare di utilizzare al meglio le risorse a disposizione e guardare al domani.

La Lazio è seconda in classifica con una squadra che è rimasta quella della stagione precedente e Miroslav Klose preso a parametro zero. È la vittoria del calcio «low cost»?
La squadra è buona ma sono anche tre anni che gioca insieme e questo porta dei vantaggi dal punto di vista della maturità e dell’affiatamento. Abbiamo buone potenzialità ma forse anche una rosa con qualche giocatore di troppo. Un’attenta attività di «scouting» e una buona pianificazione possono aiutare la squadra a rafforzarsi e crescere ancora a costi sostenibili, soprattutto con i giovani.

Prima di fare l’allenatore ha lavorato alla Caritas del Canton Ticino. Lo ha fatto per necessità o per scelta?
Mentre frequentavo la scuola per allenatori ho lavorato come operatore alla Caritas. Seguivo i disoccupati che cercavano di essere reinseriti nel mondo del lavoro e tenevo dei corsi di formazione per adulti. Un servizio molto delicato perché occorreva aiutare le persone a ritrovare fiducia in se stesse e a conquistare un nuovo impiego.

Dai disoccupati ai calciatori milionari. Un bel salto, non le pare?
Queste due realtà hanno molte cose in comune. Anzitutto la psicologia: occorre sapere trattare con le persone, conquistare la loro fiducia. Per aiutare un disoccupato a ritrovare un impiego o per portare un giocatore a segnare occorre sapere infondere motivazioni e determinazione.

Ha 2 passaporti, 3 carte di identità, parla 8 lingue. Ormai si sente cittadino di quale paese?
Mi sento cittadino europeo. E nient’altro. Dalla Svizzera alla Turchia, fino ad arrivare qui a Roma, mi sono sempre sentito a casa. Le mie origini mi hanno aiutato a integrarmi: a Sarajevo, fin da piccolo, sono stato abituato a vivere in una mescolanza di etnie e religioni.

Ha lasciato il suo paese, la Bosnia Erzegovina, poco prima della guerra. Cosa ricorda di quegli anni terribili?
Io e mia sorella eravamo già all’estero, ma i miei genitori erano rimasti a Sarajevo. È stato un periodo tremendo: era molto difficile raggiungerli telefonicamente. Quando finalmente riuscivi a chiamare, sentivi gli spari in lontananza. A un certo punto le comunicazioni telefoniche si sono interrotte e per sei mesi potevamo metterci in contatto con loro solo tramite i radioamatori.

Com’è oggi la capitale della Bosnia?
Era molto più bella prima della guerra. Mio padre ha fatto prima il giocatore, poi l’allenatore: io e mia sorella abbiamo avuto un’infanzia serena e spensierata. Sarajevo era una città molto aperta, potevamo visitare qualsiasi paese europeo. Non avrei mai immaginato che si sarebbe potuto scatenare tanto odio all’improvviso.

La sua origine è croata. Ora prova rancore nei confronti di serbi e musulmani?
Non so cosa sia il rancore e credo che si debba essere sempre capaci di perdonare. Non capisco come si possa odiare qualcuno perché ha una religione diversa dalla nostra.

Che idea si è fatto dell’Italia in questi mesi? Riuscirà a superare la crisi?
Penso che il vostro Paese abbia tutti i mezzi per uscire dalla crisi: cultura, tradizione, potenzialità economiche. Per rialzarsi dovrebbe imparare dal calcio: essere disposta a stringere la cinghia, avere obiettivi chiari e fare gioco di squadra. Dalla crisi o si esce tutti insieme o non si esce.

Che ne pensa dell’intenzione del suo presidente, Claudio Lotito, di entrare in politica?
Sono decisioni personali. Se il presidente ha dichiarato questa intenzione significa che ha un progetto che vuole portare avanti. Sicuramente ha talento per fare anche questo.

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