La statua a Mennea e quegli altri atleti monumentali

Una scultura in marmo di Carrara ricorderà il grande velocista: un omaggio che all'estero è più frequente che da noi. Ed è riservato anche a campioni ancora in vita

Dopo l'omaggio di Trenitalia, che gli ha intitolato un Freccia Rossa, Pietro Mennea sarà anche ricordato con una statua scolpita nel marmo di Carrara. (Credits: Ansa)

di Giorgio Cimbrico / sportivamente.mag

Anni di pellegrinaggio, come in quelle fulminee sonate di Franz Liszt, per ritrovarsi, per caso o in fondo a una ricerca, di fronte a statue di grandi che sono stati onorati in vita e in morte. È bello parlarne oggi, a qualche giorno dalla decisione di scolpirne una in marmo di Carrara, cavato dallo stesso giacimento apuano dal quale Michelangelo trasse il "gran pezzo di carne" che, spogliato del superfluo, rivelò il David. Cinquecento anni dopo, da quelle fibre sbucherà Pietro Mennea.

Poco più di vent'anni fa, seduto sull'erba di Stanley Park, a Vancouver, indicai a mio figlio la figura, fissata in un eterno sprint, di Harry Jerome, il canadese che, secondo nella storia dopo Armin Hary, raggiunse la sponda dei 10”0. Quella di Gunnar Gren è davanti al vecchio Ullevi di Goteborg e "il Professore" ha appena agganciato di tacco un pallone e sta già pensando a dove indirizzarlo. Non è grande né imponente, ma è difficile non sbatterci contro: giusto a pochi metri da quello "stadiolo" di gusto britannico che una volta qualche cronista con il gusto degli aggettivi "raffinati" avrebbe definito civettuolo. 

Per trovare Lennart Skoglund è invece necessario inoltrarsi nelle stradine della vecchia Stoccolma: Nacka è un folletto che danza accanto a una porta e sembra riuscire a tener a bada il diavolo nella bottiglia che lo sottopose a mille agguati, sino a quello finale.

La prima volta che andai a Helsinki scalpitavo per andare a rendere omaggio al bronzo, che il tempo aveva reso verdastro, all'imbocco della salitina dello stadio olimpico. Sul basamento, Paavo Nurmi (9 ori e 3 argenti olimpici nel fondo e mezzofondo tra il 1920 e il 1928, ndr), nulla di più. Aveva ragione Chateaubriand, quello del filetto: "per i grandi, solo una pietra e un nome". In quei giorni - era il 1994, Campionati europei - inaugurarono anche la statua (stesso materiale, stesso stile, stessa nudità casta) dedicata a Lasse Viren, due doppiette 5.000-10.000 metri a Monaco '72 e Montreal '76. Viren aveva 44 anni, era - ed è - vivo  e vegeto, ma la sua glacialità rese freddi quei momenti. "Le medaglie? Le ho vendute perché avevo bisogno di soldi per la mia azienda di legname". Good bye mister Viren: l'intervista poteva anche finire lì.

Gareth Edwards è sotto gli occhi di tutti: tra asfodeli in primavera e ciclamini in estate, domina l'incrocio dei due corridoi principali del St. David Mall, in pieno centro di Cardiff. Gareth ha 66 anni e la statua è lì almeno da una ventina: lui è colto nel gesto di chi, data un'occhiata, sta per aprire il gioco. Non è chiaro se la decisione di concedergli un simile omaggio sia nata da quello che ha fatto per il Galles (sette Cinque Nazioni con tre Grand Slam), per i Lions (serie vinta in Nuova Zelanda) o per la meta che va scritta tutta maiuscola e che segnò a quattrocento metri da lì, al vecchio Arms Park: era il 27 gennaio 1973, i Barbarians piegarono gli All Blacks e Cliff Morgan (anche lui monumentale) ai microfoni della Bbc compose una poesia selvaggia, degna di un altro grande gallese, Dylan Thomas.

E poi ci sono statue che non ho visto e vorrei vedere prima di diventare un personaggio di Osvaldo Soriano ("un'ombra ben presto sarai") e sono quelle che Jacksonville ha dedicato a Bob Hayes che triturò la terra rossa di Tokyo in una finale dei 100 e in una frazione di staffetta che avrebbero messo in ambasce anche Usain Bolt, e quella all'Università di San José, con il podio di Città del Messico diventato gruppo in bronzo: i pugni chiusi di Tommie Smith e John Carlos, la loro coraggiosa protesta, il loro desiderio di diritti civili a quel tempo costarono loro l'espulsione dal villaggio olimpico e, dopo, molte strade sbarrate. Cosa ci si poteva attendere da un Cio al tempo guidato da Avery Brundage che, giovane dirigente, aveva lodato nel 1936 l'assetto che alla Germania aveva dato Adolf Hitler

A Genova, la mia città, in un luogo diventato tristemente famoso, piazza Alimonda, da un'ottantina di anni dovrebbe esserci il monumento a Emilio Lunghi, bello, apollineo, prima medaglia dell'atletica olimpica (argento negli 800 a Londra 1908), ma il bozzetto lo ritraeva nudo e il parroco della chiesa che lì si affaccia pose il veto. Nel centesimo anniversario della sua disperata impresa (nella quale proprio da un Lunghi in bicicletta venne accompagnato) a Carpi ha avuto il suo riconoscimento Dorando Pietri e il coraggioso omino è stato proposto com'era, senza inutile stravaganze, dal maestro reatino Bernardino Morsani.

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