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Riparte la NFL, con sempre più tifosi anche in Italia

L'esperto di football americano Roberto Gotta ci presenta la nuova stagione dello sport più seguito dagli americani. E non solo da loro

Ray Lewis dei Baltimora Ravens festeggia la vittoria nell'ultimo Superbowl (Getty Images)

32 squadre divise in due conference, AFC (American Football Conference) e NFC (National Football Conference). 17 giornate per la Regular Season prima dei playoff che vedranno coinvolte 12 squadre, sei per ogni Conference. Poi ci saranno i Divisional Playoff dai quali usciranno i nomi delle due finaliste per il Super Bowl, lo spettacolo sportivo americano per eccellenza. Riparte la NFL, il campionato professionistico di football Usa, sport che negli ultimi anni sta ritrovando grande seguito anche nel nostro paese. Mentre la nazionale italiana è in attesa di giocare la finale per l'Europeo B di football contro la Danimarca (sabato 6 settembre alle 18,30 nello stadio Vigorelli di Milano) la passione per lo sport più amato d'oltreoceano vede un interesse crescente di televisioni e media anche in Italia. La prima partita della stagione 2013/2013 sarà quella tra i detentori del titolo, i Baltimora Ravens, e i Denver Broncos. Per presentare il nuovo anno NFL abbiamo chiacchierato con Roberto Gotta, esperto di football, giornalista sportivo e autore del libro "Football & Texas". 

Riparte la NFL, che tipo di stagione ci aspetta?

"Sulla Nfl si può andare sul sicuro, non esiste a memoria una stagione brutta. Sarà per forza uno spettacolo perché è un campionato che ha nel suo DNA lo show. Si giocano solo 16 partite e quasi tutte contano molto per la classifica finale, inoltre i sei giorni tra una gara e l'altra permettono riflessioni e analisi di alto livello anche sul piano giornalistico, immortalando per sempre certi gesti ed episodi".

Come è cambiata la NFL negli ultimi anni?

"L'impatto televisivo è stato enorme, è di gran lunga lo sport più seguito. Tra i venti spettacoli tv più visti nella storia USA ci sono almeno una quindicina di Super Bowl, è un dato chiaro. E' diventato uno sport da dodici mesi l'anno, i draft sono più visti che la finale Nba. L'avvento di Twitter poi ha reso il football ancora più radicato, togliendo spazio alle altre leghe. Non bisogna poi dimenticare che il football di college è il più diffuso negli Usa: gli stadi di college sono più grandi di quelli NFL, le squadre NFL sono 32 quelle di college oltre 300".

Quali sono le franchigie favorite per il titolo?

"Negli ultimi due anni c'è stato un lieve cambiamento con tre delle quattro semifinaliste uguali all'anno precedente, una cosa molto rara. San Francisco sarà di nuovo molto forte, Denver ha preso Payton Manning come quarterback ed è tra le favorite di diritto. Ogni anno una o due squadre saltano fuori dal nulla e sconvolgono i pronostici: Kansas City è ad un livello medio alto e Cleveland ad un livello medio. La situazione di Pittsburgh è invece incomprensibile, alcuni dicono che siano tra i più impreparati e altri che vinceranno il Super Bowl".

Quali sono i giocatori più interessanti di questa nuova stagione?

"Ogni anno c'è un numero alto di giocatori nuovi che possono avere un impatto forte sul campionato. Nella NFL si può entrare dopo tre anni di college, non è come l'Nba dove a volte i nuovi arrivano dopo un anno di college, con poca esperienza tattica e di preparazione. Una delle situazioni più critiche è quella dei NY Jets con Geno Smith che può sostituire Mark Sanchez: sarà un azzardo e non si hanno certezze su quella che potrebbe essere l'effettiva resa. Poi c'è da seguire la prima stagione da titolare di Colin Kaepernick dei San Francisco 49ers che l'anno scorso è stato lanciato titolare mentre la squadra andava bene. Alle spalle ha un intero ritiro basato su di lui, può fare molto bene. Lui sarà molto seguito dai media, ad esempio un ex quarterback come Ron Jaworski lo ha definito uno dei più grandi qb della storia. Kaeperncik è un personaggio a tutto tondo, pieno di tatuaggi colorati, esponente di una generazione non tradizionale con una storia personale travagliata, un personaggio anomalo e per questo molto seguito".

L'Italia è in finale contro la Danimarca degli Europei che si giocano a Milano, può vincere il titolo?

"Innanzitutto bisogna spiegare che sono gli Europei di gruppo B, chi li vince va nel gruppo A. Dopo aver dominato la Gran Bretagna, ma grazie ad un miracolo, siamo in grado di battere la Danimarca e vincere la finale. Sulla carta non c'è nessun ostacolo alla vittoria, i ragazzi devono però dimenticare quello che hanno fatto in semifinale e dare tutto. Il fattore campo è stato quello più inaspettato, al Vigorelli erano oltre 3.000".

Dopo un boom negli anni '80 il football sta tornando in voga anche nel nostro paese, secondo te perché?

"Negli anni Ottanta nei derby di Bologna c'erano 4000 persone di media a partita con un picco di 26 mila persone in una storica finale. Ci fu una crescita eccessiva rispetto ai mezzi, sembrava che ogni paese italiano avesse la sua squadra di football ma non era pensabile. La crescita fu sproporzionata ma non tutti se ne resero conto, e continuarono ad agire come se il futuro fosse ormai garantito, specialmente dopo l'ingresso nel Coni: mentre proprio in quegli anni cominciarono le difficoltà che portarono a un netto ridimensionamento. Adesso bisogna essere cauti, c'è un ritorno di interesse ma le spese sono sempre alte. Un po' è stato merito della televisione e poi c'è una parte di persone che si sono stufate del mondo calcio, soprattutto di come viene affrontato ed enfatizzato tra eccessi e polemiche. Oggi c'è molto lavoro di tante squadre nel loro territorio per portare gente allo stadio e a giocare a football. L'esempio è quello dei Warriors di Bologna, hanno un'accademia del football e sono preparatissimi. La crescita è difficile considerando i tempi, ad esempio la IFL ha dovuto scendere da 12 a 8 squadre tra 2012 e 2013 per problemi di sponsor, ma nel 2014 avrà almeno 10 squadre solide".

Come procede il mondo del football in Italia?

"Devo dire una cosa banale: so che è giusto sognare ma bisogna fare un passo alla volta per non ripetere gli errori degli anni '80. Alcune delle persone che all'epoca giocavano e hanno assistito alla crisi del movimento senza poterci fare nulla sono ora tornate con ruoli organizzativi, come Marco Mutti, campione europeo a Helsinki 1987, che qualche anno fa ha fatto rinascere i Seamen spariti nei primi anni 90. L'obiettivo è non compiere gli stessi errori e chi è tornato nell'ambiente sa cosa bisogna fare per portare nuovamente il football ai livelli che merita". 

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