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La Nba si fa grande in Italia

Nel prossimo weekend si concluderà a Torino il torneo Nba 3X, che ha raccolto in tutto il Paese numeri da capogiro. "Il basket pro Usa funziona e convince, ecco perché": l'intervista al general manager di Nba Italia

James Harden con la casacca degli Usa a Londra 2012 (Credits: AP Photo/Charles Krupa)

La Nba fa spettacolo in Italia. Oltre mezzo milione di appassionati della pallacanestro made in Usa hanno seguito da vicino il primo torneo 3 contro 3 organizzato per la prima volta nel nostro Paese dalla Grande lega del basket pro americano. Più di 800 le squadre iscritte e 6 le città che hanno ospitato l'evento che è stato presentato al pubblico con il nome Nba 3X. Da Lignano Sabbiadoro a Napoli, passando per Trapani, Ostia e Reggio Calabria, fino a Torino, dove nel prossimo fine settimana si terrà l'ultimo appuntamento.

La Nba ha dato forma e sostanza a un prodotto fruibile da giovani e meno giovani, per avvicinare anche e soprattutto coloro che non hanno mai avuto niente a che fare con la palla a spicchi. La ricetta è nota: negli Stati Uniti sanno come si prepara uno show. Da qui, l'idea di far partecipare alle tappe italiane non soltanto i campioni affermati della Nba, come James Harden, Darryl Hawkins e il "nostro" Danilo Gallinari, ma anche i gruppi di ballo (le famose cheerleaders) che accompagnano le squadre dell'Olimpo Usa nel corso della regular season. Insomma, una festa a tutto tondo. Per chi ama il basket d'elite, ma non solo.  

A margine della conferenza stampa di presentazione dell'ultima tappa del tour italiano, abbiamo incontrato Katia Bassi, general manager di Nba Italia. Tanti gli spunti di cui parlare, tante le ragioni per guardare con ottimismo allo sviluppo del rapporto di collaborazione tra la Grande lega e il nostro Paese.

Come si spiega il successo dell'iniziativa 3X? Perché i tornei organizzati dalla Nba producono numeri e risultati importanti, mentre quelli proposti dalla Federbasket fanno fatica a tenere il passo?

Non mi permetto di dire se e cosa non funziona nel lavoro della Federbasket, posso dire però che Nba fa la differenza con l'intrattenimento. Noi puntiamo ad avere un evento che coinvolga tutti. E per questo è importante trovare modalità che interessano anche chi del basket sa molto poco. E poi, devo dire che noi parliamo ai nostri interlocutori, che sono ragazzi dai 16 ai 34 anni, con gli strumenti che loro usano frequentemente. Tutta la parte digital, per intenderci, per noi è fondamentale. Siamo la prima Lega mondiale su Facebook e il primo brand mondiale su Twitter.

Quali sono le prossime iniziative della Nba in programma nel nostro Paese?

Dal gennaio del prossimo anno ci sarà un torneo nelle scuole superiori, che ha già avuto un grande successo quest'anno, anche se era in una fase un po' sperimentale. Il torneo si chiama Schools Cup e darà la possibilità a tutti i ragazzi di vivere il sogno Nba. Entriamo nelle scuole con l'obiettivo di 'contaminare' anche gli insegnanti di educazione fisica, che saranno naturalmente decisivi per il successo dell'iniziativa. Nba presta da sempre grande attenzione alla parte, diciamo così, formale.

Per questo, designeremo una città che ospiterà la fase finale del torneo e ci prenderemo carico di tutte le spese di trasporto, vitto e alloggio per le 50 squadre finaliste che auspicabilmente arriveranno da tutta Italia. E' un modo, ripeto, per far vivere un sogno Nba a ragazzi che solitamente sono abituati a confrontarsi con la pallacanestro dei centri sportivi. A questo, considerato il successo di quest'anno, si accompagnerà l'evoluzione del progetto 3X, che partirà subito dopo la fine della scuola e quindi della Schools Cup.

In un momento di crisi generalizzata, la Nba rilancia. E si presenta al pubblico di tutto il mondo con il sorriso di chi sa come si fa a raccogliere consenso. Quale il segreto di questo approccio?

Credo che lo sport, se gestito bene, non conoscerà mai da vicino la parola crisi. La gente ha bisogno di divertirsi, anche e soprattutto in momenti di difficoltà. Se poi le si offre una situazione, come quelle che organizziamo noi, in cui il momento sportivo è veramente molto rilassato, beh, non può che funzionare. In più, trovo che i nostri giocatori siano molto lungimiranti dal punto di vista del rapporto con il pubblico. Nonostante siano davvero delle icone, hanno la gradevolezza di avere un contatto diretto con chi li segue, che li rende persone normali. E questo a mio parere fa la differenza.

Eppure, i numeri dicono che qualcosa non torna. La pallacanestro nel nostro Paese è uno degli sport più praticati dopo il calcio, ma questo entusiasmo non trova diretta corrispondenza nell'audience delle gare trasmesse in tv. Quest'anno i diritti del campionato italiano sono stati acquistati da Sportitalia a prezzo stracciato, dopo che nessuna delle reti nazionali generaliste si era fatta avanti...

Non capisco perché le televisioni siano così poco interessate al basket italiano. Quello che posso dire è che il nostro è un target che guarda la tv molto poco. La gente ha sempre più bisogno di contenitori che offrano materiale on demand, da seguire quando possibile. Negli Usa se ne sono resi conto da tempo, muovendosi di conseguenza con strumenti ad hoc. Nel nostro Paese, poi, bisogna anche fare i conti con il calcio, lo sport più diffuso e seguito, che spesso toglie spazio a tutte le altre discipline.

Tuttavia, noi registriamo un numero di appassionati della Nba stimato intorno ai 5 milioni, che ci mette alla pari di Milan e Inter. Questo significa che il tifoso del calcio è anche interessato a uno sport che sia, come Nba, molto glamour e molto performante. Le due anime possono quindi coesistere. E il risultato della vendita dei biglietti per la gara dei Celtics a Milano lo dimostra. Per i grossi eventi, l'Italia c'è.

Cosa cerca la Nba in Italia? Si può dire che in seguito all'affermazione dei tre grandi giocatori italiani negli Usa l'interesse dei vertici della pallacanestro a stelle e strisce sia aumentato nei confronti delle opportunità proposte dal nostro Paese?

I numeri dicono che l'interesse per le nostre iniziative c'è ed è grande, ecco perché andiamo a incontrare i tifosi con progetti come il 3X. Il messaggio è chiaro: Nba si muove e si mette a disposizione del suo pubblico. Credo che sia importante che leghe internazionali come Nba decidano di aprirsi all'esterno. L'aspettativa non è soltanto nei confronti dell'Italia, riguarda tutta l'Europa. Nba vuole perseguire un processo di internalizzazione che sia vero e profondo.

Non lo fa la Major League del baseball, non lo fa la Nfl, la Grande lega del football americano. E' certo poi che il nostro intento non possa che passare attraverso i giocatori. Il fatto di avere un giocatore per ogni nazionalità che rappresenta  un paese nel quale noi siamo presenti chiaramente aiuta e non poco.  

Il sogno del cassetto nella Nba? Quelle che ci ha presentato sembrano iniziative per verificare la risposta del pubblico nel breve e medio termine. Qual è la vera prospettiva, il vostro vero obiettivo?

Il sogno è di avere delle franchigie Nba anche sul territorio europeo. Non le nascondo che passa però anche e soprattutto dalla rivitalizzazione dei palazzetti, che oggi, almeno in Italia, non sono particolarmente performanti. Motivo per cui se scegliamo di fare una tappa in Europa per una gara di regular season, come è stato nel 2011 e come sarà nel 2013, gioco forza Londra è il riferimento più credibile.

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