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La "mia" Italia-Germania '82

E la vostra, com'è stata. Raccontalo a Panorama.it

La Nazionale azzurra che vinse i Mondiali '82 battendo la Germania 3-1 (Credits: LaPresse)

La sera di Italia-Germania, finale dei Mondiali del 1982 ho, per la prima volta, capito più precisamente di come l’avrei capito leggendo tutta la storia d’Italia dell’Einaudi, che cosa significa, romanticamente parlando, la parola “popolo”. Fino a quella sera non avevo idea di far parte di una comunità e tantomeno di una nazione, di un Paese. La mia conoscenza della gente, avevo allora 15 anni, si limitava alla scuola, che era di fronte a casa mia, alla mia parrocchia, dove passavo inutili pomeriggi interi, alla mia famiglia e ad alcuni parenti che saltuariamente andavamo a trovare soprattutto se stavano male. Ma l’idea di comunità estesa non era assolutamente all’interno del mio orizzonte.
Abitavo a Forlì, in quella che Guccini definirebbe una “piccola città, bastardo posto” nella quale ci si conosceva per relazioni obbligate dalla vita (affari, parentele) e in tutta la città raramente avevo visto fino ad allora più di una ventina di persone, in genere vecchi possidenti terrieri che si scambiavano proprietà stringendosi la mano, riunite in un solo posto.
Ma la sera della finale dei Mondiali cambiò tutto. Della partita non ricordo assolutamente nulla, ma ciò che ricordo perfettamente è cosa successe quando finì.

Mi affacciai dalla terrazza di casa insieme a mia madre e mio padre (mio fratello, più grande, come al solito, non c’era). La terrazza era la più alta di quelle che si affacciavano su una delle due piazze di Forlì, Piazza della Vittoria e da lì potevo vedere nitidamente la finestra della mia classe delle medie e perfino i banchi dei miei compagni. Non ricordo se mio padre mi disse: “Guarda”, ma è come se l’avesse fatto. Vidi la piazza invasa da centinaia di auto con le luci accese, che suonavano i clacson, bandiere italiane ovunque, gente seduta sui finestrini che urlava, altri che correvano bagnati di vino con la bottiglia in mano che schizzavano di Sangiovese come a battezzare le bandiere che ricoprivano le auto. Vidi le ragazze, solitamente noiose, urlare come tarantolate, i vecchi che avevano tirato fuori dagli armadi vecchie bandiere, di quelle con il fascio (Predappio, d’altra parte, è lì…) con le bocche deformate che cercavano di darsi da fare per partecipare alla follia, tanto che non capivo se fossero felici o rabbiosi. E soprattutto ricordo il frastuono assordante che stava sconvolgendo la piazza più trascurabile dell’universo, buona solo per arrivare alla stazione quando si proviene dalla campagna percorrendo viale Roma.
In quel momento in piazza c’erano tutti, tutta Forlì. C’erano tutti i miei amici, i miei compagni di scuola, i miei professori assurdamente severi, i miei parenti, anche quelli che stavano male, c’era certamente anche mio fratello, sicuramente con la sua bandiera che aveva comprato il giorno prima e sicuramente c’era il gelataio che fregava sulle palle di cioccolato, il venditore di pizzette che usava lo stesso olio per cuocere diversi chilometri quadrati di spianata, c’era la commessa del bar di piazza Saffi della quale mi ero inutilmente innamorato, c’era il mio professore di chitarra classica e il mio parroco, tutti a urlare, imprecare, correre e sbracciarsi come fossero dei Tardelli. C’erano certamente tutti, anche se io non riconobbi nessuno. Quella finale dei Mondiali del 1982 mi ha cambiato come poche altre cose. In una piazza trascurabile di un bastardo posto, che poi è l’Italia, c’era spazio per tutti, ognuno con le proprie bandiere e le proprie bocche storte. Lì ho capito, perché l’ho visto, cosa è un “popolo”.

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