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La piccola Inter, il grande Mourinho

La settimana europea ci racconta di una crisi e di un fenomeno (legati per sempre)

Mourinho saluta i tifosi dello United all'Old Trafford (credits: ANDREW YATES AFP/Getty Images)

Quel che resta dell’Inter viene spazzato via in un soffio, come ampiamente pronosticabile. Distrutta in 18’ dal Tottenham che è una buona squadra in grande condizione, soprattutto corre. Cosa che l’Inter non fa più da tempo.

Dopo il terzo gol gli inglesi potrebbero addirittura infierire. Invece ingenuamente rischiano pure qualcosa. Ma non è questo il punto. Il punto è l’Inter costretta a mandare dentro il mal sopportato, abitualmente maleducato, tendenzialmente inutile Cassano. Ed è già fuori da una Coppa che la Lazio sta invece giocando in modo meraviglioso, allineandosi all’orizzonte dei sogni di questo magnifico prodromo piovoso di primavera che la Juventus e il Milan ancora per metà, si stanno inventando.

L’Inter invece sembra non aver più nulla dentro, svuotata di giocatori, energia e spirito. C’è qualche anima buona che insiste: basta con questo pessimismo cosmico, siamo quarti a un punto dallo strombazzato Milan. Sì, per quanto ancora? Perché la carta delle classifiche è trasparente se non si vuole guardare il campo. Un parametro preso a caso: ultime dieci partite. I rossoneri hanno incassato 21 punti, l’Inter 13. La squadra di Allegri sarebbe prima, la banda del buco di Stramaccioni quattordicesima. Rimane forse l’orgoglio del derby e di Catania, ma non riusciamo proprio a vedere, con tutta la buona volontà del mondo, come possano questi arrivare in area Champions. Sulle conseguenze che sarebbero, inutile dilungarsi, tanto le conoscete euro per euro.

Certo, prima di alzare le nostre bandiere al vento d’Europa conviene aspettare il Milan, perché l’eventuale eliminazione del Barcellona fa tutta la differenza del caso. A quel punto potremmo dire che nel Vecchio Continente del calcio sarà la primavera rossa, quella del comunismo del pallone, delle tute blu al potere. Se va fuori Messi resta un top player e mezzo: quello intero è Cristiano Ronaldo. L’altro è Ibrahimovic i cui bisticci con le grandi notti di coppa conoscete tutti. Certo, c’è il Bayern che è uno squadrone, i migliori operai specializzati d’Europa. Ma Ribery non cambia più il destino da solo e Muller non ancora. Dunque, vale tutto. Con Juventus e Borussia Dortmund che sono il simbolo di questa rivoluzione, se non proprio proletaria, almeno della buona borghesia. Tutto molto interessante, divertente. Anche se, avessimo soldi da buttare, lo faremmo sul Real, più per Mourinho che per CR7.

Un genio assoluto, lo pensiamo ogni giorno di più. Mentre il piccolo Porto e l’Inter dei sogni erano un esercito pronto a morire per il comandante, questo Real è il suo nemico. La Spagna intera, stampa compresa è il nemico. Strategia nuova: mi odiano tutti. Io mi siedo lì e aspetto che giochino per se stessi, magari per dimostrare che il pirla sono io. Intanto col talento che c’è vincere è quasi fatale. Se gli riesce anche questo colpo è il più grande allenatore ogni epoca, insieme a Phil Jackson, guru dei Chicago Bulls di Jordan e poi dei Lakers di Shaq e Kobe. Per la serie: carisma e intelligenza superiori non si comprano a Coverciano.

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