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Calcio, serie A - 12^ giornata

Dopo la rivoluzione è stata la domenica della restaurazione, soprattutto per Inter e Milan

Miro Klose esulta dopo il gol del 2-1 nel derby di ieri (Credits: Marco Rosi/LaPresse)

Tentata rivoluzione e restaurazione. Nel giro di una settimana. La Juventus risponde al sabato nero segnando dieci gol in due partite e lancia uno strillo: tutti in fila dietro la maestra, bambini e guai a chi si azzarda a muoversi. L’Inter, che aveva meravigliosamente alzato la cresta, gioca a Bergamo  con l'Atalanta una partita molto meno spensierata, trova il modo di infuriarsi (giustamente) con l’arbitro, ma non è questo il punto. Almeno non solo questo. Il fatto è che la squadra di Stramaccioni è abbastanza sfinita, dalla lunga fila di vittorie, dalla ricerca alla fine riuscita di se stessa, dalla capacità di saper vivere in una maniera sola: difesa accorta (ma quando manca Samuel il muro crolla), centrocampo di contenimento e tre punte forti e molto diverse a fare il risultato. Può riprendere e continuare la sua strada, ma a Bergamo hanno capito anche i sassi preistorici di quello stadio ormai indegno che è l’Azzurri d’Italia, che serve altro personale di qualità, al di là del rientro di Snejider che bisognerà anche capire dove andrà a piazzarsi sul tavolo del Subbuteo di Stramaccioni. E se ne avrà voglia.

Tutto terribilmente nella norma pure il resto: il Napoli, dopo essersi tolto dalle spalle il peso dell’impossibile confronto diretto di Torino, torna leggero a rincorrere, cosa che gli riesce molto meglio, come insegna chi dice che il potere logora chi non ce l’ha.

Normalissimo anche il derby di Roma, dove De Rossi, tirato per la maglia e per i nervi da tutte le parti, li perde e ficca un cazzotto il faccia a Mauri. Chiaro che a Roma, con Zeman non ci sta più bene. Evidente anche che c’è qualcosa di scollato dentro la squadra, al di là di Totti che non fa i gradoni perché è anziano. Fondere due anime con un allenatore che predica integralismo e cieca fiducia è una operazione ai limiti dell’impossibile.

La Lazio di Petkovic è proprio un’altra cosa, coi suoi limiti e i suoi difetti sia chiaro, ma una macchina molto più semplice da far funzionare.

E la domenica in cui tutto torna quasi banale viene chiusa dal Milan, che perde una squadra viva scegliendo di far giocare chi è ormai morto dentro per questo progetto, da Pato, a Robinho, a Boateng: magari signori giocatori in valore assoluto, ma reduci di una squadra che non esiste più. Così come non esiste a questo punto intestardirsi nella difesa sempre più d’ufficio di Allegri. Anche lui come quelli di cui sopra non riesce a dare più nulla a una squadra che già non ha moltissimo da sola, ma che avrebbe bisogno di poche idee chiare, di semplicità di applicazione e della freschezza di quei pochi che ne hanno. Il Milan di oggi è un mostro a due teste, che non sono quelle di Berlusconi e di Galliani (o forse anche sì…), ma di El Shaarawy e Pato: il passato morsica un futuro ancora estremamente incerto. Il Milan deve imparare a giocare come la squadra normale che oggi è. Ma non può più essere Massimiliano Allegri, consumato dalla sfiducia e dai troppi tentativi fatti e falliti, ad insegnarglielo.

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