Pochi secondi separano l'uscita della Ferrari 312 T2 pilotata da Niki Lauda dal rettilineo prima della curva del Bergwerk lungo il tracciato del Nurburgring.

Sono le 14.31 del 1 agosto 1976 e la pioggia battente rendeva insidioso il 10° Gran Premio della stagione. Lo stesso Lauda protestò con la direzione di gara chiedendo di sospendere la prova, ma la sua proposta cadde inascoltata.

La monoposto del campione austriaco divenne una palla di fuoco che carambolò contro le vetture di Ertl e Lunger, prima di fermarsi a bordo pista avvolta dalle fiamme.

Il primo ad accorrere in aiuto al pilota intrappolato nell'inferno di fuoco è Arturo Merzario, protetto da Ertl che azionò l'estintore. Ancora cosciente, Lauda si rivolse al pilota comasco chiedendo notizie sulle condizioni del suo viso sfigurato. Era stato avvolto nelle fiamme per più di un minuto. Il cuoio capelluto, gran parte del viso, le palpebre e un orecchio erano gravemente compromessi. Ma soprattutto sono i polmoni di Niki a destare le preoccupazioni dei sanitari che trasportarono in elicottero il pilota prima a Ludwigshafen e quindi a Mannheim.

Nonostante la gravità delle ferite, Lauda resiste. Dalla tenda ad ossigeno passa sotto i ferri dei chirurghi plastici per una serie di dolorose operazioni per ricostruire soprattutto la funzionalità delle palpebre e dei muscoli facciali.

Meno di due mesi dopo la tragedia del 1 agosto, Niki corre a Monza il Gran Premio d'Italia con un casco modificato per contenere le medicazioni ancora applicate al volto. Tra le difficoltà dovute alla lacrimazione ancora compromessa, il campione austriaco rinasce come l'araba fenice dalle sue ceneri lasciate lungo il tracciato del Nurburgring. A Monza finirà quarto, un risultato che sapeva di miracolo.

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