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Formula 1

GP Monza, una leggenda lunga 90 anni

Il tempio della velocità tra piloti leggendari e la storia d'amore con la Ferrari

L'autodromo di Monza nel1958 (Credits: LaPresse)

Il mondiale di Formula 1 torna a Monza e sull'asfalto dell'Autodromo si respira ancora, dopo 90 anni, la storia delle corse. La parabolica, le curve di Lesmo, la variante Ascari, è qui dove sono diventati grandi, in epoca più o meno recente, campioni come Stewart, Villeneuve, Lauda, Senna, Schumacher (che a Monza ha vinto più di tutti). Prima di loro altri eroi come Ascari e Fangio hanno trionfato quando salire in macchina a Monza, il tempio della velocità, voleva dire sfidare i limiti della fisica.

CIRCUITO Dopo gli ultimi 60 anni di modifiche il tracciato è composto da 5,8 chilometri di rettilinei e staccate. Prima la variante goodyear (da destra a sinistra) dove in un amen si passa da 300 a 90 chilometri orari. Quindi la curva Biassono e la seconda variante, della Roggia, che precede le due curve di Lesmo uno dei tratti più impegnativi della pista. L'ultima parte del circuito è un altro pezzo di storia dei motori con la semicurva del Serraglio, che incrocia la mitica sopraelevata del vecchio anello di velocità, e poi la variante Ascari che porta direttamente alla Parabolica, da percorrere tutta all'esterno dosando il gas. La somma di tutto vale 260 km/h velocità di media e fa di Monza il circuito più veloce del mondiale (dopo le modifiche apportate ad Hockenheim) in cui sul rettilineo si possono raggiungere punte di 360 km/h.

STORIA Il racconto comincia da lontano, da quel 1922 in cui l'autodromo, costruito tra le mura del Parco dall'Automobil Club di Milano, ospita la seconda edizione del Gran Premio d'Italia (solo in cinque occasioni la gara verrà spostata in altri circuiti) vinta da Pietro Bordino a bordo della sua Fiat 804. Ai tempi il tracciato, lungo 10 chilometri, comprendeva ancora i due anelli che venivano utilizzati insieme, nella stessa gara, alternandoli ad ogni giro. "Troppo veloce" dicevano in molti. Velocità che, in tempi in cui il concetto di sicurezza era ancora un perfetto sconosciuto, si tramutava spesso in incidenti mortali. Il primo risale al 1928 quando Emilio Materassi perse il controllo della sua auto alla fine del rettilineo uccidendo se stesso e altre 30 persone. Da allora inizieranno le modifiche che porteranno, negli anni, al circuito che conosciamo oggi: prima la parabolica (nel 1955) poi le chicane (diventate variante Goodyear e della Roggia) quindi la curva (in seguito variante) Ascari. Lavori per ridurre la velocità e la pericolosità di Monza ma che non elimineranno mai del tutto i rischi per la vita di piloti e spettatori: il ferrarista Von Trips, i due piloti della Lotus (in epoche diverse) Peterson e Rindt, lo stesso Ascari (durante un test) lasceranno la loro vita sull'asfalto dell'autodromo in incidenti che in alcuni casi hanno ucciso anche chi era lì, sulle colline del parco, ad ammirare le loro gesta. Di loro, piloti e uomini, restano la passione per il limite, la voglia di sentire il grido dei motori spinti al massimo, cose che ancora oggi riecheggiano tra le mura del parco di Monza come forse in nessun altro luogo del Mondiale di Formula 1.

VITTORIE Monza è una di quelle gare in cui si decidono le sorti dei mondiali e a volte di intere carriere. Jackie Stewart vi fece, per sua stessa ammissione, la più bella corsa della sua vita dopo una rimonta incredibile che gli valse il quarto posto finale e il Mondiale 1973. Sempre qui, nel primo dopoguerra, Alberto Ascari portò alla vittoria la 12 cilindri Ferrari frutto dell'intuizione di Enzo. Le decadi seguenti sono quelle delle vittorie di Fangio (3 consecutive dal '53 al '55) di Stirling Moss e Phil Hill. Gli  anni '90 invece hanno visto consumarsi le sfide tra Villeneuve e Damon Hill prima, e tra Hakkinen e Schuamacher poi. Al Gran Premio d'Italia nessuno ha vinto come il tedesco: 5 volte tra 1996 e 2006. Nel mezzo, gli anni di crescita della Ferrari che tornava grande e il pianto liberatorio dopo la vittoria del 2000 che ha mostrato agli spettatori di Monza il lato umano del campione tedesco. Lo stesso sguardo visto qualche anno dopo sul viso di Sebastian Vettel che vinceva la sua prima gara, con la Toro Rosso, in quello che fu anche il battesimo del futuro campione del mondo.

FERRARI Le immagini recenti della rossa in quel di Monza appartengono a Fernando Alonso e al suo successo nel 2010 ma l'amore tra l'Autodromo e il cavallino rampante viene da lontano. D'altra parte Enzo Ferrari la pista la conosceva fin dagli anni '20, quando fu pilota e poi gestore dell'Alfa Romeo. Come costruttore la sua prima vittoria a Monza arriva nel 1949, con Ascari, quando ancora non esisteva il campionato mondiale. Enzo non poteva non amare il circuito. Il coraggio e la velocità che servivano per affrontarlo erano quello che voleva, anzi pretendeva, dai suoi piloti e dalle sue macchine. Da allora seguiranno le imprese di altri eroi come Hill, Surtees, Scarfiotti (ultimo italiano a vincere la corsa), Regazzoni e Schekter. Dopo quest'ultimo comincerà un lungo digiuno (di vittorie e titoli) per la casa di Maranello, interrotto nel 1988 dall'incredibile doppietta di Berger e Alboreto in una stagione dominata dal duo Senna-Prost su McLaren. Una vittoria insperata viste le scarse prestazioni della rossa in quegli anni, significativa perchè arrivata solo un meso dopo la scomparsa di Ferrari. In realtà il padre della rossa mancava dal circuito già dal 1970, quando Rindt morì in un terribile incidente poco prima della parabolica e Enzo abbandonò l'Autodromo senza più ritornarci. Quella volta Monza gli aveva spezzato il cuore. Anche questo fa parte della leggenda.

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