Rugby, poco sport di base nei bilanci della Federazione

Fino a qualche settimana fa, nonostante la crescente popolarità dello sport che promuove e rappresenta, la Federazione Italiana Rugby era una delle più criticate da appassionati e semplici osservatori. Il motivo? Per quasi 8 anni la Fir non aveva reso …Leggi tutto

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Foto Alfredo Falcone - LaPresse 17 03 2012 Roma ( Italia) Sport Rugby Italia - Scozia RBS 6 Nazioni 2012 - Stadio Olimpico di Roma Nella foto: esultanza Venditti Photo Alfredo Falcone - LaPresse 17 03 2012 Roma (Italy) Sport Rugby Italia - Scozia RBS 6 Nations 2012 - Olimpico Stadium of Roma In the pic:celebrates Venditti

I nazionali italiani esultano dopo la vittoria contro la Scozia nel marzo scorso (credits: Alfredo Falcone/LaPresse)

Fino a qualche settimana fa, nonostante la crescente popolarità dello sport che promuove e rappresenta, la Federazione Italiana Rugby era una delle più criticate da appassionati e semplici osservatori. Il motivo? Per quasi 8 anni la Fir non aveva reso pubblici i suoi bilanci. Una scelta che aveva alimentato polemiche e divisioni durante la campagna elettorale conclusasi il 15 settembre scorso con l’avvento alla presidenza di Alfredo Gavazzi.

Gavazzi, 62enne bresciano ed ex patron del Calvisano Rugby, era il candidato della continuità, indicato dal presidente uscente Giancarlo Dondi, vero dominus della palla ovale italiana negli ultimi 16 anni. Eppure uno dei suoi primi provvedimenti è stato quello di concedere ciò che lo stesso Dondi aveva a lungo negato ai presidenti delle società: la pubblicazione integrale dei suoi rendiconti.

Quelli relativi al 2011, finiti on line pochi giorni fa, hanno subito monopolizzato il dibattito sui forum specializzati (qui e qui alcuni esempi) lasciando in secondo piano i test match di novembre che, in vista del prossimo 6 nazioni, rappresenteranno il primo vero banco di prova nel nuovo vertice federale.

Il dato che salta maggiormente all’occhio, e che ha suscitato le maggiori polemiche, è la distribuzione del budget: le entrate della Fir (tra contributo Coni, diritti tv e sponsorizzazioni) ammontano a poco più di 37 milioni di euro. Di questi, però, la maggior parte servono a finanziare l’attività delle nazionali e delle squadre del campionato maggiore. Anche se al momento nessuna di loro sembra averne beneficiato sul piano dei risultati sportivi conseguiti.

I fondi destinati all’attività di promozione sul territorio, invece, superano a stento il 10% del budget, tra contributi diretti ad associazioni e società sportive (1,4 milioni), sezioni convenzionate (2,3 milioni, che comprendono il “progetto scuole”) e acquisto materiale tecnico-sportivo (meno di un milione per rifornire tutte le attività non professionistiche, visto che quelle principali sono equipaggiate da sponsor come Adidas e altri).

Un investimento che evidentemente non può bastare a realizzare una vera promozione sportiva, o a diffondere una cultura del rugby in famiglia, a scuola, nella società, nel pubblico. Si tratterebbe di investimenti di lungo periodo ma essenziali per creare negli anni a venire movimento, business e indotto attorno al rugby azzurro, soprattutto se si considera il fatto che l’Italia intende candidarsi a ospitare i mondiali del 2023. Ma sembra quasi che al Coni e alle singole federazioni sportive (il problema, infatti, non riguarda certo soltanto il rugby) questo aspetto non interessi.

 

 

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