Nuovi stadi: l’allarme di Beretta, i ricavi della Juventus, le mosse degli altri club

”La vera penalizzazione che il calcio italiano ha nei confronti di Germania, Spagna o Inghilterra è strutturale. Sono questi i Paesi dove ci sono stadi di nuova generazione, di proprietà o gestiti dai club. Questa fa …Leggi tutto

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La vera penalizzazione che il calcio italiano ha nei confronti di Germania, Spagna o Inghilterra è strutturale. Sono questi i Paesi dove ci sono stadi di nuova generazione, di proprietà o gestiti dai club. Questa fa un’enorme differenza nella qualità del prodotto che viene offerto e nella fidelizzazione dei tifosi, oltre che un impatto significativo sulla diversificazione dei ricavi”. Lo ha detto ieri il presidente della Lega di serie A, Maurizio Beretta, a margine di un convegno della LegaPro. ”Bisogna imboccare la strada delle riforme”, ha concluso.

Strada che mai come oggi appare impervia, dopo che le nuove elezioni hanno rinviato a un nuovo parlamento e a un nuovo governo la responsabilità di varare la legge quadro di cui si discute ormai da due anni e mezzo. Mentre il contesto economico di riferimento peggiora. Nella scorsa stagione, infatti, solo il 10% del fatturato dei club italiani di serie A e B è arrivato dal botteghino con un tasso di riempimento degli impianti del 56% e un calo di spettatori del 4,4%. Più in dettaglio, la riduzione dei ricavi da stadio nel 2011-2012 è stata di 22 milioni di euro (253 milioni contro i 275 del campionato precedente). Un dato che non ha corrispettivi nel resto d’Europa, dove per quasi tutti i team l’impianto vale almeno un terzo dei ricavi, oltre a rappresentare lo strumento ideale attraverso il quale realizzare gigantesche economie di scala: niente più affitti da versare ai comuni, tanto per dirne una, e niente più spese accessorie per sede, negozi e campi d’allenamento.

Eppure qualcosa ricomincia a muoversi, anche perchè oggi i club hanno davanti a sé una strada di sostenibilità tracciata: quella dello Juventus Stadium. Nel suo primo anno di esercizio (2011/2012) lo stadio, primo caso di impianto di proprietà per una squadra italiana di serie A, ha generato per le casse della Vecchia Signora un incremento di fatturato pari a 23,5 milioni di euro, con un risultato netto addizionale di circa 9 milioni. In particolare i ricavi da gara sono quasi raddoppiati, per l’effetto combinato dell’aumento dei posti a sedere e dell’aumento dei prezzi. A fornire le cifre è un dettagliato rapporto curato dal sito Tifoso Bilanciato (lo potete scaricare qui) che ha messo a confronto gli esercizi della società bianconera prima e dopo la costruzione, attribuendo a ciascuna voce del bilancio complessivo un peso in rapporto alle mutate esigenze. Secondo il report, gli introiti aggiuntivi dovuti allo stadio, al netto dei maggiori costi e delle uscite in conto capitale (rate del finanziamento più interessi) può garantire una media di 16,5 milioni all’anno di disponibilità nette (quello che in gergo tecnico si chiama “excess cash flow”). Una “cresta” preziosissima, insomma, in tempi di Fair play finanziario, che la Juventus potrà destinare a nuovi investimenti, ad esempio rafforzando la rosa della prima squadra. Senza contare che ulteriori benefici potranno arrivare dalla cessione dei naming rights sull’impianto, per i quali secondo quanto risulta a Panorama.it le trattative sono a una stretta decisiva.

Il bilancio della Juventus riclassificato per calcolare l'impatto economico del nuovo stadio (credits: TifosoBilanciato)

A chi toccherà fare la prossima mossa? Fino a poche settimane fa il progetto più avanzato sembrava essere quello dell’Udinese, che ricorrendo quasi esclusivamente alle risorse interne (principalmente plusvalenze da calciomercato) ha messo in cantiere l’acquisto dal Comune dello stadio Friuli, accompagnato da un ampio restyling dello stesso. In questo momento, però, secondo quanto riportano i media locali, la burocrazia e la freddezza di una parte della tifoseria starebbero rallentando il progetto.

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Il progetto di restyling dello stadio Friuli (credits: Udinese calcio)

La novità è che dopo Inter, Milan, Fiorentina e Roma, i cui piani sono stati già raccontati in questa rubrica, si sta muovendo anche il Napoli. Lo stadio dei sogni di Aurelio De Laurentiis è rivoluzionario: niente curve, due tribune centrali da 25mila posti l’una, ristoranti o spazi di divertimento ai lati. Non vuole penalizzare il tifo più caldo, ma agevolare la fruizione dello spettacolo: “Lo spettatore deve avere la sensazione di toccare i giocatori. Niente pista d’atletica, tribune vicine al campo. E a chi vuole solo la gradinata rispondo che i seggiolini sono obbligatori per le coppe” ha spiegato il presidente azzurro, intervenendo ieri a SkySport24, precisando però che ci vorranno almeno 3 anni prima che il nuovo impianto possa vedere la luce.

Anche la Sampdoria crede nella possibilità di realizzare a Genova un nuovo stadio. Dopo molti tentennamenti e cambi di destinazione, la location scelta è quella di piazzale Kennedy: ampia, centrale, sinergica ad altre attività e facilmente raggiungibile, ma non priva di incognite dal punto di vista idrogeologico, urbanistico e soprattutto economico.  Il 12 aprile il presidente blucerchiato Edoardo Garrone presenterà per la prima volta il progetto in Comune, in un dibattito pubblico al quale prenderanno parte anche Fiera di Genova (l’ente locatario dell’area in questione, partecipato da Comune e Provincia) e Coni. Sull’altra sponda della Superba, anche il Genoa guarda con interesse al progetto. Non certo per condividerlo con i cugini, quanto perchè un loro trasloco consentirebbe alla società guidata da Enrico Preziosi e al socio di minoranza Fondazione Genoa di rispolverare un loro vecchio pallino: rilevare la proprietà (o almeno l’usufrutto addizionato agli oneri di gestione) del Luigi Ferraris e procedere ad alcune modifiche funzionali per potersi fregiare, anche lei, di un impianto in esclusiva e a cifre tutto sommato contenute.

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