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Calcio

LegaPro, i conti non tornano mai

Bilanci in rosso, accuse incrociate, la pesante eredità di Macalli. Così l'ex serie C sembra ancora una volta a rischio tracollo economico

Spiazzata dalle scelte “politiche” di Lega A e B. Messa in un angolo dalla magistratura ordinaria (assai meno da quella sportiva) per le combine dello scorso campionato. Falcidiata da dissidi interni, rivelazioni e polemiche a orologeria. Dipinta dai suoi stessi dirigenti come un nido di conflitti d’interesse e malagestione finanziaria. E, come logica conseguenza, in forti difficoltà economiche. Non c’è pace per la LegaPro, della quale da anni raccontiamo criticità e tentativi - ambiziosi e quasi sempre falliti - di risalita. Ma oggi la situazione, se possibile, è ancora più ingarbugliata del solito. E il profilo sportivo, come al solito, è solo una delle tante facce del declino vissuto dalla ex serie C.

L'allarme nelle stanze di via Jacopo da Diacceto a Firenze suona ancora più forte da venerdì 23 ottobre, quando Il Fatto Quotidiano ha rivelato il carteggio fra il neocommissario della terza serie Tommaso Miele e il suo vice con delega al bilancio Dino Feliziani. Miele, ex giudice della Corte dei Conti che ha il non facile compito di guidare la transizione successiva all’era Macalli, è accusato dal subcommissario (dimessosi all’inizio della settimana scorsa) di averlo limitato nel suo lavoro di revisione dei rendiconti relativi al 2014, in particolare per quanto riguarda le presunte “spese pazze” delle controllate Sportinvest e Lega Pro Servizi e l’attività di alcuni consiglieri e dello stesso Macalli, nei confronti dei quali avrebbe mantenuto un occhio di riguardo. Il nuovo numero uno, va precisato, respinge al mittente tutte le accuse e ha anche appena incassato la proroga del suo incarico fino al 31 dicembre. Eppure le denunce di Feliziani appaiono circostanziate, considerando che che si concentrano soprattutto sul versante contabile, da sempre uno dei talloni d’Achille della categoria.

La relazione del subcommissario si occupa in particolare del bilancio federale che “difetta di programmazione, direzione e controllo” e starebbe costringendo la LegaPro a consumare le riserve, fino all’ipotesi avanzata da qualche addetto ai lavori della necessità di vendere la sede per fare cassa. Ma basta aggiungere qualche altro numero al quadro di Feliziani per comprendere che il delirio finanziario coinvolge tutti gli attori della filiera. Nessuno, ad esempio, è in grado di stimare con attenzione a quanto ammonti il passivo totale di esercizio delle società, ma le stime più recenti e attendibili indicano una forbice compresa tra i 50 e i 70 milioni di euro annui: in media un milione o poco più per ogni squadra iscritta. Poco, certo, se paragonato al rosso di alcuni club di serie A: moltissimo se si considera che la maggior parte delle squadre di LegaPro esibisce budget intorno ai 3-3,5 milioni e gli stipendi incidono in media per il 78 per cento sul fatturato, in linea con quanto succede due gradini più su. Peccato che a queste latitudini, però, gli incassi al botteghino valgano poche migliaia di euro a domenica, per non parlare della vendita dei diritti tv, poverissimi e distribuiti in maniera non sempre razionale. Non che sia colpa loro: più o meno arriva nelle casse delle squadre l’1 per cento dei diritti tv complessivi, contro il 3 per cento di “mutualità assistita” previsto dalla legge Melandri del 2006. Un tarlo, uno dei tanti che minano la tranquillità dei presidenti e saltano fuori a ogni assemblea di lega.

Come rimediare? C’è chi ogni anno mette mano al portafoglio e chi cerca, tra mille difficoltà, di portare avanti un modello di gestione virtuosa, valorizzando i giovani e il legame con tifosi e territorio (è il caso del Sudtirol) strutturato sull’azionariato diffuso stile Barcellona e Real), ma le realtà di questo tipo sono sempre meno. E per capirlo basta sfoggiare un altro numero: la scorsa stagione un quarto delle squadre iscritte ai campionati di terza serie - per l’esattezza 16 su 60 - hanno collezionato ritardi gravi, inadempienze e mancate risposte nel versamento degli stipendi, dei contributi previdenziali e delle tasse. Risultato: una cinquantina di punti di penalizzazione, record persino per una categoria che non è mai stata avara di sanzioni amministrative, e una classifica stravolta dagli organi di vigilanza. E un’emorragia di squadre e calciatori professionisti che sembra non avere fine. Secondo la Federcalcio, dal 1985 a oggi sono sparite 162 squadre professionistiche: una in A, 8 in B e 153 in C. Di queste, oltre due terzi (107) hanno fatto crac tra il 2000 e il 2015, proprio mentre la terza serie passava attraverso due ambiziosi processi di riforma che avrebbero dovuto rilanciarla. Prima il passaggio da 108 a 90 squadre, poi il cambio di denominazione e l’ulteriore riduzione a 60 con un campionato-cuscinetto, il 2012/2013, vissuto senza ansia di retrocessioni e dunque in teoria perfetto per risanare i bilanci senza investimenti folli, infine la ricerca di un title partner, per ora infruttuosa, e la scelta di trasmettere in streaming gratuito tutte le partite del campionato per raccogliere in proprio qualche inserzionista. Sono arrivate soltanto le briciole.

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