Ciclismo, doping e crisi fanno fuggire gli sponsor

L’ultima botta al rapporto sempre più difficile tra ciclismo e sponsor l’ha data l’edizione di ieri del Guardian: secondo le informatissime pagine sportive del quotidiano britannico, la Skins (azienda australiana che produce abbigliamento tecnico-sportivo) avrebbe deciso di intentare causa …Leggi tutto

Monti-Balocco-Catano.jpg
Caduta di gruppo all'ultimo Tour de France (credits: Getty)

Caduta di gruppo all'ultimo Tour de France (credits: Getty)

L’ultima botta al rapporto sempre più difficile tra ciclismo e sponsor l’ha data l’edizione di ieri del Guardian: secondo le informatissime pagine sportive del quotidiano britannico, la Skins (azienda australiana che produce abbigliamento tecnico-sportivo) avrebbe deciso di intentare causa all’Uci, la federazione mondiale delle due ruote, per “danni di immagine”.

Il motivo? Secondo Skins, che chiede 1,2 milioni di dollari di risarcimento, i numerosi scandali legati al doping – ultimo in ordine di tempo quello che ha visto revocare a Lance Armstrong i suoi sette Tour de France – hanno minato la credibilità del popolare sport presso il pubblico, con conseguenti performance ritorsive verso chi ha legato il suo marchio alle attività agonistiche.

La causa, che se accolta rappresenterà un precedente pericolosissimo per l’Uci (Skins, pur non essendo legata direttamente ad Armstrong o al suo team ma solo partner tecnico dell’ente, rivendica danni indiretti) indica quanto, e quanto rapidamente, stia cambiando l’approccio di aziende grandi e piccole nei confronti di uno sport che deve agli sponsor quasi il 75% dei suoi budget, non solo in ambito professionistico. Ma che da un po’ di tempo non riesce più ad assicurare i ritorni che le aziende stesse credevano di aver trovato in un ambiente che esprimeva valori come il sacrificio, la disciplina, la partecipazione.

Miliardi in fumo per qualche fialetta di Epo, insomma. Il caso Armstrong è emblematico: questo mese il campionissimo a stelle e strisce, che dopo l’addio al ciclismo su strada si era dedicato al triathlon, ha dovuto incassare la rescissione dei suoi contratti con tre top spender come Nike, Anhauser-Busch (bevande) e Trek (biciclette), anche se tutti hanno annunciato di voler continuare a sostenere Livestrong, la fondazione creata da Armstrong in favore della lotta al cancro.

Il problema, però, è più vasto, come dimostrano altri episodi recenti. In Olanda ha fatto rumore, il 19 ottobre, il ritiro della sponsorizzazione di Rabobank, che non rinnoverà la partnership con il team omonimo in scadenza a fine 2013: “Non siamo convinti che il mondo del ciclismo possa rendere questo sport pulito e giusto, non crediamo che nel prossimo futuro trovi il modo di migliorarsi”, ha detto Bert Bruggink, membro del board dell’istituto. I vertici della formazione omonima stanno lavorando per trovare nuovi finanziamenti, ma è quasi scontato che serviranno almeno 4 o 5 brand differenti per totalizzare lo stesso contributo. Anche la crisi, naturalmente, ha il suo peso.

Non va meglio in Italia, anzi. Tre mecenati storici dei nostri team come Farnese, Liquigas e Acqua & Sapone hanno praticamente azzerato gli investimenti e ceduto la main sponsorship di maglia ad altri marchi, mentre Lampre ha scelto di farsi affiancare da un costrutture asiatico come copartner. Vani anche i tentativi della Federciclismo di riportare in sella un appassionato come Giorgio Squinzi, patron di Confindustria: la sua Mapei rimane tra i principali contributors di Uci, ma non legherà nessuno dei suoi brand a una singola squadra o a un singolo corridore (in estate era circolata l’ipotesi Vinavil).

Andrea Monti (Gazzetta), Alberto Balocco e Giacomo Catalano (Rcs Sport) con la nuova maglia rosa del Giro.

In un panorama come questo, non deve stupire che anche l’indotto se la passi male: nel ciclismo dilettantistico, giovanile e su pista, come lamentano numerosi dirigenti, ormai è diventato difficile anche recuperare aziende disposte a coprire le spese vive con poche centinaia di euro. Mentre sul fronte dei diritti televisivi, la Rcs Sport, titolare delle più importanti corse italiane, fatica a ridiscutere i budget del prossimo anno con la Rai e ha dovuto spostare l’arrivo del Giro dalla 2013 storica sede di Milano a Brescia, che ha messo sul piatto circa 700 mila euro per aggiudicarsi il traguardo. La stessa maglia rosa, per la prima volta da molti anni, non avrà più all’altezza del cuore il marchio Estathe (gruppo Ferrero), sostituito da Balocco: l’accordo tra l’industria dolciaria e gli organizzatori della corsa a tappe è stato comunicato proprio questa mattina.

© Riproduzione Riservata

Commenti