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Fabrizio Macchi, un Campione del tutto "normale"

Spegne 42 candeline uno dei paralimpici più forti di sempre. E ora c'è Londra

Fabrizio Macchi in pista (Credits: Claudio Tajoli).

Buon compleanno Fabrizio. A 42 anni compiuti Fabrizio Macchi può dire di aver vinto tutto, o quasi: 3 maratone di New York (con le stampelle) e poi nel ciclismo 9 titoli italiani, un bronzo alle Paralimpiadi di Atene, 6 medaglie europee e 12 mondiali (2 ori). Prima di tutto questo però Fabrizio aveva vinto un'altra sfida. A 13 anni un tumore gli costa tre anni di ospedale, la gamba sinistra e la possibilità di tornare a correre come qualsiasi ragazzino di quell’età. Il rischio vero però era che a rimetterci fosse il sogno di un bambino: Fabrizio voleva diventare un campione dello sport. L’unica cosa da fare per realizzarlo era “rialzarsi”. Prima canottaggio, poi corsa, quindi ciclismo. Come detto, Fabrizio Macchi vincerà tutto diventando uno degli atleti disabili più forti di sempre. “Tutto normale”, dice lui. D’altra parte le sfide fanno parte della vita. Compresa quella di fare il papà dei suoi due bimbi, Mattia e Thomas, che non rinuncia a portare a letto in spalla nemmeno quando la sfida è rappresentata da una scala. In fondo anche questa è la “normalità” che Fabrizio Macchi nomina sempre. Accettare e provare a vincere le sfide che ci troviamo davanti. Dopo la scala, per Fabrizio la prossima prova si chiama “Paralimpiade”…

Quarta Paralimpiade consecutiva, oggi compi 42 anni. Inutile chiederti che regalo vorresti...

“Beh, aver conquistato il biglietto per Londra è già un bel regalo. Non nascondo però che il mio obiettivo è la medaglia d’oro, l’unico traguardo “sportivo” che mi manca. E poi sarebbe bello salire sul podio nell’inseguimento su pista. Diciamo che questo è il genere di regalo che vorrei”.

Quest’anno Pistorius correrà con gli atleti normodotati i 400 metri (individuali e staffetta). Cosa ne pensi?

“Io la vedo come una cosa normale. Mi spiego. Pistorius è riuscito a raggiungere questo risultato grazie ai tempi che ha realizzato in pista. Lui inoltre è avvantaggiato anche dal fatto che in Sudafrica il livello degli avversari non è cosi elevato. Sicuramente è un atleta forte ma non credo che sia un fenomeno. Considerato il livello di prestazione raggiunto dagli atleti disabili in certe discipline probabilmente questi episodi potranno accadere sempre più spesso”.

Le Paralimpiadi di Londra stabiliranno sicuramente nuovi record di competizione e di partecipazione (oltre 4mila atleti), ma anche di visibilità. Siamo sulla giusta strada?

“E’ chiaro che più se ne parla e meglio è per il movimento, che diventa sempre più seguito e quindi anche più competitivo. Oggi è diventato difficile persino entrare in nazionale! Per alcune discipline sportive le prestazioni sono quasi al pari di quelle olimpiche. E poi penso che Londra sia la città giusta per far esplodere definitivamente il fenomeno “Paralimpiadi”, che tra l’altro è nato proprio lì. Il fatto stesso che per la prima volta il logo sia uguale a quello delle Olimpiadi è un segnale positivo”.

Cosa ti ha spinto verso lo sport per disabili?

“Avevo sempre fatto sport nella mia vita. Da bambino il mio sogno era diventare un campione. Quando ho capito che avrei potuto realizzarlo anche con una gamba sola si è trattato solo di far riaffiorare quella voglia che avevo sempre avuto, e che avevo già da prima dell’intervento”.

Come hai scoperto il ciclismo?

“Prima facevo altri sport come lo sci, il canottaggio, l’atletica. Poi un giorno ho visto un ragazzo che pedalava con una gamba sola e allora ho deciso di provare. Non ci ho messo molto tempo a capire che era quella la disciplina in cui sarei riuscito ad esprimermi al meglio”.

Cosa c’è di diverso rispetto al ciclismo tradizionale?

“Praticamente niente. La mia bicicletta è fatta in carbonio ma è identica ad una bicicletta comune, a cui si toglie il pedale che non serve. Nel mio caso il sinistro. Forse la tecnica è un po’ diversa perché con una gamba sola bisogna spingere sul pedale e poi tirare in fase di richiamo. In pratica la gamba non riposa mai. Ormai però ci sono abituato. Ci si allena duramente proprio per questo”.

Hai perso la gamba a 13 anni, quando eri poco più di un bambino. Ti capita ancora di ripensare a quel periodo?

“Lo ripercorro più che altro parlandone con gli altri, o attraverso le interviste come questa. Poi ho dovuto spiegarglielo a mio figlio più grande adesso che va all’asilo. Diciamo che lo rivivo raccontandolo. Sicuramente non è stato un bel periodo perché ci hanno messo un po’ di tempo a capire che avevo un tumore. In più le operazioni, i tre anni in ospedale… Però è un male che sono riuscito a sconfiggere ed è stata una vittoria che rimarrà sempre parte della mia storia. Ogni tanto ripensarci mi è persino di aiuto per superare i momenti più duri”.

La sfida più difficile che hai dovuto affrontare?

“Probabilmente affrontare le persone quando sono uscito dall’ospedale. Non tanto per me quanto per loro. Avevo la sensazione che mi vedessero come un “mostriciattolo verde” senza una gamba. Io invece mi sentivo “normale”, se così si può dire. Non ho mai percepito questa cosa come una menomazione. E’ stata semplicemente una sfida da affrontare come ce ne sono tante nella vita”.

Chi è Fabrizio quando scende dalla bicicletta?

“Un papà. E’ la cosa che mi piace fare più di tutte. Certo con gli allenamenti e tutto quello che ci sta intorno (Fabrizio conduce un programma su Sky sugli sport paralimpici ndr) non è semplice. Però ogni volta che posso cerco di passare più tempo possibile con i miei due bimbi, Thomas e Mattia…”.

I tuoi bambini come vivono la tua disabilità?

“In maniera molto naturale, diciamo normale. Gioco con loro, li prendo in spalla. Diventando piano piano più grandi si stanno anche abituando a vedermi nelle gare con i miei compagni. In questo modo capiscono che questa cosa esiste è va accettata e vissuta così… in modo normale”.

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