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Enduro 2013: si ricomincia

Dalla sabbia al ghiaccio, dalle salite tecniche a un guado un po' troppo profondo. Tutti i volti dell'enduro nella giornata che apre la stagione 2013 sulle ruote tassellate

Dice il saggio endurista: "Quando le ruote della tua moto scorrono in un binario di FANGO RESO VISCIDO DAL GHIACCIO, non cambiare mai la traiettoria". Pena, aggiungiamo noi, una facciata sul FANGO RESO DURO DAL GHIACCIO. Facile a dirsi e soprattutto a farsi se sei un pilota esperto. Se sei un neofita, invece, finisce che il muso ce lo devi sbattere. Letteralmente

A noi è capitato nella terza uscita stagionale ed è stato un po' come aver pescato la carta color arancio del Monopoly, quella degli imprevisti. La giornata era infatti cominciata nel migliore dei modi possibili: influenza archiviata, temperatura mite, la solita ottima compagnia, quel paradiso dell'enduro che sono i colli astigiani alle spalle di San Damiano d'Asti, la base di partenza della maggioranza delle cavalcate che abbiamo fatto da quando siamo anche in sella a una moto con le gomme tassellate.

Poi il fattaccio, un tipico errore da principiante, un volo a terra di quelli delle migliori occasioni, che poteva anche pregiudicare il seguito della giornata. Invece, il casco e le protezioni che indossiamo sempre in abbondanza , hanno fatto il loro "sporco lavoro" e, quando ci siamo rialzati, di rotto c'erano soltanto il supporto e l'involucro protettivo della nostra action cam . E il manubrio un po' storto, tornato a posto solo grazie a un paio di colpi ben assestati da sapienti mani.

Facendo tesoro del mantra pronunciato in apertura dal nostro endurista saggio siamo ripartiti. Quello che ci colpisce sempre, quando ci immergiamo in questi boschi, è la grande varietà di fondi e di scenari che attraversiamo. Questa volta, poi, il nostro condottiero ha voluto fare le cose per bene, studiando un itinerario eccezionale, divertente e ricco di sorprese.

SI RIPARTE - Il giro continua e i tasselli della nostra moto ne vedono davvero di tutti i colori, sabbia, salite, terra dura, discese, terra umida, mulattiere, fango, sentieri, il tutto mescolato in mille combinazioni diverse e reso unico dagli odori e dal colpo d'occhio straordinario della campagna astigiana.

Il sole, intanto, comincia a scaldare, tanto che si rende necessario ridurre un po' l'abbigliamento. Via le maniche dalla nostra Venture dunque e ci reimmergiamo tra gli sterrati. E' il momento di affrontare un tratto veloce con terreno sabbioso, morbido in superficie ma che appoggia su un fondo ghiacciato e duro.

Siamo un po' in difficoltà. Se, infatti, sulla terra o in generale nei tratti più tecnici in salita riusciamo a tenere un passo vicino a quello dei nostri più esperti compagni di giro, sul sabbioso veloce non ci sentiamo sufficientemente tranquilli per aprire il gas. Mentre pensiamo ai matti che sulle dune corrono a velocità che si avvicinano ai 200 km/h, ci vengono in aiuto alcuni dei nostri compagni di viaggio. Il loro consiglio è unanime: "Gas costante, senza strappi, peso quanto più possibile spostato sul posteriore, meglio se in piedi sulle pedane".

Le cose migliorano. Ma non abbiamo ancora abbastanza familiarità con le perdite di aderenza dell'anteriore che, evidentemente un po' troppo caricato, affonda nella sabbia e accenna a chiudere. Facciamo tesoro del consiglio di Marco che dopo averci "scortato" tenendo la nostra ruota per una buona parte di questa fase del giro, ci suggerisce di fare una capatina - presto o tardi - in un vero crossodromo dove, per via delle maggiori possibilità di aprire il gas avremo modo di prendere confidenza con la velocità. Sarà fatto.

L'altro grande spauracchio è rappresentato - e lo sarà ancora per molto tempo, temiamo - dalle discese. Ancora non riusciamo a sentirci sufficientemente sicuri da lascia correre la moto senza far continuamente ricorso al freno posteriore. E dire che il freno motore del nostro quattro tempi in questo frangente aiuta. Eccome se aiuta...

A metà giornata, le articolazioni si sono ormai definitivamente sciolte. Riusciamo finalmente a stare in sella con una postura meno rigida e a guidare in piedi sempre più spesso. Su quest'ultimo fronte, prossimamente monteremo una coppia di pedane più ampie, le quali dovrebbero rendere maggiormente stabile l'appoggio dello stivale e migliorare, di conseguenza, il controllo del mezzo.

Rispetto alle ultime due endurate, questa volta il giro si rivela nettamente più lungo. Maciniamo chilometri su chilometri, tanto che si rende necessario fare un pit stop per rabboccare i serbatoi della benzina. Cianci, in testa al gruppo, si inventa anche qualche fuori programma. Particolare la sgroppata tra i rovi seguendo un sentiero che a tratti si restringe fino quasi all'ingombro laterale delle moto e che culmina, ahinoi, in una pozzanghera di una certa dimensione nonché, profonda, molto profonda. A scoprirlo a proprie spese sarà proprio il nostro capo-cordata, che avrà bisogno dell'aiuto del gruppo per cavar fuori dal laghetto la sua moto immersa fino al manubrio. Alla faccia di chi non crede che l'enduro sia uno sport di squadra.

Arriviamo poi in una piana a terrazze puntellata da alberi e da dossi dove i più scalmanati si divertono a staccare al limite e soprattutto a saltare.

Inedito è anche il tratto che costeggia e guada un torrente poco più che in secca. I panorami di prelibata bellezza che ci hanno accompagnato finora lasciano il posto a uno scenario sconfortante, fatto di rifiuti di ogni tipo scaraventati nell'alveo.

Il giro si trasforma quindi in una gimkana tra una lavatrice, uno terminale di scarico ricoperto di ruggine, e un seggiolone per bambini, avanzando tra cannucciati da foresta equatoriale da attraversare col machete, senza traccia di un percorso segnato.

Ne usciamo tutti vivi e ci avviamo verso la fine della giornata, che si concluderà nel migliore dei modi possibili nel tratto misto che forse è il mio preferito in assoluto in queste terre: comincia con una rampa da percorrere in salita della lunghezza di un centinaio di metri dal fondo costellato di pietre e di radici e prosegue in un tratto - sempre in salita - dove si può slegare liberamente il polso in terza e quarta marcia. Per me questo è un luogo straordinario, il luogo perfetto, largo quanto basta, con le sponde naturali della giusta altezza che permettono di entrare e percorrere le curve senza dover chiudere il gas e che garantisce un'aderenza sempre ottima. Una vera goduria.

Tanto è bello che decidiamo di rifarlo. D'altra parte, il giro sta ormai per finire e vale la pena chiudere in bellezza.

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