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DOSSIER - Gli esodati della serie A costano 60 milioni di euro

Julio Cesar, Pazzini, Iaquinta e gli altri. Stipendi d'oro in attesa di collocazione a un anno dalla guerra sul contratto tra Lega e Aic. Monte ingaggi superiore a Napoli e Lazio

Julio Cesar a Brescia

Julio Cesar ha vinto 5 scudetti, una Champions e un Mondiale per club con l'Inter – Credits: La Presse

L'elenco deve essere aggiornato in continuazione perché ogni tanto capita che qualcuno si alzi dalla panchina in fondo al centro d'allenamento dove è stato confinato, faccia le valigie e se ne vada. Oppure perché altri vadano a sedersi nel luogo più scomodo dell'estate del calcio italiano. Sono gli indesiderati, esuberi, ermarginati o semplicemente ex campioni messi sul mercato e che non trovano collocazione.

Un problema per le società che hanno bisogno di alleggerire rose e bilanci. Esodati che costano alla nostra serie A almeno 60 milioni di euro al lordo delle tasse che rappresenta il quinto monte-stipendi di tutto il campionato dietro alle big Milan, Inter, Juventus e Roma. Soldi immobilizzati a bordo campo impagnati ad offrire ovunque i propri giocatori e ostaggio di un braccio di ferro che li vede quasi sempre perdenti.

L'ultimo esempio in ordine di tempo è Pazzini che sta rifiutando proposte ritenute congrue dall'Inter (Werder Brema su tutte) nell'attesa di una soluzione gradita. Un anno fa erano stati Amauri e Iaquinta a tenere in scacco la Juventus. Erano i giorni della trattativa di fuoco per il rinnovo dell'accordo collettivo tra Lega e Aic in cui le società cercavano di far passare il concetto di "trasferimento obbligatorio a club di pari qualità e con contratto garantito". Una linea del Piave invarcabile per il sindacato calciatori e di fatto non ancora superata.

A un anno di distanza la situazione non è cambiata e si è, anzi, aggravata a causa della crisi economica che sta spingendo molte società a interventi drastici su budget e costi. Colpa loro visto che tra scelte errate e strategie incomprensibili hanno creato un 'mostro' da 982 tesserati professionisti (dato stagione 2010-2011 nel Report Figc) con rose impossibili da gestire e, soprattutto, da valorizzare. Non un problema da poco visto che il monte stipendi complessivo della serie A era di 1,1 miliardi di euro.

Gli indesiderati del nostro calcio potrebbero prendere parte al campionato e aspirare a una posizione a ridosso delle prime. Non una squadra da sogno ma quasi. In porta Julio Cesar con i suoi 4,5 milioni di euro netti di stipendio garantiti ancora fino al 2014 con riserva il laziale Carrizo (0,6). Poi una linea difensiva con Maicon (3,5) e Ziegler (1). Ma anche Jose Angel (0,7) che non rientra più nei piani di Zeman, oppure Motta (1) scaricato da Conte.

A centrocampo ci sarebbe solo da scegliere: il regista potrebbe essere il cileno Pizarro (1,6) con Palombo (1,8) e Matuzalem (1) a supporto. Oppure Pazienza (1) che passa di prestito in prestito. E sugli esterni Krasic (1,8), che ha mercato all'estero ma è ancora qui e rischia di ripetere l'esperienza di Amauri di un anno fa, o Foggia.

In attacco? Dell'epurazione della scorsa estate alla Juventus sopravvive ancora Iaquinta (2,5). A Milano stanno cercando di capire come non rendere Pazzini (2,5 milioni di stipendio e un costo a bilancio ancora di poco inferiore ai 15) una gigantesca minusvalenza che si mangerebbe parte dei sacrifici salva-bilancio fatti fin qui. Poi c'è Borriello (3) che a Roma viene insultato dai tifosi ma potrebbe diventare la pedina decisiva per arrivare a Destro.

Una rosa competitiva e che al lordo delle tasse costa circa 60 milioni di euro. Per intenderci, l'Udinese arrivata ai preliminari di Champions pesava sulle buste paga poco più di un terzo (21,7 milioni di euro) e anche Lazio (50,2) e Napoli (41,2) erano al di sotto di quella cifra. Squadre arrivate in Europa al termine della stagione come potrebbe fare senza troppi problemi anche il team degli esodati di lusso. Che ogni tanto perde un pezzo, con grande gioia di tifosi e presidenti, ma continua a essere sempre troppo affollato e costoso. Vero monumento all'incapacità strategica di troppi dirigenti.

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