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Calcio

Stadi obsoleti, deroghe e capricci: il calcio ostaggio dei presidenti

L'incredibile sfida di Cellino e l'imbarazzo della Lega. Metà degli impianti italiani costruiti da Mussolini, ma i nostri dirigenti discutono solo di soldi e tv

Stadio Is Arenas

Lo stadio di Is Arenas a Quartu considerato inagibile dalla Prefettura di Cagliari – Credits: Ansa

Per capire fino in fondo in che pozzo è caduto il calcio italiano basta leggere le parole scritte nero su bianco nel comunicato della Prefettura che in piena notte ha cancellato Cagliari-Roma. "Decisione necessaria per l’urgente e grave necessità di  prevenire ogni forma di turbativa dell’ordine e della sicurezza  pubblica conseguente alle reazioni emotive, irrazionali e inconsulte  ingenerate dall’invito formulato dal presidente del Cagliari calcio" c'è scritto.

Proprio così: "Reazioni emotive, irrazionali e inconsulte". Uno schiaffo. Anzi, considerata la tradizionale prudenza dei Prefetti e il loro understatment per ruolo e convinzione, bisogna immaginarsi l'esasperazione di chi si è visto costretto a fermare il pallone perché trascinato in una guerra senza senso che altrove non sarebbe stata accetttata semplicemente perché se esistono le regole vanno fatte rispettare e le regole dicono che l'ordine pubblico è responsabilità di forze dell'ordine e Prefettura. E quello che decisono questi organi è una sentenza che va accettata.

La vicenda dello stadio di Is Arenas a Quartu è lo specchio del coma profondo in cui versa il calcio italiano. Cagliari-Roma non si gioca per una forzatura inaccettabile del presidente dei sardi Cellino, lo stesso che aveva fatto minacciare ai suoi giocatori lo sciopero per non spostare a Trieste la partita contro l'Atalanta e che a fine agosto aveva ingaggiato un braccio di ferro con la Lega perché pretendeva di iscrivere la squadra indicando come sede di gioco Is Arenas e non Trieste (o Livorno o qualsiasi altro posto).

Non è un dettaglio da poco visto che le norme di Figc e Lega pongono paletti sulla carta strettissimi per accettare l'iscrizione. La domanda che viene adesso, con alle spalle una gara a porte chiuse (Cagliari-Atalanta) e un 'altra cancellata (Cagliari-Roma) e con sette giorni per evitare una nuova brutta figura in occasione di Cagliari-Pescara è: chi paga? Chi punirà Cellino per aver infranto tutte le regole? Verrà assegnata la sconfitta a tavolino per non essere stato in grado di dotarsi di un impianto a norma e di garantire il rispetto dell'ordine pubblico?

Non pagherà nessuno. O, meglio, il conto lo pagheranno tutti perché verrà spiegato che il "vero problema è la legge sugli stadi che ancora manca" e la disattenzione della politica nei confronti dello sport. Vero. Ma vero anche che il nostro calcio non manca di farsi male da solo. Cellino che invita alla disobbedienza civile, Preziosi indagato per aver ignorato un Daspo, Zamparini che candidamente ammette di aver buttato vie 10 milioni di euro in allenatori licenziati e spesso riassunti dopo poche settimane, Lotito che fa dentro-fuori dalla Figc causa condanne penali. E, ancora, Agnelli che evoca la terza stella con un colpo di spugna su sentenze sportive passate in giudicato, Moratti che ha fatto spiare giocatori e un arbitro (prescritto) e De Laurentiis capace di tenere in ostaggio addirittura la disputa di un finale di Supercoppa.

Tutti impegnati a farsi gli affari propri invece che pensare al bene comune. Fossimo altrove (basta pensare alla Premier League o alla Bundesliga senza arrivare alla Nba dove il commissioner Stern decide tutto compreso il mercato delle squadre) il campionato si fermerebbe sì, ma come forma di protesta verso gli ennessimi rinvii del Parlamento sulla legge per gli impianti. Oppure la Lega punirebbe l'incredibile arroganza del Cagliari con lo 0-3 a tavolino. Già, la Lega Serie A paralizzata dalle discussioni su diritti tv e governance con un presidente dimissionario dal marzo 2011.

Un contributo alla discussione allora lo diamo noi. I 17 impianti della nostra serie A hanno un età media di 67,7 anni e senza lo Juventus Stadium sarebbero già oltre la soglia dei 70. Quello di Marassi a Genova, in mezzo a un quartiere di stradine ed esposto a qualsiasi allagamento alle prime piogge, è addirittura del 1911 quando si girava in calesse. Ci sono dieci impianti che sono stati costruiti prima della Seconda Guerra Mondiale. Spesso si gioca in deroga, come a Parma dove la curva è sotto sequestro dal 2009 quando perse la vita un tifoso vicentino. Solo 8 stadi sono interamene coperti.

Il futuro? La Juventus si è mossa. Sul tavolo ci sono progetti a uno stadio più o meno avanzato di Inter, Palermo, Cagliari e Udinese più i sogni ad occhi aperti di molti presidenti. Manca la legge, vero. Però manca soprattutto la progettualità. Questa stagione è iniziata malissimo. Nelle prime tre giornate la percentuale di riempimento dei nostri stadi è del 51,1% (media 22.190 spettatori), lontanissima dal 93,2% della Bundesliga (42.887), dal 91% della Premier League (34.928) e dal 71,4% della Liga (28.150). Basta per chiedere un passo indietro ai nostri presidenti?

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