Calcio

Luciano Moggi: "Rigore all’Inter, scudetto alla Juve"

Ecco in versione integrale il primo capitolo del libro-confessione "Il pallone lo porto io", scitto dall'ex dg bianconero ed edito da Mondadori

Un dettaglio della copertina del libro "Il pallone lo porto io", firmato da Luciano Moggi con Andrea Ligabue ed edito da Mondadori. – Credits: Mondadori.

"Calcio, trattative e spogliatoi: tutto quello che non ho mai detto". La promessa di Luciano Moggi sulla copertina del suo libro-confessione "Il pallone lo porto io"  (Mondadori) è pienamente rispettata all'interno: quasi 200 pagine di aneddoti e curiosità con un costante umorismo di fondo, senza però rinunciare alla ben nota vena polemica. Come accade nel primo capitolo, dall'emblematico titolo "Rigore all'Inter, scudetto alla Juve", che riportiamo qui integralmente.

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Riguardandolo, a distanza di tanti anni, lo avrei fischiato. Il rigore per il fallo di Iuliano su Ronaldo, in quel famoso Juve-Inter del 26 aprile 1998, poteva starci. Questo non vuol dire che fu uno scandalo non averlo dato. D’altra parte, gli arbitri possono sbagliare. Come diceva Vujadin Boskov: “Rigore è quando arbitro fischia”. Eppure, Piero Ceccarini fu paragonato a un delinquente. Intervistato di recente, disse che avrebbe al massimo concesso una punizione a due in area, per fallo di ostruzione. Lo scandalo vero fu la reazione degli interisti. Veemente. Sconsiderata. Ho ancora ben in mente le parolacce che ci rivolsero i nerazzurri, capeggiati dall’allenatore Gigi Simoni che, almeno con me, avrebbe dovuto avere un po’ di riguardo, visto che se era arrivato sulla panchina dell’Inter lo doveva al sottoscritto. Fu infatti con me che il mister salì le scale della residenza storica di Massimo Moratti, in via Serbelloni a Milano, per essere presentato al patron. Il quale, vi assicuro, non sapeva nemmeno chi fosse Simoni... Oltre alle offese, da quel giorno iniziò un pianto infinito di lacrime nerazzurre su giornali e televisioni: “Campionato falsato”, “Vogliono far vincere la Juve a tutti i costi”, “Non ha perso l’Inter, ma il calcio”.

Provai veramente disgusto. Coloro che si ritenevano derubati sono gli stessi che nel 2000 verranno graziati per la vicenda di Álvaro Recoba. Il giocatore uruguaiano, pur essendo extracomunitario, fu tesserato come comunitario grazie a un passaporto e una patente falsi. Un dirigente dell’Inter, per ammissione di chi li falsificò, tal Barend Krausz von Praag, pagò 80 mila dollari per ottenere quei documenti. Per regolamento, l’Inter avrebbe dovuto essere punita con la sconfitta a tavolino (più un punto di penalizzazione) in tutte le gare in cui era sceso in campo il giocatore. Fatti i conti, sia se fosse stata penalizzata nell’anno precedente (1999-2000), sia nell’anno in corso (2000-01), con la sanzione di 56 punti sarebbe retrocessa. Perché il presidente della Federazione calcio, Franco Carraro, non intervenne? E ciò che dico sulla vicenda Recoba è confermato dal fatto che la giustizia ordinaria punì con sei mesi di reclusione sia il calciatore sia il dirigente nerazzurro che fu considerato colpevole di quel falso. Straordinario fu Massimo Moratti, che dichiarò: «Se squalificano Recoba e poi la giustizia ordinaria lo assolve, chi ci restituisce squalifiche e penalizzazioni?». Il presidente nerazzurro difese chi si prodigò per un documento farlocco, provato da fatti e testimonianze. Circostanza che non avvenne, invece, nel 2006 alla Juventus. Nessuno si sognò di farlo.

Tornando al caso “Iuliano-Ronaldo”, in quei giorni se ne videro di tutti i colori, tra interpellanze parlamentari e paginate intere di fango sulla Juventus. I nerazzurri, senza vergogna, si lamentarono per mesi, addirittura anni, per quel rigore non concesso. Noi replicammo duramente. Bettega fu sarcastico: «Non so se vinceremo lo scudetto», disse. «In ogni caso, mi auguro che non debbano passare altri nove anni prima che lo vinca l’Inter». Io risposi a Ronaldo, che ce ne disse di tutti i colori: «Mi sento derubato. Ciò che è accaduto a Torino è una vergogna», la frase più carina del bomber. Andai giù duro anch’io: «Il brasiliano ha perso una buona occasione per stare zitto. I grandi campioni devono parlare sul campo. Noi siamo in testa alla classifica con merito». Ma poi, scusate, come si fa a dire che quella decisione arbitrale tolse lo scudetto all’Inter e lo diede alla Juventus? Si continua infatti, anche a distanza di quindici anni, a stravolgere la storia. Ciò che conta sono i fatti. E i numeri. E allora andiamo a ricontrollare la classifica prima di quella trentunesima giornata: la Juventus aveva un punto in più dell’Inter. Uno in più! E la partita, se fosse stato concesso il penalty, sarebbe andata sull’1-1, con ancora venti minuti da giocare. Perché in tanti vogliono dimenticare che noi eravamo in vantaggio, grazie a un gol di Del Piero nel primo tempo. Comunque, ammettiamo che fosse stato concesso il rigore all’Inter: solo se lo avessero realizzato (noi ne sbagliammo uno subito dopo il “fattaccio”), saremmo andati sull’1-1. Ma cosa sarebbe successo dopo, chi può saperlo? Io so solo che quella partita fu il classico big match non spettacolare in cui la Juve, comunque, aveva controllato la partita. Finimmo il campionato con cinque punti di distacco sui nerazzurri, vincendo lo scudetto con una giornata d’anticipo. Qualora Juve-Inter fosse terminata 1-1 per questo rigore, la matematica dice che il campionato sarebbe finito con la Juve a quota 72 e l’Inter a 70, con la nostra squadra che avrebbe vinto in ogni caso con una giornata d’anticipo.

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