Perché gli scudetti della Juve sono trenta. Punto e basta

Ieri sera la Juve ha vinto il suo trentesimo scudetto. Badate bene non il trentesimo scudetto sul campo, il trentesimo scudetto punto e basta. Sul campo, in tribunale, da qualsiasi punto di vista vogliate vederlo, la Juve ha vinto …Leggi tutto

Festeggiamenti per scudetto Juventus all'aeroporto di Caselle, Torino (Daniele Bottallo / LaPresse)

Festeggiamenti per scudetto Juventus all'aeroporto di Caselle, Torino (Daniele Bottallo / LaPresse)

Bar Sport: la terza stellaIeri sera la Juve ha vinto il suo trentesimo scudetto. Badate bene non il trentesimo scudetto sul campo, il trentesimo scudetto punto e basta. Sul campo, in tribunale, da qualsiasi punto di vista vogliate vederlo, la Juve ha vinto il suo trentesimo scudetto. E noi ancora un po’ ci mettevamo a piangere come bambini.

E’ stata forse la notte più lunga da quando siamo tifosi. Più lunga di quella che ci ha consegnato all’inferno della B, più lunga di Manchester, più lunga di quella del 5 maggio, più lunga anche di quella lunga notte romana che ci portò a festeggiare, noi poco più che ragazzini per le piazze della città eterna, una Champions tanto sognata. No, più lunga dell’Heysel quello no, ma per fortuna allora eravamo troppo piccoli per capire di cosa si trattasse.

Si dice che un bambino scelga la squadra di calcio pro o contro quella del proprio padre. Noi, quando fu l’età di scegliere, scegliemmo quella dei padri. E scegliemmo la Juventus. Da allora abbiamo provato la “gioia” di festeggiare molti scudetti e quell’inconfessabile frustrazione di non poterne festeggiare quasi mai nessuno come fosse una liberazione, un’apoteosi, un evento unico e irripetibile.

Per intenderci: gli scudetti del Verona, del Napoli, della Samp e delle romane hanno avuto un sapore diverso. Quell’euforia magica e allo stesso tempo malinconica dell’irripetibile. Del favoloso. Ecco alla Juve questo sapore sullo scudetto non c’è mai stato. Era una meravigliosa consuetidine da gustare per bene nelle giornate di primavera; sapendo che dal giorno dopo tutto sarebbe tornato alla normalità. Quella normalità che tutto sommato ci ha permesso di superare senza troppi patemi anche sventure “sportive” come Perugia o lo scudetto perso contro la Roma di Capello, quello del gol di Nakata per intenderci. Quella normalità che forse solo lo scudetto del 5 maggio ha saputo ravvivare (non è un caso che se ne parli ancora…).

Ieri sera ogni juventino ha scoperto cosa significhi vincere uno scudetto da defraudati, da rinnegati, da provinciali del pallone all’ennesima potenza. Ieri siamo tornati dall’Inferno e abbiamo capito che non sarà mai più come prima.

Ieri notte, girando per le strade festanti di cortei bianconeri, tra i clacson della “gente della Juve”, abbiamo capito che Calciopoli è finita. Una volta per tutte. Per sempre.

Non è finita per i processi, per i ricorsi, per tutto quello che dovrà restituirci il maltolto (e ce lo restituirà). Lo è per la storia.

Non abbiamo visto una maglia, una bandiera, un sito internet, un post, un tweet, una pagina di giornale che riesumasse quel numero 28, tanto artificioso quanto anti-storico. Abbiamo visto e continuamo a vedere solo stelle (tre). Le sentenze della farsa sono state dimenticate dalla storia prima ancora che dai tribunali, dalle leghe, dalle federazioni. Ieri il mondo  ha celebrato il trentesimo scudetto della Juventus Campione d’Italia. E quei pochi “giapponesi” che continuano a scarabocchiare sconcertanti numeri 28 spariscono in un anonimato noioso, triste e solitario.

E’ inutile ricordare cosa ci sia passato davanti questa notte. I volti, le città, le storie di questi 6 anni. Ma ci piace pensare che i Guido Rossi, i Cobolli Gigli, i Blanc; i Ranieri, i Thiago, i Diego, gli Amauri, i Narducci, i Baldini, le trasferte a Rimini e a La Spezia, le lettere agli arbitri e i cambi di allenatori a ripetizione,  che tutto abbia contribuito a  suo modo a costruire questa storia qua. Quella di uno scudetto che la Juventus non rivivrà mai più.

Ben tornata Vecchia Signora.

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