Juve: Antonio Conte non è Steve Jobs

Antonio Conte non è Steve Jobs. E neppure Zdenek Zeman o Giovanni Galeone. Nonostante in molti l’abbiano spacciato per un integralista del 4-2-4 e di un calcio fine a se stesso e forse anche un po’ nichilista. Non è …Leggi tutto

Antonio Conte (ANSA/PASQUALE STANZIONE)

Antonio Conte (ANSA/PASQUALE STANZIONE)

Bar Sport: la terza stellaAntonio Conte non è Steve Jobs. E neppure Zdenek Zeman o Giovanni Galeone.

Nonostante in molti l’abbiano spacciato per un integralista del 4-2-4 e di un calcio fine a se stesso e forse anche un po’ nichilista. Non è affatto così. Anzi il suo calcio è molto più real politique di quanto non si voglia far credere.

Antonio Conte non è un visionario profeta di nuove filosofie pedatorie. Nel suo calcio non ci sono “apps” che vi sorprenderanno e che cambieranno il mondo. Ma idee e voglia quelle sì.

Nel calcio di Antonio Conte c’è tanto dei grandi allenatori che l’hanno preceduto e allenato sulla panchina bianconera e non solo. E come in ogni opera che si rispetti c’è traccia di altre opere, di altri ingegni, di altri. Anche in lui c’è una riscrittura di sottotracce blasonate.

C’è tanto di Lippi, inutile negarlo, ma c’è anche Giovanni Trapattoni, c’è Fascetti, ci sono Carlo Ancelotti, Arrigo Sacchi e Dino Zoff. E, udite udite, c’è addirittura una bella dose di Fabio Capello. Che Antonio Conte ha incrociato solo da avversario, ma che ha influenzato non poco il calcio italiano dell’ultimo ventennio nel quale neo-tecnico della Juve si è formato.

Per non parlare poi di Giampiero Ventura, che allena l’altra sponda del Po’ e che del 4-4-2 spinto (o 4-2-4 che dir si voglia) è forse il più noto esponente in Italia.

In molti vedono in Conte un Lippi evoluto, come in una trasposizione dei giochi Pokémon in cui l’allenatore detta l’evoluzione del proprio Pokémon combattente.

Senza dubbio nella Juve di Conte si rivede la stessa fame delle “Juventus edizione limitata” firmate Marcello da Viareggio. Senza dubbio la furia agonistica, la voglia e le gambe sono una fedele riproduzione dell’originale Lippiano. Ma oltre alle gambe c’è di più.

Nella Juve di Conte ci sono due centrali difensivi votati alla ricerca maniacale del particolare, spazi fra le linee ridottissimi, che sembra di rivedere il primo Milan di Sacchi. C’è anche il possesso palla (Ancelotti docet?) e c’è tanta sostanza perché Zoff, Fascetti e Trapattoni non sono passati invano da queste parti.

L’azione riparte quasi sempre dai difensori, lasciando il rilancio lungo del portiere solo come un’ultima ratio in caso di assoluta emergenza a fine partita. Il possesso di palla non è mai fine a se stesso, è anzi finalizzato a innescare con sorprendente rapidità il movimento dei quattro giocatori offensivi. Per fare questo servono movimenti armonici, e tantissima organizzazione come in uno spartito ben suonato.

I due centrali di centrocampo hanno sulle loro spalle forse il compito più arduo: gestire le due fasi senza far andare in sofferenza la squadra e dare qualità. Per fare questo ha spesso integrato un giocatore più di qualità con uno di sostanza (Donda-Gazzi al Bari ne sono un esempio). Nella Juve il duo Pirlo-Marchisio, invece garantisce molta più qualità, a fronte di meno corsa e meno interdizione, compensata però da due esterni che sanno anche sacrificarsi.

Sgombriamo il campo da equivoci, il 4-2-4 di Conte non è una 4-4-2 mascherato. Gli esterni sono altissimi e soprattutto in avvio fungono da quattro attaccanti puri. Certo, nella Juventus attuale la straordinaria propensione tattica di Pepe a interpretare ottimamente le due fasi e l’umiltà e disciplina di Emanuele Giaccherini a interpretare il ruolo senza eccessi e senza cadere nella tentazione di assecondare troppo i suoi straordinari mezzi tecnici, consentono che la formula magica funzioni (Krasic è avvertito).

Ma Conte non è solo 4-2-4, non è un visionario zen che cambierà il mondo a colpi di creatività e immaginazione. A Conte piacciono due cose: vincere e la Juve. E sa bene che per vincere bisogna saper cambiare. Conte è anche il 4-1-4-1 come lo chiamano in molti, o forse è più semplicemente un 4-5-1 che tanto ricorda certe squadre di Fabio Capello.

Conte è costanza, sostanza, dedizione e applicazione. Conte è un calcio senza “i” davanti, ma con tanta fame e la giusta dose di follia per inseguire il sogno di vincere uno scudetto senza pronostico e di giocare al calcio con quattro attaccanti veri.

“Stay hungry, stay foolish”, diceva qualcuno, giusto per tornare da dove siamo partiti. L’iFootball forse non passerà mai da queste parti, ma state sicuri che lo spirito è quello giusto. Perché in fondo non esiste sulla faccia della Terra allenatore più “affamato” e “folle” (di Juve) di Antonio Conte.

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