Carlos Alberto Tévez: io non ho paura

Guardi Tevez e pensi quasi immediatamente a Maradona. È come un riflesso condizionato. Guardi Tevez e ripensi per un istante anche a Giovinco. Il numero 12 della Juventus. Che finalmente potrà essere solo un numero 12. Senza eredità …Leggi tutto

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ANSA/ALESSANDRO DI MARCO

Guardi Tevez e pensi quasi immediatamente a Maradona. È come un riflesso condizionato.

Guardi Tevez e ripensi per un istante anche a Giovinco. Il numero 12 della Juventus. Che finalmente potrà essere solo un numero 12. Senza eredità insostenibili. Senza ruoli per cui è inadeguato.

Guardi Tevez e pensi a Sivori e quindi a Charles e quindi a Llorente e quindi alla Juventus del Dottore. E quindi ad Andrea Agnelli che finalmente anche lui avrà il suo angelo dalla faccia sporca.

Poi vedi Tevez in divisa bianconera alla presentazione ufficiale e ti ci ritrovi immediatamente in questa nuova etichetta Juventina. Giacca cravatta, camicia bianconera e quella maglia numero 10 che aleggia. E allora ripensi a Del Piero. Carlitos Tevez è quanto di più distante ci sia da Aledelpiero. E allo stesso tempo è il suo erede naturale. Lo è per contrasto, lo è per sottrazione, invece che per somiglianza. Ma Carlitos Tevez è anche Omar Sivori e soprattutto Diego Armando Maradona. Perchè Maradona è Dio, “Diego, for all Argentinians, is God. And he always will be” e Tevez figlio di un Dio Minore non si è mai sentito.

Come tanti argentini della sua generazione è figlio del Dio Maggiore. Come Ortega, come Saviola, come D’Alessandro, come Aguero, come Messi. Più di tutti loro lo è per cittadinanza, per rango di quartiere. Entrambi sono prodotto della periferia di Buenos Aires. Diego cresce a Villa Fiorito nel sud della città, Carlos a Fuerte Apache nella Ciudadela, nella periferia ovest. Una zona di confine in tutti i sensi. Un Forte Apache in cui con la paura impari a conviverci fin da bambino. E quando ci ritorni, al Fuerte Apache,  lui – Carlos Tevez detto l’Apache – è lì ad accoglierti nei giganti murales dei palazzi, nei graffiti di muri scalcinati, nei campi di cemento esattamente come gli affreschi metropolotani della Mano di Dio che ancora oggi campeggiano nei sobborghi di Buenos Aires.

E Diego ritorna ancora. Come idolo, come tifoso del Boca, come CT. Come colui che ha avuto la fortuno di indossare la numero 10 del Boca Juniors che fu del Pibe. “È successo una domenica pomeriggio, noi del Boca avevamo appena pareggiato 2-2 con il San Lorenzo, sono andato a uno show televisivo a cui era stato invitato come ospite. Cosa posso dire? Che è stata una sensazione semplicemente fantastica incontrare Diego, l’uomo. E ‘stato incredibile per chi è cresciuto adorandolo“.

Di certo Carlitos Tevez è uno con la carogna. Come Maradona, come Sivori, esattamente anche come Alessandro Del Piero. Uno che non ci sta mai a perdere. Uno che quando gioca vince. Uno che non ha paura. Mai! “Difficile giocare in Premier? No, era più difficile giocare al campo di Fuerte Apache: c’era sempre il rischio di tagliarsi con i vetri”.

Non sappiamo quanto sia facile per Carlos Tevez giocare senza vetri rotti per terra, ma sappiamo che alla fine vince sempre. In Brasile, in Argentina, in Inghilterra. Vince i campionati. Vince Champions League e Copa Libertadores, Intercontinentale e Mondiale per Club. Li vince partendo dal Sud America con il Boca e dal Nord Europa con il Manchester. Un eroe dei due mondi col volto da sgarro e col cuore da ribelle. Uno che da argentino è andato in Brasile a fare il capitano del Corinthias e ha vinto subito il brasilerao. Uno che passa dal regale Manchester di Sir Alex Fergusson al reietto Manchester dei citizens. E vince senza paura uno scudetto che non dimenticherà mai.

Uno che ha vinto tre palloni d’oro sudamericani, record che condivide col Beckenbauer del Sudamerica, il cileno Elías Figueroa. Unico argentino di sempre. Uno che ora arriva nella casa Sabauda, nella casa dell’aristocrazia piemontese e farà paura. Agli altri. Perché lui arriva sì, gonfio di titoli, ma con una cattiveria agonistica indomita.

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