Calcio

Il disagio di Conte e le (non) colpe della Juventus

Antonio a un passo dall'addio, ma parla di "obbligo di vincere la Champions" e piazza troppo esigente: chi gli ha mai chiesto di essere il numero uno in Europa? - Chi al suo posto?

Antonio Conte abbraccia Osvaldo dopo il gol vittoria sulla Roma – Credits: ANSA/ETTORE FERRARI

Un disagio che arriva da lontano, quello di Antonio Conte. Un travaglio maturato già quest'inverno, nei lunghi mesi di silenzio davanti ai microfoni e ai taccuini (con l'eccezione delle interviste post partita obbligatorie per contratto) e che il tecnico ha comunicato ai suoi dirigenti a inizio primavera, quando è stato chiaro che il futuro sulla panchina della Juventus era tutt'altro che scontato.

Adesso il caso è esploso in tutta la sua dimensione. Entro la fine della settimana e della stagione i dirigenti contano di mettere un punto fermo, anche perché l'eventuale ricerca di un sostituto non sarà semplice e rischia di trasformarsi in una caccia all'uomo costosa. Il piano B, però, esiste e comincia a delinearsi, perché non si può più fare finta che il caso-Conte non esista e tutto sia destinato a chiudersi come una anno fa con la stretta di mano in favore di telecamera. Era il 15 maggio. Questa volta il finale potrebbe essere diverso.

Quello che si fatica a comprendere del travaglio professionale e umano di Antonio Conte è perché, malgrado la stima che lo circonda a Torino, l'allenatore insista per vedere nemici potenziali anche tra gli amici. Leggendo tra le righe di quello che ha detto nelle ultime ore (e che ha confessato di aver già spiegato in società), Conte lega il suo disagio ad alcuni fattori esterni. Il primo è la valutazione che per la Juventus sarà impossibile fare meglio di quanto fatto quest'anno e il ciclo è finito perché fisiologicamente dura tre stagioni e non può essere trascinato oltre. Serve, insomma, una ricostruzione da zero o quasi e la Juventus non è in grado di garantire oggi gli investimenti per cambiare 8-10 elementi della rosa con gente forte, giovane e spendibile per un progetto a medio termine.

Fin qui tutto chiaro. Il club ha stanziato nel 2011 un capitale di 120 milioni di euro per rilanciare la Juventus ai vertici e quei soldi sono finiti. Spesi bene (lo dicono i risultati), ma finiti. All'orizzonte non esiste un altra operazione di capitalizzazione da parte di Exor e, dunque, anche il prossimo mercato andrà fatto tenendo conto delle logiche del bilancio. Quello che sfugge, però, è perché Conte ritenga impossibile tenere insieme le due cose quando con un paio di cessioni 'mirate' si potrebbe finanziare una campagna acquisti importante.

Dice poi Conte: "Oggi la Juve vale un quarto di Champions o una semifinale o finale di Europa League, invece la gente vuole la vittoria più importante e io non butto fumo negli occhi dei tifosi". A parte che le parabole di Borussia Dortmund, Atletico Madrid e Benfica indicano che si può andare in fondo anche con budget e investimenti limitati, nessuno in questi mesi ha mai chiesto alla Juventus di vincere la Champions League. Dopo la bruciante eliminazione di un anno fa con il Bayern Monaco, troppo superiore, si pensava di fare un passo avanti. Uscire da un girone con Copenaghen e Galatasaray non lo è oggettivamente stato. Il problema è stato qui. Fare meglio si poteva e si può ancora.

Lo stesso vale per le parole di Conte sul Benfica considerato da tutti avversario inferiore. In realtà le critiche sono arrivate per un po' di turn over mancato prima delle due semifinali e per il nervosismo post-eliminazione poco in linea con lo stile Juve. Che fosse una finale anticipata (con tutti i rischi del caso), invece, era stato ampiamente sottolineato. Quali nemici vede Conte? Perché si chiude nel fortino?

La sensazione è che tenti di giustificare con fattori ambientali una scelta professionale che è sua ed è anche legittima. Se ha deciso che dopo tre anni è ora di chiudere, anche logorato da ritmi a volte eccessivi, fa bene ad andarsene da Torino a compie una scelta simile a quelle di Mourinho in passato e di altri grandi allenatori. Tutti, però, si assunsero l'onere delle proprie decisioni. Conte, invece, parla di nemici esterni e si veste da vittima di un processo mediatico che non esiste. Club e tifosi, costretti ad assistere impotenti, non lo meritano. 

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