Pirlo – Storia di un grande odore

La discussa e discutibile biografia di Andrea Pirlo – umilmente intitolata Penso quindi gioco – è un libro oggettivamente sgradevole per tutti i tifosi del Milan. Se fosse un programma elettorale, la sgradevolezza sarebbe il punto numero 1 (e probabilmente …Leggi tutto

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La discussa e discutibile biografia di Andrea Pirlo – umilmente intitolata Penso quindi gioco – è un libro oggettivamente sgradevole per tutti i tifosi del Milan. Se fosse un programma elettorale, la sgradevolezza sarebbe il punto numero 1 (e probabilmente l’unico). Lo rivelano tanti piccoli particolari che messi insieme compongono un quadro molto più gradito allo juventino, che sicuramente rappresenta il profilo dell’acquirente medio. Le lodi sperticate a Conte, per esempio, definito il più grande allenatore della sua vita (“Tra i fortunati, io lo sono particolarmente: ho conosciuto Antonio Conte“), o le generose strizzate d’occhio al suo datore di lavoro (“Andrea Agnelli che negli spogliatoi bianconeri dice alla squadra: ‘Ah, adesso l’Italia non mi basta più’. Nella testa ho sentito la musichetta della Champions. Lui mi ha fatto l’occhiolino. Andrea Agnelli. Cento per cento Agnelli“), contrapposte al veleno riservato in più parti ad Adriano Galliani (“Scaricato. Buttato via. Rottamato. Oppure cancellato, disinnescato. Forse archiviato, abbandonato, seppellito. Gettato. Se il progetto di qualcuno al Milan era davvero quello di farmi fare una fine del genere, è naufragato“).

Preveniamo fin da subito la prima possibile obiezione che si leverà da ambienti juventini: state a rosicà come tutti gli innamorati traditi, ma siete stati voi a tradirlo per primi. Ma neanche per sogno: tutte le 144 pagine del libro sono lastricate di sbuffii e lagne assortite per essere stato trattenuto a viva forza a Milanello nonostante le profferte di Real Madrid, Barcellona, Chelsea. 2006: “Capello: ‘Dovrai giocare a centrocampo vicino a Emerson che abbiamo appena preso dalla Juventus’. Non è che abbia impiegato troppo tempo per convincermi. Meno di un minuto, credo. Anche perché avevo già visto il contratto. L’aveva studiato per bene il mio agente. ‘Andrea ci siamo’. ‘Sono emozionato, Tullio’. Mi immaginavo con la maglia bianca, immacolata ma allo stesso tempo aggressiva, cattiva nel suo candore atipico. Pensavo spesso al Santiago Bernabeu, il Tempio, uno stadio in grado di terrorizzare gli avversari, servitori maltrattati alla cena dei re”. Emerge il ritratto tutt’altro che lusinghiero di un Pirlo prigioniero del Milan per almeno cinque anni, eppure punto nel vivo quando viene (giustamente) sbolognato dopo l’anno dello scudetto di Allegri vissuto da comprimario. Dopo il picco di un Mondiale di Germania giocato in modo pazzesco, infatti, i tifosi rossoneri sanno bene che – prima di rifiorire in bianconero – si fa fatica a ricordare almeno tre partite memorabili del Pirlo versione 2006-2011…

Per tutto il libro si parla quasi svogliatamente delle grandi vittorie al Milan: le due Champions, per esempio, una delle quali vinta tra l’altro contro una nota squadra piemontese dalla maglia bianca e nera. Molte più pagine sono invece dedicate alla tragedia sportiva di Istanbul, sicuramente un episodio che farà sogghignare gli juventini in lettura. E poi frecciate su frecciate su frecciate, scritte in una forma e con parole esse stesse sgradevoli o quantomeno grossolane (e qui c’è almeno la corresponsabilità dell’uomo Sky Alessandro Alciato – che purtroppo non è J.R. Moehringer, il ghost-writer di Open, la biografia di Andre Agassi). Già cult il passaggio sulle abitudini pre-partita di Pippo Inzaghi:

Cagava. Cagava tantissimo, e questo di per sé è un bene. Il fatto però che lo facesse allo stadio, nel nostro spogliatoio, poco prima di giocare, ci rendeva alquanto nervosi. Specie se lo spogliatoio era piccolo, perché tanta puzza in poco spazio tende a comprimersi. Andava in bagno anche 3-4 volte nel giro di 10 minuti. ‘Ragazzi, mi porta bene’. A pestarla mi avevano raccontato, non a produrla o annusarla. ‘Pippo, a noi no. Ma cos’hai mangiato, un cadavere?’ ‘I bambini, comunista!’ avrebbe urlato Berlusconi. Mentre Inzaghi si limitava ad ammettere: ‘I Plasmon’. Li mangiava per davvero, tutti i giorni, a tutte le ore, e noi lo sapevamo. Un neonato di quasi 40 anni. Abbiamo tentato di rubarglieli in tutti i modi, senza successo. Li custodiva gelosamente, egoista nel passare la palla e nel condividere la merenda: ‘Lo faccio per il vostro bene, i miei gol vi servono’.”

Insomma: più che a una confessione a cuore aperto, la fatica a quattro mani di Pirlo-Alciato somiglia a un regolamento di questioni passate tutto interno alla vecchia famiglia, tanto da dare l’impressione che non tutto sia stato rivelato e che il Pirlo si diverta un mondo a tenere sotto schiaffo i protagonisti del suo rancore con altri presunti segreti inconfessabili. In tutta onestà, non ci sembra un’operazione elegante né tantomeno volta in direzione dei lettori, che appaiono più i terzi incomodi di altrui conti in sospeso. Ma stiamo pur sempre parlando della biografia di un calciatore, un genere letterario che non esige un pubblico particolarmente raffinato: per cui gli aneddoti su Inzaghi che fa la cacca o sul solito Galliani che sfodera il sorriso squalesco d’ordinanza saranno probabilmente destinati a farci compagnia per molto tempo.

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