Dieci anni fa: lo sguardo di Sheva

La prima cosa che mi viene in mente è lo Zacca che mi tiene la mano sulla spalla mentre Sandro va verso il dischetto, e io che mi dico “Ma che cazzo fa, non ne ha mai tirato uno in …Leggi tutto

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La prima cosa che mi viene in mente è lo Zacca che mi tiene la mano sulla spalla mentre Sandro va verso il dischetto, e io che mi dico “Ma che cazzo fa, non ne ha mai tirato uno in vita sua” – e al tempo stesso penso che fa bene, perché è un uomo che ha coraggio, e ha capito che lì non ci vuole la bravura, ma il fegato e l’incoscienza di fregarsene, lui che era appena arrivato dalla Lazie e si era trovato a giocare una finale di Coppa Campioni in mezzo a veterani come Billy e Paolino. Zacca la mano me l’aveva messa dopo il rigore sbagliato da Clarence, che tutti gli altri dopo sono stati una merda, ma quello di Seedorf no, era perfetto e posso spiegarmi che Buffon l’abbia preso solo pensando che in sogno avesse avuto l’illuminazione di dove l’avrebbe tirato, perché ci vola sicuro come se la parata l’avesse provata mille volte in allenamento a Vinovo sotto la pioggia, il maledetto.

Invece niente, Clarence spara una bomba e Buffon la para e tu, che fino a quel punto avevi pensato che l’inerzia sarebbe stata dalla nostra, scivoli nel terrore più nero ed è proprio a quel punto che Zacca mi mette un mano sulla spalla come per dire “tranquillo”. a07.jpgZalayeta infatti subito dopo va sul dischetto con la paura negli occhi e calcia un rigore pessimo in faccia a Dida, che come niente fosse si alza e se ne va.trans.gif

Niente, si va avanti: errore nostro di Kaladze, errore loro di Montero, fino a che tocca a Nesta. E io lo so che è lì che si decide, perché se la mette, loro stanno in mezzo ad una strada. E Sandro, quest’uomo mite, silenzioso, dalla classe immensa, l’unico a poter reggere il confronto con il Capitano, batte un rigore perfetto, forse il migliore di tutti, nel sette.
buffon_manchester_g2.jpgChe se fosse stata qualche centimetro in basso sarebbe stata di Buffon, che infatti cade e bestemmia, perché aveva capito anche lui che lì era finita.
Infatti non ricordo nemmeno quello di Del Piero, sapevamo tutti che non sarebbe terminata con una parata di Dida: infatti Alex batte freddo, distaccato, senza speranza, lo si vede che quando va via non esulta nemmeno, non ci crede più, ha anche un occhio nero e il cuore sgonfio perché sa che per l’ennesima volta se ne tornerà a casa senza niente in mano, come contro il Borussia, come contro il Real. E però questa volta è contro di noi e noi siamo il Milan, e sai che ti peserà per sempre questa partita come nessun’altra hai mai perso in carriera, caro Pinturicchio di sta minchia – detto con stima.

Mi ricordo solo che ho iniziato a piangere mentre Sheva prendeva la ricorsa, mi sentivo un idiota, a 30 anni, con un lavoro, una casa, due gatti, la donna, un equilibrio umano, lì a piangere senza nemmeno riuscire a controllarmi, che poi più che piangere mi lacrimavano proprio gli occhi, lacrime calde e gonfie che scendevano piano e che bruciavano e sentivo la stanchezza di quel giorno lunghissimo, il caldo, l’afa, tutte le birre che mi ero bevuto, i minuti in attesa con la tensione che ti ammazza, il sudore che bagnava la mia camicia Fred Perry azzurrina che si vede anche in mezzo alle foto, in terza fila sopra la D di “DEI”.fossa-manchester-2003-300x111.jpg

Sentivo dentro l’adrenalina con i gobbi dentro al pub in centro alla città che li aspettavamo fuori e non si decidevano ad uscire mentre noi entravamo a chiamarli, con gli sbirri inglesi silenziosi ma feroci, che appena alzavi la voce ti pigliavano e ti portavano via. E poi il corteo immenso verso lo stadio, lo striscione nostro, bello, lungo, quello da casa, con su scritto enorme FOSSA DEI LEONI, messo in mezzo alla curva, dove meritava di stare, perché quella curva eravamo noi.

Erano passati 120 minuti e avevo una stanchezza nelle gambe come se non avessi dormito da giorni, dopo tutte quelle sere passate in viale Bligny per prendere i biglietti e a capire a che ora partiva il nostro aereo, ancora sveglio da quei dieci minuti dopo il gol di Martins in cui ho rischiato di morire d’infarto, che in confronto non era stata niente la botta di adrenalina dopo il gol di Inzaghi contro l’Ajax, quando ormai ti eri rassegnato ad un’altra stagione inutile in cui però almeno avevamo vinto due derby su due in campionato.
Guardo Shevchenko che va al rallentatore verso il dischetto e mi ricordo che anni dopo l’ho incontrato per un lavoro. Lui era gentile e un po’ timido, quando gli ho fatto vedere la foto del rigore che adesso tengo incorniciata a casa, gli si sono illuminati gli occhi. “Che bel ricordo”, ha detto, e gli ho risposto: “Non sai per me, non sai quanto”.

Gli ho chiesto di quelle quattro volte in cui guarda l’arbitro, gli ho raccontato di come avessi contato mille volte i secondi che ci mette ogni volta a girarsi, la prima velocemente, poi due lunghe, alla fine una quarta, in cui annuisce per un istante e poi prende finalmente la rincorsaShevchenko%20rigore.jpg

Gli ho chiesto cosa avesse pensato e lui mi ha detto che stava guardando Buffon per decidere dove tirare. E io gli ho detto sì sì, ma in realtà pensavo “Ma che cazzo dici Sheva, tu non hai guardato un bel niente, eri completamente in trance, eri per forza da un’altra parte con la testa, altrimenti saresti stato schiacciato dal peso immenso e insostenibile della partita più importante della storia di due squadre che hanno fatto la storia, e che si decideva lì, adesso, in quel momento irripetibile. Ed eri tu, solo tu, a poterla decidere”.

Mi ricordo che mentre partiva il tiro avevo già capito che avevamo vinto, perché non era uno di quei rigori che il portiere a momenti ci arriva, oppure che chi tira la piazza lì all’angolino, che quasi prende il palo. No, Sheva sapeva che avrebbe segnato, era giusto così, lo sapevamo tutti, e quindi la palla l’appoggia, tesa ma sicura, dall’altra parte rispetto a Buffon, che secondo me quando si è buttato l’ha fatto perché lo doveva fare, ma lo sapeva che tanto era inutile. Rete.

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So solo che mi sono girato e piangevano tutti, ma tutti tutti, bravi ragazzi e pregiudicati, pusher e puliti, fasci e rossi, i miei amici di una vita, tutti i Leoni. Lo Zacca che mi abbracciava e ancora Mirko e Christian, lo Zabrak inginocchiato che si teneva le mani sugli occhi che questo momento mai pensavo sarebbe arrivato quando nel 1991 avevamo fatto insieme la prima trasferta a Genova contro la Doria e i biglietti li andavamo a prendere in Stadera, in via Barilli. Scendevi e c’erano Buster, l’Ultimo, Alessandro dietro al tavolo e li guardavamo con il rispetto e la devozione con cui si guardano dei miti, dei supereroi e non sapevamo allora che anni dopo invece saremmo stati in uno scompartimento in un treno di ritorno da Roma, Firenze, Perugia o non so dove, a parlare con loro e a farci raccontare .

Ho visto la palla entrare e credo che per degli interminabili secondi, che non so quantificare, devo aver provato semplicemente la più grande felicità della mia vita, anche se è imbarazzante dirlo, ma del resto è così e quindi non faccio finta che non sia vero.
Sentivo una felicità immensa e leggera che mi spingeva verso il tetto dell’Old Trafford e pensavo che la Coppa la stavo alzando anch’io mentre le mie mani erano su verso il cielo.
Pensavo solo: abbiamo vinto.

Abbiamo vinto.

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