Calcio

La Cassazione gela la Juve e blinda Calciopoli

Le motivazioni durissime tolgono margini per la revisione del processo sportivo. Resta un'inchiesta con tanti buchi neri

Gli ampi stralci circolati delle motivazioni della sentenza di prescrizione con cui la Cassazione ha chiuso il filone principale del processo Calciopoli lasciano poco spazio all'immaginazione. Sono, anzi, persino più duri dei dispositivi stessi di condanna di primo e secondo grado, quando si erano aperte evidenti crepe nel castello accusatorio mosso dalla Procura di Napoli. Quasi come se gli ermellini abbiano voluto davvero scrivere la parola fine entrando nel merito di un processo spesso contraddittorio e scarsamente comprensibile, in cui la difesa di Moggi ha prodotto una serie incontestabile di documenti per provare l'incompletezza delle indagini senza, però, cancellare il peso della propria colpa.

Inutile dire come la lettura delle quasi 150 pagine delle motivazioni fosse il momento più atteso da Juventus e Figc. Ci vorrà qualche settimana e poi sarà chiara la linea di comportamento del club bianconero che ha sempre mirato a una revisione del processo sportivo e che, sul tavolo, ha ancora la richiesta danni da 444 milioni di euro nei confronti della Federazione. Nei mesi scorsi il dialogo tra Tavecchio e Agnelli è ripreso, prima di essere congelato in attesa di questo passaggio. A una prima lettura, la durezza e profondità della ricostruzione della Cassazione lascia poco spazio a ricorsi e revisioni per chiedere la restituzione degli scudetti del 2005 e 2006. 

Ci sono passaggi che richiamano alla condotta illecita di Moggi, evocano il vantaggio personale ma anche per il proprio club (la Juventus) e parlano apertamente di condizionamento delle partite del campionato 2004-2005 e non solo. Dovrebbe essere sufficiente agli avvocati della Figc per dimostrare che non c'è spazio per modificare il giudizio dell'estate 2006 verso la Juventus, condannata perché ritenuta favorita da un sistema illecito costituito dal suo dirigente più importante: il quadro delineato anche dalla Cassazione, che ha confermato l'impostazione data dai carabinieri e dalla procura di Napoli. Non era scontato visto l'andamento di questo processo, ma oggi è così e le pagine della Corte restano scolpite sulla pietra.

La verità processuale non cancella, però, la sensazione di incompletezza di un'inchiesta che ha retto davanti ai tribunali nella parte accusatoria ma si è confermata monca e piena di buchi neri. Qualche imprecisione pare esserci anche nel dispositivo della Cassazione, ma soprattutto i nove anni trascorsi da Calciopoli hanno raccontato anche l'altra parte del sistema. Non l'altra metà - bisogna essere chiari -, perché anche la sentenza di assoluzione di Moggi nella causa per diffamazione di Facchetti non pone le due condotte sullo stesso piano. Però è innegabile che nel 2006 non tutto fu portato alla luce e non tutto finì sul tavolo della giustizia sportiva, producendo un verdetto probabilmente monco. Su quello potrà, se vorrà, lavorare la Juventus per chiedere che all'Inter sia tolto il titolo 2006, con spazi però non troppo ampi. 

Che le due motivazioni (Milano e Cassazione) siano arrivate nell'arco di poche ore è uno scherzo del destino, ma consente un quado d'insieme storicamente sufficiente a chiudere definitivamente la pagina. Non accadrà. Intanto andrà letto il faldone intero delle motivazioni, sfumature comprese, e poi la spaccatura che si è creata tra 'pro' e 'contro' non si rimarginerà se non tra lunghissimo tempo. Epilogo scontato di una vicenda che ha lacerato il calcio italiano, creando un prima e un dopo difficilmente ricomponibili.

Ultima annotazione sui tanti protagonisti che si sono rifugiati nel catenaccio della prescrizione. Elenco che comprende quasi tutti gli interpreti della vicenda, processuale e sportiva. A scorrerlo ci si trova il nome di tanti insospettabili, compresi quelli che bacchettarono Moratti all'epoca del rifiuto di farsi giudicare dopo la relazione Palazzi. Pochissimi hanno resistito alla tentazione e va loro dato merito, anche se si è tradotto nel caso di De Santis in una condanna che poteva essere evitata.

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