Andrea Masiello
Calcio

Calcioscommesse: Masiello e i fantasmi dei derby passati

La testimonianza al processo dell'ex capitano del Bari riporta a galla il clima di partite truccate (anche quelle più sentite) tra omertà e minacce

La rinascita per un uomo non è il rientro da un infortunio o da una squalifica, per quanto lunga. Quelli sono affari del calciatore. La rinascita per un uomo arriva quando è in grado di affrontare i suoi fantasmi, esorcizzandoli. Allontanandoli da sé assieme, per quanto possibile, agli errori che ti hanno fatto commettere, alle paure che ti hanno fatto inciampare sul campo e nella vita, ai rimpianti di un’esistenza capovolta.

Andrea Masiello i suoi fantasmi li ha affrontati mercoledì 4 novembre tornando in quella Bari dove tutto cominciò quasi un lustro fa per testimoniare al processo sul filone barese del calcioscommesse. Una delle molte schegge in cui è deflagrata l’inchiesta Last Bet del 2011, che per la prima volta ha unito il calcioscommesse nostrano e le mafie asiatiche, la serie A e gli stadi di provincia, i faccendieri alla Totò e i criminali alla Scarface. In mezzo loro, i calciatori come Masiello: pedine consapevoli del gioco sporco, ma troppo avide o troppo ingenue per tirarsene fuori. “Eravamo pagati e a volte minacciati per perdere” ha detto in aula l’ex difensore e capitano del Bari testimoniando contro tre capi ultrà biancorossi - Alberto Savarese, Roberto Sblendorio e Raffaele Loiacono - accusati di violenza privata aggravata.

Tutto inizia, o finisce, con un’autorete. Un’autorete maledetta. Il 15 maggio 2011, appena un paio di settimane prima che i provvedimenti emessi a Cremona scoperchiassero il pentolone del pallone criminale, i giocatori della squadra pugliese riuscirono addirittura a vendersi un derby. Che, se per il codice penale non costituisce certo un’aggravante al reato di frode sportiva, per i tifosi rappresenta indubbiamente un crimine senza pari. E non solo. Qui c’è persino chi, come Masiello e i suoi compagni della disastrata difesa barese di quella stagione, rischia di entrare nella storia del calcio per una nuova invenzione: dopo il “gol della sicurezza” di pizzuliana memoria, quello che mette al sicuro la vittoria, ecco l’”autogol della sicurezza”, quello che sbatte in ghiacciaia la sconfitta, per la gioia degli scommettitori clandestini. Lo infila proprio Masiello, al termine di una goffa corsa verso la sua porta nei minuti finali di Bari-Lecce: un sigillo doppiamente infamante, perché sancisce la retrocessione matematica in serie B della sua squadra e la salvezza degli odiatissimi rivali.


Secondo i pm, quella e altre partite furono aggiustate grazie alle regalie e alle pressioni che la cupola del calcioscommesse riconducibile al cosiddetto “clan degli zingari” e la Sacra Corona Unita fecero sullo spogliatoio barese attraverso gli ultras. Lo ha confermato lo stesso terzino, che per le presunte combine ha patteggiato una pena a 23 mesi di reclusione e una lunga squalifica sportiva: "Se non vi decidete a perdere e a fare quello che dico io, vi mando gente pesante" avrebbe detto ai suoi compagni di una volta l’ex calciatore del Bari, Antonio Bellavista,  prima della partita col Cesena del 17 aprile 2011. E quella "gente pesante", sottolinea Masiello, erano i tre leader della curva. Secondo la procura i tre avrebbero preteso che i calciatori perdessero le ultime partite della stagione 2010/2011 per fare soldi con le scommesse. "Un giorno, dopo l'allenamento, ci aspettarono nel parcheggio dello stadio” ha ricordato ancora Masiello “Volarono parole grosse e schiaffi. Dopo l'incontro andammo dall'allenatore Bortolo Mutti e dal direttore sportivo Guido Angelozzi a riferire la cosa e loro ci dissero di tapparci il naso e giocare”.

Il processo riprenderà a febbraio 2016 con l'audizione di altri quattro testimoni, tra i quali proprio Mutti e Angelozzi. Ma che la situazione nel capoluogo pugliese fosse fuori controllo sembra emergere anche da una lunga intercettazione del 3 febbraio 2012, messa nero su bianco in un’informativa dei carabinieri, spedita in procura il 21 dello stesso mese, che questa volta chiama in causa un altro nome illustre. Un’intercettazione dove omertà, pratiche di intimidazione e senso di impotenza dei calciatori si mescolano con alcuni interrogativi ancora senza risposta. Al telefono parlano altri due ex difensori del Bari, Marco Esposito (indagato) e Christian Stellini, in seguito al fianco di Antonio Conte nello staff della Juventus (entrambi sono estranei alle indagini baresi). I due chiacchierano delle inchieste sul calcioscommesse, e il discorso cade sul Bari, e sui giocatori, spaventati dai tifosi e con “gli zingari alle calcagna”. Stellini, ignaro di essere ascoltato, si sfoga con il suo ex compagno di squadra:

[...] A Bari mi avevano detto che erano stati i tifosi stessi ad andare dai giocatori a dire: «Adesso che avete rotto i coglioni, siete retrocessi, adesso perdete le prossime due partite» [...]. E tu ti trovi in mezzo e cosa fai? Cosa fai? Ti prendi gli schiaffi, perché se tu dici ai tifosi: «Adesso vi denuncio...», bene, tu li denunci e dopo ti vengono a prendere a casa. E tu da chi vai? [...] La società non li proteggeva, li faceva andare a piedi dallo stadio al campo. I tifosi li hanno minacciati, hanno fatto casino, poi loro avevano anche gli zingari alle calcagna, che probabilmente gli chiedevano di fare le truffe. Cioè un giocatore lì [...] guarda, non è facile essere lucidi [...]. La squadra è retrocessa da tre mesi [...]. No, non bisogna farle, però trovare la lucidità per fermare la cosa e dire: «Ok, ragazzi, siamo nella merda più totale, chia- miamo la AIC [Associazione Italiana Calciatori, N.d.R.], denunciamo tutto, qui, gli zingari vengono a romperci il cazzo, i tifosi ci hanno chiesto di perdere per scommettere?

Il riferimento è proprio agli episodi che riguardano il processo in corso e, sebbene all’epoca le carte fossero ancora secretate, la vicenda era evidentemente già arrivata alle orecchie di molti, compreso Stellini. Che dimostra di ricordare bene anche la lezione di Demetrio Albertini, numero uno dell’Associazione Italiana Calciatori, il quale un paio di anni prima aveva messo in guardia i tesserati sui rischi del calcioscommesse, evidentemente senza troppo successo:

[...] A una riunione dell’AIC c’era Albertini che parlava di que- ste cose [...] e ci disse: «Guardate che nei Paesi dell’Est c’è gente che scommette 600 milioni di euro tutti i weekend sui campionati europei, state attenti, non scommettete perché noi abbiamo delle relazioni che dicono che molti giocatori scommettono», allora io alzai la mano e gli dissi: «Ok, tu stai dicendo che noi giocatori non dobbiamo scommettere, ma il problema dei giocatori non è che loro vanno in agenzia, ma vivono le pressioni di un sacco di gente, il problema at- tuale è che se tu sei in una piazza che è già retrocessa o ha già vinto il campionato, la gente cosa fa, viene da te a dirti: ‘Cosa fate domenica? Dai che è una partita di merda, pareggiate’» [...]. Insomma, se uno come Masiello gli scap- pava due volte di dire «ma sì, facciamo pari domenica» [...] si sparge la voce, a Bari, a Castellammare di Stabia, e poi mettici in più le organizzazioni mafiose che vanno da un giocatore a dire «dobbiamo fare così, vi ammazziamo tutti quanti» [...] e allora tu alla fine che fai?

Circostanze inquietanti. Ma tutte da confermare nel corso delle udienze che verranno. Perché, nei giorni successivi agli arresti di Bari e Cremona, e del conseguente circo mediatico, bastavano una parola, una foto sbagliata o un sentito dire per finire nel frullatore del calcioscommesse all’italiana, popolato da personaggi borderline, un po’ omertosi e un po’ fanfaroni. Non è il caso di Andrea Masiello, che ha ammesso tutti suoi sbagli e oggi, a fatica, ha ricominciato a vivere e a giocare. Affrontando i suoi fantasmi.

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