Le fughe sulla fascia e nella vita di Luciano Marangon

Protagonista dello scudetto del Verona di Bagnoli, giocò due sfortunati campionati nell'Inter. Oggi vive a Ibiza, dove gestisce un ristorante

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Luciano Marangon a Ibiza, 2017 – Credits: Luciano Marangon

Carattere ribelle e animo nomade, Luciano Marangon è un non omologato nel mondo del calcio. A 18 anni fu cacciato dalla Juventus perché rispose sgarbatamente a Giampiero Boniperti che intendeva girarlo in prestito al Catanzaro, disse di no a Giusy Farina e al Milan perché voleva giocare in serie A, smise di giocare a soli 31 anni per un litigio con il presidente dell'Inter, Ernesto Pellegrini che non acconsentiva a liberarlo per il Tottenham.

La sua biografia l'ha intitolata "Luna tonda", ma avrebbe potuto prendere in prestito da Neruda anche "Confesso che ho vissuto". "Non rimpiango niente. Ho vissuto la mia vita pienamente. Non guardo indietro. Sì avrei potuto essere al posto di Cabrini in bianconero se avessi accettato la Calabria, o andare al Mondiale di Spagna se non mi fossi infortunato, o giocare ancora qualche anno, ma va bene così. Ho vestito le maglie più importanti in Italia come Inter, Juventus, Roma e Napoli. Vinto uno scudetto a Verona e partecipato alla stagione incredibile del Lanerossi Vicenza di Gibì Fabbri". Luciano Marangon, bon vivant, oggi vive a Ibiza dove gestisce un ristorante che ha, tra gli altri, cliente abituale Keke Rosberg, l'ex pilota di Formula 1, papà del campione del mondo Nico. Vanta anche un'amicizia con David Gilmour il leader dei Pink Floyd, suo ex vicino di casa in una vacanza a Lindos, sull'isola di Rodi. Il calcio Marangon, oggi, lo segue in televisione, molta Liga e Premier League, insieme con la Serie A. "La passione è rimasta. Resta uno sport bellissimo e, a suo tempo, incoraggiai anche mio figlio Diego a praticarlo. Cosa che fece fino ai 16 anni nelle giovanili del Bologna, era un promettente difensore centrale, poi però decise di non proseguire e io rispettai la sua scelta".

All'Inter Marangon arriva dal Verona campione d'Italia nel 1985, insieme con il compagno Piero Fanna e un certo Marco Tardelli. "Ci davano tutti per favoriti. L'anno precedente l'Inter era stata l'antagonista del nostro scudetto a Verona". già perché Marangon è uno dei protagonisti di quella straordinaria favola. "Fummo la rivelazione, un po' come il Leicester di Ranieri lo scorso anno. Venivamo da due buoni campionati, avevamo una buona autostima, ma nessuno di noi pensava in cuor suo che avremmo potuto vincere il titolo. Furono determinanti i nuovi arrivi di Preben Elkjær Larsen e Hans-Peter Briegel". Pellegrini a questo blog ha dichiarato che quel campionato doveva vincerlo l'Inter che aveva la squadra più forte, con Altobelli e Rummenigge in attacco. "Non sono d'accordo, il Verona non era affatto inferiore, anzi. Ho avuto il piacere di giocare con Spillo e Kalle, ma non li avrei scambiati con Galderisi e Elkjær, perfetti per il gioco di Bagnoli. Dico la verità, lasciai Verona solo per la proposta economica di Pellegrini, tre volte il mio stipendio fino ad allora. Il presidente gialloblu, Fernando Chiampan, mi disse che non avrebbe mai potuto pareggiarla".

In nerazzurro però due stagioni deludenti per Marangon. La prima condizionata da un brusco esonero di Castagner dopo poche giornate. "Fu un licenziamento prematuro, anche perché a sostituirlo fu chiamato Mariolino Corso, grandissimo giocatore, ma tecnico non all'altezza. Creo subito una divisione tra gli anziani e i giovani. Il mio rendimento comunque fu condizionato da un infortunio e una successiva ricaduta per avermi fatto accorciare i tempi di recupero". La stagione successiva arriva Trapattoni ma Marangon disputa solo 3 partite. "Recuperai sul finale di stagione per un altro brutto infortunio. Capii però che ero fuori dal progetto Inter, non venivo più considerato dalla società. Così mi misi a cercare una nuova squadra all'estero. Trovai il Tottenham con cui feci alcuni allenamenti a Londra. Loro mi volevano, ma Pellegrini chiedeva troppi soldi. Allora dissi al presidente che se non acconsentiva al mio trasferimento avrei smesso di giocare. Non ci credeva nessuno in soscietà. Ma alla fine mi ritirai davvero".

Terminata l'attività agonistica Marangon decide per un periodo sabbatico a New York. "Tre anni negli Usa a dividermi tra corsi all'Università e party serali. Viaggiavo anche molto, verso Caraibi e Sud America. Non potevo però mantenere quel tenore, mi sarei bruciato tutti i miei risparmi, così tornai in Italia per provare la carriera da procuratore. Ero tra i primi ex calciatori a provare questa strada, mi specializzai sui settori giovanili delle grandi squadre, lavorando, ad esempio, per Tacchinardi e Eranio".

Di Marangon si è molto parlato della sua vita mondana. Ne ha parlato lui stesso in "Luna tonda" e in una memorabile intervista a Alessandro Dell'Orto per Libero dove ricordava la battuta di Niels Liedholm, suo allenatore alla Roma: "il Barone alla ripresa degli allenamenti, mi chiedeva: “Marangooon, messoooooo ghiacciooo?”. Rispondevo: “Sì, mister, e la caviglia va meglio dopo la botta presa domenica”. E lui, ridendo: “Nooo, Marangooon. In champaaaagne, messo ghiaccio in champaaaaaagne?".  Tornando serio, l'ex terzino precisa: "sì, è vero, mi sono goduto la vita, senza però pregiudicare la carriera da calciatore. Nel periodo della Roma mi fotografavano spesso con qualche bella ragazza, ma non ho mai saltato un allenamento a Trigoria e le mie presenze in campo lo dimostrano".

 

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